Che fine ha fatto il Mediterraneo?Tribuno del Popolo
martedì , 17 gennaio 2017
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Che fine ha fatto il Mediterraneo?

Il Mediterraneo, come ricorda lo stesso nome, è sempre stato un “mare tra le terre”, un luogo di intersezione e incontro tra culture, popoli, storie diversi. Nel corso dei secoli l’incontro è stato, ovviamente, spesso scontro, ma anche in questi frangenti il ruolo cardinale di ponte tra popoli e culture, tipico del Mediterraneo, non è mai venuto meno.

Centro privilegiato di scambi di merci e di idee fin dalle epoche più remote della storia umana, è stato fino ad oggi, attraverso varie peripezie, un luogo su cui si affacciavano diversità fortemente imparentate tra loro a causa della geografia, del clima, dei suoni e dei colori del suo “sistema”, della sua storia. Questo suo particolare carattere unitario e plurale permette di parlare dello spazio geopolitico mediterraneo come di un continente liquido.

Il punto più alto di integrazione del bacino mediterraneo fu trovato con l’unità, anche politica, dovuta alle conquiste di Roma antica. Ma la rottura di quella unità non è ascrivibile, contrariamente a quanto a prima vista si sarebbe indotti a pensare sulla scia di martellanti vulgate, all’espansione islamica del VII secolo d.c., con buona pace di Pirenne[1].

Già al crepuscolo dell’epoca romana era ravvisabile una frattura tra la parte occidentale e quella orientale del bacino, frattura accentuatasi a causa della caduta della parte occidentale dell’impero sotto l’urto delle invasioni barbariche. Nonostante le molte chiusure della cristianità medievale, gli scambi con il mondo islamico ripresero importanza. Suggerisce certo parecchio il fatto che un ruolo chiave nei contatti con l’oriente ortodosso e bizantino e arabo e islamico fosse giocato da piccole città marinare che in epoca romana, se esistevano, erano state praticamente insignificanti nella mappa degli scambi commerciali della regione[2].

Anche nei periodi più cupi di urto, come durante le crociate, il rapporto delle varie realtà della cristianità con le varie realtà statuali del mondo islamico fu assai più complesso di quanto si sia soliti ricordare. Il risultato eclatante della IV crociata fu ad esempio il sacco di Costantinopoli e il collasso dell’Impero romano d’Oriente a causa dei crociati latini d’occidente. Cristiani contro cristiani, prima ancora che contro mori. Per non parlare della rivalità tra le varie potenze della res publica christiana, da Genova a Venezia, disposte a farsi la guerra appoggiandosi spesso a convergenze politiche inconfessabili. All’alba delle grandi esplorazioni geografiche, come non vedere una sorda complicità tra Venezia e gli arabi, tradizionali intermediari dei commerci delle ricchezze dell’Asia profonda da un lato e Genova e i paesi iberici (Portogallo anzitutto), che proprio dalla borghesia genovese erano finanziati, dall’altro, impegnati a cercare la via per aggirare l’intermediazione battendo altre strade per le Indie grazie alle quali poter rompere il mercato?

Il discorso sulle relazioni tra l’Europa (in particolar modo l’Italia) e il mondo arabo-islamico è troppo lungo e complesso per poter essere affrontato in queste poche righe in maniera davvero fruttuosa. Ma basti evidenziare due questioni per poter mettere in crisi la macchina della propaganda sulla presunta guerra di civiltà: il tributo che l’Umanesimo e il Rinascimento, con la riscoperta e rivisitazione dell’età classica, hanno contratto con il mondo musulmano secoli addietro e la specchiata realtà di paesi che sono economicamente complementari alla nostra epoca e i cui destini sono talmente intrecciati da essere destinati a divenire uno solo nel prossimo futuro. Insieme prospereranno o insieme sprofonderanno in epoche buie[3].

Le ipotesi di collaborazione di alcuni paesi europei (come il nostro) con i paesi arabi hanno vissuto probabilmente il loro periodo d’oro tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’60, quando il colonialismo veniva messo in rotta dal processo di emancipazione in corso nel Terzo Mondo mentre in alcuni paesi chiave dell’area europea (Italia e Francia) si andavano rafforzando correnti politiche e d’opinione contrarie alla politica di integrazione atlantica patrocinata dagli Usa[4].

Nei decenni seguenti si è invece affermato il fatto incontrovertibile che il mar Mediterraneo fosse divenuto un mare loro, ridotto a forza ad essere visto e percepito come il semplice “fianco sud della Nato”[5].

Una Nato che, sotto impulso statunitense, è apparsa scatenata nella sua espansione nel periodo che corre tra la fine della prima guerra fredda e l’inizio della seconda, cui stiamo assistendo tra l’inconsapevole e l’attonito.

