Chi c’è dietro l’imperialismo franceseTribuno del Popolo
sabato , 22 luglio 2017
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Chi c’è dietro l’imperialismo francese

Ogni questione, ogni accadimento hanno un perché, ed ogni perché possiede una risposta.

L’atteggiamento “imperiale” della Francia socialdemocratica, le sue scorribande in Libia, Costa d’Avorio, Mali, lo sfrenato interventismo in Siria, sono assolutamente comprensibili se analizzate secondo il marxismo-leninismo, la scienza del proletariato, e quindi la concezione organica e scientifica che esso ha del mondo, la dialettica materialistica. Analisi che svela e spiega la condotta spregiudicata non tanto di Hollande, che è un semplice portalettere, ma dei veri padroni che sono dietro di lui e che nessuno ha eletto. Uno di questi è certamente la Total, colosso multinazionale nel campo petrolifero (4′produttore al mondo dopo Shell, BP e Exxon Mobil) e del gas, degli idrocarburi, dei suoi derivati, presente anche nel settore chimico, operante nell’intera catena produttiva, nella vendita al dettaglio di tutti i prodotti sopraelencati, e come tutti i colossi, impegnati nella spasmodica ricerca di nuovi bacini di idrocarburi e giacimenti estrattivi.

Quando anni fa la cosiddetta comunità internazionale, come sempre foraggiata e diretta dall’imperialismo americano, puntò i suoi riflettori sulla giunta militare birmana, la reazione francese alla richiesta di imporre sanzioni al paese fu contraddittoria. L’allora ministro degli esteri Bernard Kouchner assicurò che nemmeno la Total sarebbe stata esentata da eventuali sanzioni contro il regime militare. L’imbarazzo era dovuto al fatto che Total sviluppava nel paese un molto attivo giro d’affari in virtù di vantaggiosissimi accordi commerciali stipulati. Ma non solo: il colosso multinazionale francese fu coinvolto, tra le altre cose, in una causa legale condotta dalla magistratura belga che lo accusava di fare ricorso ai lavori forzati, sotto il controllo dell’esercito birmano, nei confronti dei lavoratori impiegati nella costruzione di un gigantesco gasdotto. La Total smentì, pur ammettendo di aver indennizzato in passato circa 400 operai, ed affidò una “contro-indagine” (retribuita, ufficiosamente, con 25mila euro) proprio al socialista Kouchner, futuro ministro degli Esteri, noto per il suo impegno umanitario, che nel 2003 era libero da impegni politici. Il rapporto Kouchner, pubblicato sul sito della Total, fu una solenne difesa del monopolio transnazionale, che “mai e poi mai si sarebbe prestato ad attività contrarie ai diritti dell’uomo”.

Non è questa la sede per parlare del giro di mazzette e corruzione della Total nel caso della Basilicata, e neppure delle altre violazioni gravissime che la coinvolgono, così come le altre compagnie petrolifere, in materia violazioni di sovranità nazionali, e altri autentici crimini contro l’umanità. (Per limitarsi solo al caso Shell in Nigeria)

Con questa vicenda si dimostra come i monopoli privati sono in perenne conflitto con gli Stati e le istanze democratiche, che vengono asserviti imponendo gruppi di pressione, comprando influenze politiche, manipolando l’opinione pubblica, fino a dominare ogni aspetto della vita, decidendo secondo l’interesse del massimo profitto, contro gli stessi interessi nazionali e ovviamente delle masse lavoratrici. L’esercito birmano che funge da guardiano per conto della Total ci ricorda la vicenda dei Marò italiani in India, e la sbandata d’analisi che ne deriva quando si nega l’analisi scientifica e dialettica che il proletariato possiede; mentre anche i comunisti (o buona parte di essi) vennero trascinati in un dibattito sciocco sul limite o no delle acque territoriali, sull’efferatezza morale o meno dei militari nostrani, si eluse il fatto di classe fondamentale, e cioè che soldati delle forze armate di uno Stato “sovrano” erano a guardia del tesoro privato del magnate di turno.

