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domenica , 24 settembre 2017
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Ciao Renatina: due cose sulla Polverini (RebusMagazine)

Pochi ricordano il giorno in cui, per la prima volta, Renata Polverini prese posto negli studi di Ballarò. Ecco nemmeno io me lo ricordo: sarà che era la segreteria di un gigantesco sindacato da operetta, sarà che tra Crozza e Diamanti arriva sempre il momento di lavare i piatti, sarà che una fascista che difende i lavoratori manco Kubrick.

Tratto da RebusMagazine

A 11 (dicasi undici!) comparsate quasi consecutive la certezza che Rai3 e la sua dirigenza sedicente progressista, con la leggiadria di un Fiorito che ti si siede sullo strapuntino del treno regionale, macchinavano qualcosa.Il ragionamento dell’elité intellettuale democratica era grossomodo questo: l’unico modo per accelerare il processo di deflagrazione del PdL (per la cronaca: ancora dopo la caduta di Berlusconi siamo in attesa ma questa è un’altra storia) era legittimare ed accreditare agli occhi dell’elettorato la componente più allergica al berlusconismo, quella di Fini e dei suoi accoliti. Ed è proprio dal gorgo finiano che affiorò Renata Polverini. Al trapezzista Floris l’ingrato compito di incoronare l’ etoile del centrodestra: la Polverini, altro non era, e non è quindi che il prodotto mediatico del circo Barnum del Pd. Con l’aggravante che insieme alla Polverini è stata sdoganata l’Ugl: spietata la concorrenza tra sindacati gialli in Italia! Nel trambusto creatosi in seguito al caso Marrazzo la Polverini, candidata tempestivamente dal PdL, incassò il sostegno decisivo dei campioni dell’antiberlusconismo de Il Fatto Quotidiano. In assenza di un autorevole candidato del centro-sinistra, scriveva un Telese scopertosi questa volta corridoniano, «molti (come chi scrive) sceglieranno la Polverini. È donna, è laica, si occupa dei lavoratori. E, almeno, cosa che non guasta, è più a sinistra della Binetti».Ma nel sottobosco dei sindacati gialli si annidano dei mostri, con la testa di Pomicino e l’agilità di Denilson. La Polverini per farsi eleggere fu dapprima berlusconiana con tanto di Meno male che Silvio c’ècantata a San Giovanni sul palco, per poi dichiarare, annusato l’olezzo di carogna, «Berlusconi ha tradito il giuramento dei dieci comandamenti di piazza San Giovanni». Il resto è storia recente: buffoni di corte, ladri e fascisti.

La morale dei fascisti?

Si diceva fascisti. Con un certo sconcerto leggo su la Repubblica del 22 settembre l’articolo di Marco Lodoli Da Ponte Milvio al Circolo del tennis. La decadenza della nuova destra romana. L’autore dopo aver sbeffeggiato questa Roma bene col gomito alzato e le tasche piene, si risolve in un elogio a dir poco agghiacciante della destra che fu : «credo che la festa al Circolo del Tennis sia stato il punto più basso di tutta la storia della destra romana, probabilmente Almirante e Michelini si stanno rivoltando nella tomba: perché i fascisti di una volta erano ottusi ma seri, quasi sempre onesti, e comunque distanti mille miglia dalla tracotanza affamata dei loro eredi». Nella foga di ridicolizzare, l’autore si copre di ridicolo a sua volta. Una storia nobile della destra italiana, fatevene una ragione, non esiste: chi fucilava partigiani e civili inermi, chi assaltava le facoltà, chi piazzava le bombe nelle piazze, non può tantomeno essere definito onesto. Seri lo erano sicuramente, ma nell’eseguire gli ordini che gli davano i Padroni – sì, all’improvviso questa vetustacategoria.

E torniamo quindi alle solite: la ridefinizione del senso comune di ciò che è accettabile e di ciò che non dovrebbe esserlo. Il lettore medio, magari anche impegnato a sinistra, abbassa un attimo le difese, scruta svogliatamente il palloso fondo dell’articoletto di corredo ed ecco il colpo micidiale, che lo disorienta, che gli instilla dei dubbi che mai aveva avuto. Non aspettatevi colpi eclatanti,  prime pagine, il senso comune si altera meglio distrattamente, nel silenzio di un bel fondo. Piero Ottone docet.

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