Oggi le cronache ci consegnano l’immagine di un Mediterraneo che è di fatto il cimitero dell’Eurasia, in cui sprofondano nella palude stigia maree umane in fuga da guerre e violenze indicibili che hanno mandato in pezzi i loro paesi, infranto la convivenza che vi regnava e spento i loro sogni. E’ un quadro per il quale è umano mostrare facili lacrime. Se possibile, fa ancora più male pensare che quelle persone in fuga, poco tempo fa, conducevano vite normali, simili alle nostre. Fa male e dovrebbe fare anche paura.

Se si guarda alla mappa delle ondate migratorie degli ultimi decenni è facile notare una cosa. All’ondata balcanica, in fuga dalla tragedia jugoslava degli anni Novanta, si è completamente sostituita oggi la fuga dal Nordafrica e dal Vicino oriente. Libia e Siria erano tradizionalmente, fino a poco tempo fa, terre d’asilo di rifugiati e paesi di immigrazione. Con un massiccio afflusso di africani la prima e con l’impegno valoroso in soccorso degli esuli palestinesi e iracheni la seconda. In entrambi i casi parliamo di paesi stabili, in cui, al di là del giudizio sul regime politico ivi presente, era possibile condurre vite più che dignitose e dove nel corso degli ultimi decenni vi era stato un autentico processo di emancipazione. In entrambi i casi parliamo di paesi aggrediti (direttamente e/o indirettamente) dalle politiche imperialiste promosse dagli Usa e dai loro satelliti, per il loro progetto geopolitico di dominio mondiale.

Perché è questo il segreto di pulcinella che diventa inconfessabile sui grandi circuiti mediatici: che l’apocalisse migratoria alla quale stiamo assistendo e della quale “piangono” in molti ha motivi precisi: la politica aggressiva degli Stati Uniti e dei loro alleati-satelliti. Una politica che ha innalzato un cerchio di fuoco attorno all’Europa, dall’est (Ucraina) sino al sudest (Siria e Iraq) e fino al sud (Libia). Quasi a voler assediare e recidere i legami tra Europa e aree limitrofe e lasciare come unica opzione quella della partnership transatlantica.

Ma non è solo questa la posta. E’ ben più ambiziosa: ridisegnare l’equilibrio di regioni cardinali del globo a proprio vantaggio, demolendo gli Stati nazionali che si oppongono al “Nuovo ordine” e che potrebbero divenire punti di riferimento degli antagonisti strategici (Russia e Cina) tessendo reciprocità pericolose per la prospettiva di chi vuole un altro secolo americano.

Per questo sporco lavoro vanno benissimo le orde di mercenari e tagliagole fanatizzati da una visione caricaturale, distorta della religione islamica. Non è una scommessa di oggi: l’empia alleanza tra imperialismo e integralismo islamico di matrice wahhabita sponsorizzato dai sauditi e dalle altre petro-monarchie del Golfo è un classico della vita internazionale da lungo tempo. Almeno dalla guerra in Afghanistan degli anni Ottanta, lasciando perdere i progetti precedenti, che affondano le radici ancora più in là nel tempo e che possono trovare un riferimento nei piani stesi dall’Amministrazione Eisenhower per contenere lo sviluppo del nazionalismo arabo e delle correnti progressiste nel Vicino Oriente.

Nella migliore delle ipotesi sono lacrime di coccodrillo quelle spese dall’Occidente per la tragedie che avvengono al di là del mare e verso i crimini commessi dal “Califfato” e dalle altre bande terroriste che operano in Siria. Nella peggiore sono una nuova esca con cui catturare emotivamente il pubblico occidentale e poter giustificare un intervento più diretto in quell’arco di crisi, con una vera e propria escalation nei confronti dei paesi che sono stati aggrediti, finora per procura. Resta un dato di fatto che a dispetto del terror network organizzato in questi ultimi quattro anni la Siria di Assad, per quanto malconcia, sia rimasta ancora in piedi. Un dato di fatto che non piace a molti, in Occidente. I molti che hanno nutrito con le loro mani le bande mercenarie.

La cartina di tornasole degli atteggiamenti occidentali sull’arco di crisi si chiama Russia di Putin.

La Russia ha sostenuto per tutta la crisi in corso il suo storico alleato siriano, mettendo in guardia l’Occidente dalle indesiderabili conseguenze derivanti dal sostegno ai terroristi. La indesiderabili conseguenze hanno poi assunto le sembianze del Califfato. Ancora recentemente, dal palco dell’ONU, il presidente Putin ha sottolineato la necessità di anteporre agli interessi antagonistici lo spirito di cooperazione e quanto può unire la comunità internazionale, tendendo una mano contro il proliferare del fenomeno terrorista e sottolineando che i mercenari e i tagliagole scatenati contro altri paesi, una volta tornati al luogo d’origine, è difficile che dismettano i loro nuovi panni. Nei fatti gli unici paesi che si siano spesi direttamente per fronteggiare la minaccia sono stati la Siria, l’Iran e quel che resta dell’Iraq, grazie all’intervento diretto dei pasdaran iraniani sul terreno. A impegnarsi in prima fila contro i terroristi sono dunque i paesi dell’Asse della Resistenza alla politica statunitense nella regione, quelli che Bush definì l’Asse del male. I fronti che si combattono nella regione sono dunque nella sostanza sempre quelli, a dispetto delle dovute aperture che l’Amministrazione Obama ha fatto agli ayatollah a Losanna e che sono costate varie critiche a Washington (particolarmente pungenti quelle di Kissinger, che ha ravvisato una nebbia strategica di fondo nella strategia dei centri di tensione in permanente equilibrio con cui Obama cerca di puntellare la presenza statunitense nella regione).

