Cie. Onu lancia l'allarme diritti umani: "Strutture italiane inadeguate" | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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Cie. Onu lancia l’allarme diritti umani: “Strutture italiane inadeguate”

L’Onu ha reso noto l’ultimo rapporto sullo stato di attuazione delle raccomandazioni per i diritti umani  a cura del Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani. I Centri di Identificazione ed Espulsione italiani (Cie) sono stati definiti come centri “del tutto inadatti a garantire una permanenza dignitosa agli immigrati”. Una vergogna tutta italiana, spesso e volentieri ignorata dai media.

L’ultimo rapporto dell’Onu  sullo stato di attuazione delle raccomandazioni Onu per i diritti umani, elaborato da ben 86 Ong e associazioni della società civile italiana, ha fornito un quadro a dir poco inclemente della situazione italiana relativa ai Cie, ovvero Centri Identificazione ed Espulsione, che sarebbero, dati alla mano, strutture del tutto inadatte a “garantire una permanenza dignitosa agli immigrati”. Il rapporto in questione ha espresso il suo inappellabile giudizio analizzando la situazione dei Cie di Roma, Torino e Bologna, tre strutture tutte considerate “palesemente inadeguate a tutelare la dignità e i diritti fondamentali dei migranti trattenuti”. Il rapporto ha bocciato quindi senza appello il sistema di accoglienza predisposto dallo Stato, e suggerisce addirittura di “abbandonare l’attuale sistema e prevederne uno più rispettoso dei diritti umani”. I Cie italiani sembrano insomma molto simili a veri e propri carceri a cielo aperto, la loro situazione sarebbe persino in peggioramento a causa del prolungamento dei tempi massimi di trattenimento  delle persone fermate a 18 mesi.  Come se non bastasse questi Cie sono centri quasi inavvicinabili, e per i giornalisti e i media è quasi impossibile entrare al loro interno per documentare in che modo sono trattate le persone detenute all’interno. Come spiega il sito si Emergency, i Cie “sono quasi sempre realtà abbastanza separate dal territorio che li ospita e le poche organizzazioni indipendenti, i pochi esponenti della società civile o i semplici giornalisti che vi vogliono accedere per monitorarne l’operato devono andare incontro a procedure abbastanza lunghe, che cominciano con una richiesta di autorizzazione alla Questura. Motivo per cui i dubbi circa un’inadeguata tutela dei diritti fondamentali dei migranti detenuti non possono che aumentare”. Qualcuno però ha deciso di rompere questo velo di omertà e di andare fino in fondo. Stiamo parlando di Raffaella Cosentino, giornalista specializzata nei diritti umani, che ha visitato ben quattro di queste strutture: Roma, Lamezia Terme e due strutture nel trapanese. La Cosentino ha riferito a Emergency che tali strutture dovrebbero essere i luoghi dove vengono momentaneamente sistemate quelle persone trovate sprovviste di permesso di soggiorno, ma in realtà accade spesso e volentieri che ci si possa rimanere rinchiusi anche per un anno e mezzo, e questo solo per ultimare l’identificazione ai fini del rimpatrio. Della vicenda si era resa conto anche la commissione Diritti Umani del Senato, che sull’argomento ha pubblicato un rapporto: “Le condizioni nelle quali sono detenuti molti migranti irregolari nei Cie sono molto spesso peggiori di quelle delle carceri”. Si parla quindi di persone ree di non avere il permesso di soggiorno che vengono trattate alla stregua di delinquenti comuni, anzi persino peggio dal momento che  il codice penale italiano non prevede il reato di tortura. I senatori che hanno scritto il rapporto hanno visitato il Cie di Santa Maria Capua Vetere, e qui avevano trovato diversi detenuti con arti fratturati, spiegati con il tentativo da parte di alcuni relcusi di fuggire. L’altro problema grave dei Cie è che spesso i detenuti non riescono a tollerare le condizioni precarie di vita delle strutture e finiscono per prendere la tragica via del suicidio; anche in questo caso la giornalista Cosentino ha fatto emergere il caso di un giovane suicida nel Cie di Roma: “Abdou Said, un egiziano di 25 anni, si è suicidato a Roma l’8 marzo dopo essere uscito dal Cie di Ponte Galeria, dove è stato per più di sei mesi. Lavorava in Libia ed era scappato dalla guerra la scorsa estate. Anche nella sua storia c’è una fuga fallita. Secondo un ex trattenuto che l’ha conosciuto nel centro, Said sarebbe stato percosso dagli agenti e avrebbe assunto a lungo psicofarmaci fino a diventare come matto”. Infine, non ultimo, vi è anche il problema dei minori stranieri soli.  Una volta accertata la minore età sei soggetti, questi vengono rilasciati, ma spesso e volentieri solo dopo alcuni giorni di detenzione nei Cie, dove i minori nel frattempo subiscono traumi psicologici devastanti. Insomma, un quadro desolante di degrado degli alloggi, assenza di spazi vitali e attività ludiche, e voci di abusi delle autorità uniti a un assistenza medica spesso precaria quando non assente, e questo al Nord come al Sud. Insomma una vergogna italiana che il Rapporto Onu ha impietosamente fotografato e reso pubblico, anche se il dibattito politico nazionale sembra avere ben altre priorità al momento.

 

 

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