Ma per chiarire la voglia di tornare alle gesta napoleoniche ed alle spedizioni coloniali che il Presidente Hollande sembra impersonare, basta fare due conti: la questione è semplicissima.

La brutale e violenta concorrenza inter-monopolistica spinge ad investire su sviluppo scientifico e tecnologico per primeggiare sui mercati (notare ad esempio come la telefonia mobile abbia raggiunti livelli impressionanti, si tratta praticamente di computer tascabili) e la massa di denaro richiesta per tali innovazioni è enorme.

Se restiamo nel campo petrolifero e degli idrocarburi, le multinazionali Shell, Mobil e British Petrolium molto più di altre compagnie, stanno sviluppando nuove tecnologie estrattive sia per quanto concerne il petrolio, sia gli idrocarburi. Tecnologie chiamate “non convenzionali”, un modo molto garbato per dire che sono altamente distruttive e inquinanti, e causa di potenziali rischi sismici. Tecnologie come lo Shale Gas e lo Shale Oil, che schematicamente consistono nell’estrarre gas e petrolio attraverso la frantumazione di rocce profonde. Inoltre occorre investire anche nella successiva lavorazione e trasporto di queste, e nell’assicurarsi nuovi giacimenti estrattivi.

La Exxon Mobil ad esempio ha speso 31 miliardi di dollari per assorbire la produttrice di gas Xto Energy, per liquefare il gas e spedirlo sotto forma di gas naturale liquefatto oltreoceano. La Shell ha invece investito 4,7 miliardi di dollari per ottenere la gestione assoluta del bacino Marcellus, spazzando via le disposizioni dell’Amministrazione Obama che aveva imposto di bloccare le perforazioni in Alaska.

Total è al momento presente in un consorzio denominato Gash, e costituito anche da Statoil, ExxonMobil, Gas de France SUEZ, Wintershall, Vermillion, Marathon Oil, Repsol, Schlumberger and Bayern-gas, che mira alle risorse dei giacimenti shale gas del vecchio continente, in particolare su depositi tedeschi e danesi. Ma ciò non è abbastanza per sostenere la concorrenza e l’accaparramento di nuove zone di business.

Il colosso francese, per sostenere la corsa dei concorrenti deve trovare spazi di azione soprattutto nell’ambito della ricerca energetica più tradizionale, e deve farlo in maniera piuttosto spedita. Il Mali ad esempio è un paese ad alto potenziale in cui sono stati accertati almeno cinque bacini estrattivi con petrolio sedimentato: il direttore di Total Nord Africa, Jean-François Arrighi de Casanova parlò esplicitamente di “nuovo Eldorado petrolifero” riguardo alla zona Mauritania / Mali / Niger. Infatti Total è fortemente presente anche in Mauritania. Senza contare che il Mali è terzo produttore mondiale di oro e produttore di minerale di ferro, litio, bauxite. Ma il paese africano è anche una preda cui ambiscono i capitalisti americani e qatarioti, che stanno cercando di inserirsi nella ricca zona del Sahel tra Mali e Mauritania.

L’irruenza imperialista francese è ben comprensibile, in un contesto in cui le sue multinazionali spingono con forza per evitare arretramenti strategici in determinati settori ; questo è uno dei punti che spiega l’intensificarsi del posizionamento spregiudicato francese, durante la vicenda della Libia, della Costa D’Avorio, appunto del Mali,e oggi della Siria.

Non si ha qui nessuna pretesa di definitività esaustiva, ma un sollecito a continuare l’indagine e la ricerca, in qualsiasi campo della lotta di classe, perchè attraverso l’indagine reale e concreta maturiamo elementi di comprensione e analisi oggettiva dei fatti, che sono fondamentali per una corretta lettura degli accadimenti.

Resta straordinariamente attuale la frase di Marx : La storia di ogni società sin’ora esistita è storia di lotta di classi.

Fonte: Marx 21.it

di Erman Dovis, Comitato Centrale PdCI

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