Al di là della propaganda è assolutamente chiaro che la Turchia sia più impegnata a bombardare i curdi che non le milizie islamiste di cui è divenuta retrovia logistica e madrina.

Il secondo elemento di riflessione è offerto da ciò che ormai è sotto gli occhi di tutti. Putin ha preso la decisione di fornire alla Siria un appoggio più diretto, incrementando le forniture di materiali bellici, inviando quadri militari ed altro personale. Questa ferma postura nei confronti dell’espansione dell’Isis è concordata con Teheran, che infatti sta facendo passare il ponte aereo russo. L’intervento mira a due cose: aiutare la Siria e l’Iran a chiudere la partita in primo luogo, a scongiurare un intervento diretto occidentale nel conflitto in secondo luogo, intervento che più che avere di mira i terroristi, punterebbe a rovesciare Assad e distruggere la Siria. Con la presenza sul terreno di unità russe sarà assai più difficile. Sarà difficile anche poter martellare il territorio siriano con bombardamenti che fanno il gioco delle milizia islamiste, come ha fatto a tratti Israele nei mesi passati. L’invio russo di caccia e non solamente di aerei da combattimento multiruolo o di attacco a terra da utilizzare contro le milizie serve proprio a proteggere lo spazio aereo siriano. E nel momento in cui le forze che Assad combatte direttamente sul terreno non dispongono di aviazione, il monito russo risulto più che chiaro. Mosca ha inoltre attivato un centro di coordinamento strettissimo con Siria, Iran e Iraq per mettere in comune gli sforzi contro l’Isis.

Eppure, nonostante ci si stracci le vesti per le malefatte dell’Isis, di fronte alla ferma determinazione di Putin a combattere e all’impegno russo in difesa della Siria a Washington non si riesce a far di meglio che esprimere “preoccupazione”. Quale manifestazione migliore che la vera contraddizione che attraversa la vita internazionale nella fase attuale sia caratterizzata dal braccio di ferro tra le tendenze statunitensi all’egemonia e il multipolarismo e non da un presunto scontro di civiltà?

Non è affatto in sintonia con la realtà la voce di chi chiede all’Europa di fare qualcosa per i profughi e per quelle aree di crisi. L’Europa ha già fatto molto, anzi troppo. Ha contribuito ad appiccare il fuoco, o ha volto lo sguardo altrove quando i piromani erano in azione. C’è la zampa inconfondibile dell’Occidente imperialista in queste tragedie su vasta scala. E c’è anche la miopia di intere classi politiche che ora si trovano alle prese con effetti boomerang dai quali non sanno bene come pararsi. Per questo nei confronti del dramma che sta attraversando il Mediterraneo occorre guardare un po’ più lontano. In fin dei conti risulta sterile circoscrivere il dibattito a un tira e molla tra chi alimenta la fiera dei buoni sentimenti e chi gioca con un’intransigenza pericolosa.

Si può marciare scalzi, ma non si può marciare ciechi.

1. Si allude qui alla tesi, formulata da Henri Pirenne nel suo libro Maometto e Carlomagno, di una interruzione degli scambi tra le due sponde del Mediterraneo a seguito dell’espansione islamica nel corso del VII secolo.
2. Per una storia del Mediterraneo si rimanda a D. Aboulafia, Il Grande Mare; Milano, Mondadori 2013.
3. Per approfondire alcuni aspetti posti della questione mediterranea si veda: AA. VV., a cura di F. Cassano e D. Zolo, L’alternativa mediterranea; Milano, Feltrinelli 2007.
4. Per una prima panoramica si veda: AA. VV., a cura di M. Leonardis, Il Mediterraneo nella politica estera italiana del secondo dopoguerra; Bologna, Il Mulino 2003.
5. Uno dei primi testi sul tema è: S. Silvestri, M. Cremasco, Il fianco sud della NATO: rapporti politici e strutture militari nel Mediterraneo; Milano, Feltrinelli 1980.

*L’articolo è stato pubblicato in “Gramsci oggi”- Ottobre 2015 (www.gramscioggi.org)

Spartaco Puttini

Fonte: Marx21.it

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