Che rapporto c’è tra immigrazione e finanza?Tribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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Che rapporto c’è tra immigrazione e finanza?

Uno dei temi più dibattuti e raccontati di questi giorni è certamente quello degli innumerevoli sbarchi di migranti sull’isola di Lampedusa. Tra le polemiche sulla Bossi-Fini e sul ruolo dell’Ue emerge una certezza: senza una riconsiderazione dei rapporti economici internazionali il problema non può essere risolto. Per regolamentare le immigrazione è infatti necessario contenere i movimenti dei capitali.

Fonte: Oltremedianews

Theodor Adorno nel 1949 scrisse che scrivere di poesia dopo Auschwitz sarebbe stato un atto di barbarie e alcuni, parafrasando le parole del filosofo di Francoforte, hanno sostenuto che davanti a stragi come quelle di Lampedusa non ci sia alcuna considerazione razionale che non sia destinata a risultare insignificante rispetto al disastro umano. Sicuramente a caldo risulta molto difficile costruire analisi lucide e sistematiche, ma non scrivere per non pensare sarebbe certamente l’errore peggiore possibile. Dopo lo sbarco di qualche giorno fa e i successivi ritrovamenti di circa 80 cadaveri nel Mediterraneo il dibattito sul tema dell’immigrazione si è acceso con un rinnovato vigore. Il sindaco di Lampedusa si è lamentato per i pochi mezzi economici di cui dispone per affrontare il problema, in molti hanno chiesto a gran voce l’abolizione del reato di clandestinità introdotto dalla Bossi-Fini e altri ancora hanno chiesto l’aiuto da parte dell’Unione Europea.

Inoltre nei giorni immediatamente successivi tutti ricordiamo le parole del ministro Kyenge sul funerale di Stato, la visita congiunta di Barroso e Letta sull’isola a cui si sono accompagnate energiche contestazioni, la proposta del ministroAlfano di insignire l’isola del premio Nobel per la pace, esternazioni pubbliche di cordoglio e così via. Ma il punto è che analizzando il caso umano a livello puramente psicologico o di diritto dell’immigrazione si rischia di non afferrare la situazione nel suo insieme: i flussi massivi di immigrati, con tutti ciò che ne deriva, sono in gran parte il frutto dello strapotere del liberismo occidentale. A dirlo è Emiliano Brancaccio, ordinario di Economia Politica presso l’università del Sannio, definito dal Sole 24 Ore come un “economista di impostazione marxista, ma aperto a innovazioni ispirate ai contributi di Keynes e Sraffa”.

Egli sostiene infatti con forza che disastri del genere non possano esaurirsi in manifestazioni di cordoglio pubblico dal gusto semi-pagano, ma che debbano essere inquadrate in un’ottica sistematica. “Bisognerebbe iniziare a fare i conti con il nuovo “liberismo pragmatico” di questi ultimi tempi,  che da un lato difende a spada tratta la deregolamentazione finanziaria e la relativa, la completa libertà di movimento internazionale dei  capitali, e dall’altro lato asseconda aperture alternate a repressioni sul versante delle migrazioni di lavoratori. Il problema è che fino a quando i capitali potranno liberamente spostarsi da un luogo all’altro del mondo, la quota del prodotto sociale attribuita ai profitti e alle rendite resterà indipendente e quindi prioritaria rispetto alla quota destinata al lavoro”, dice Brancaccio. Il concetto è chiaro. Se i capitali possono spostarsi all’interno dei mercati finanziari nel giro di pochissimo, rincorrendo le situazioni più profittevoli, qualsiasi Paese che non crei un ambiente economico e sociale gradito agli investitori rischia di rimanere senza finanziamenti. In particolare se gli immigrati rimanessero nei loro Paesi per chiedere condizioni di vita migliori (come lavoro sicuro, redistribuzione del reddito, maggiore impegno Statale nella crescita, protezione del reddito nazionale), gli investitori non faticherebbero minimamente a dirottare i loro fondi in Paesi più congeniali alle loro logiche di profitto.

Secondo Brancaccio, se non si interviene su questo settore, si aprono due sole alternative. O si scatena una guerra tra poveri nei Paesi da cui provengono gli immigrati, oppure si sviluppano flussi migratori che degradano la condizione di vita dei migranti e generano irrazionali moti di xenofobia e razzismo nei Paesi ospitanti. Dunque indignarsi per il reato di clandestinità o portare la questione all’attenzione dell’Ue non è sufficiente senza un ripensamento della regolamentazione finanziaria: agire sulle immigrazioni, sia incentivandole che scoraggiandole, senza “imbrigliare i capitali” rischia di rivelarsi una politica fallimentare e nociva.

Come siamo ormai abituati a sperimentare, i movimenti sui mercati finanziari, che a tutta prima potrebbero sembrare avulsi dalla vita quotidiana, produco effetti reali di una realtà disarmante.

  Fabrizio Leone

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