Cina. A che gioco sta giocando Pechino?Tribuno del Popolo
martedì , 24 gennaio 2017
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Cina. A che gioco sta giocando Pechino?

Con l’anno nuovo sono aumentate le preoccupazioni sulla tenuta della finanza globale con le borse cinesi che hanno trascinato in basso le grandi piazze facendo così sudare freddo l’economia mondiale. A che gioco stanno giocando a Pechino? Il 2016 sarà l’anno di una nuova gigantesca crisi finanziaria globale ?

Un inizio anno molto turbolento quello in Cina con il calo delle borse che ha fatto tremare l’economia mondiale portando addetti ai lavori ed economisti a chiedersi quello che potrebbe accadere nell’immediato futuro. In particolare quello che emerge tra i commenti all’indomani del crollo delle borse è la paura dell’incertezza, ovvero la mancanza di comprensione nei confronti dei piani del governo cinese. Pechino ora vorrebbe orientare la propria economia verso la domanda interna, inaugurando un nuovo periodo di investimenti nei servizi interni, nella tecnologia e nelle infrastrutture, in questo senso si potrebbe interpretare la decisione della svalutazione dello Yuan che dovrebbe, in teoria e anche in pratica, aumentare le esportazioni cinesi verso l’esterno.

Comprendere cosa succederà nei prossimi mesi dunque non è facile, e non potrebbe esserlo. In molti si chiedono quale sarà il futuro dello Yuan, che si trova oggi ai minimi da cinque anni. Sembra quasi che una certa parte dell’Occidente speri che la Cina naufraghi, e anche in questo caso non si può dare loro torto. In ogni caso il governo cinese ha deciso di svalutare lo Yuan per un motivo preciso, ad esempio quello di aumentare la competitività dei prodotti cinesi ridando nuova linfa alle esportazioni in un periodo molto delicato per la Cina, che dopo vent’anni di tumultuosa crescita economica sta oggi cercando di differenziare i propri obiettivi a breve e medio termine.

In molti credono che Pechino nel 2008 abbia colto l’occasione della crisi economica globale cominciata dalla crisi della Lehman Brothers per tentare una veloce trasformazione della propria economia che fino a quel momento era stata unicamente trainata dalle tumultuose esportazioni. Il Politburo del Partito Comunista Cinese ha insomma deciso dopo un periodo di accumulazione capitalistica (capitalismo di Stato) di tentare di aumentare la domanda interna in modo da aumentare progressivamente anche il benessere della popolazione media. Sette anni dopo gli economisti occidentali parlano di fallimento in questa politica, ma lo fanno perchè guardano alla Cina con le lenti distorcenti della nostra ottica. In realtà la Cina resta uno dei paesi al mondo con il tasso di risparmio più alto, e anche se le esportazioni forse sono calate più del dovuto il governo cinese sembra pronto a inaugurare una nuova fase di interventismo statale che non può che fare arricciare il naso ai pasdaran della finanza.

Certo, l’aumento della disoccupazione ha colpito la Cina e la svalutazione dello Yuan serve evidentemente a recuperare competitività nel mercato globale non fosse che la svalutazione dello Yuan si riverbera come un effetto domino anche sulle borse del resto del mondo. Visto e considerato che Pechino muove il 17% delle attività economiche su scala globale, ecco che i fatti della Cina riguardano il mondo nel proprio complesso. Chiaramente lo spostamento repentino di grandi masse di valuta da un paese all’altro alimentano l’incertezza globale, inducendo molti investitori a vendere tutto prima che sia troppo tardi. Il problema però è che gli economisti continuano a guardare alla Cina come se fosse un paese governato dalla finanza quando in realtà la Repubblica Popolare Cinese è ancora guidata dal Partito Comunista Cinese, e quindi da una forte presenza statale, a differenza di tutti gli altri attori più importanti nello scacchiere della finanza globale. Di conseguenza se il 2016 sarà l’anno di una crisi sistemica globale, come molti suggeriscono, la Cina potrebbe essere l’unica superpotenza a uscirne con un progetto e una pianificazione.

Photo Credit

Gb

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