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mercoledì , 20 settembre 2017
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Cina e terrorismo: un esempio di doppia morale

L’attacco terrorista dell’1 marzo a Kunming in Cina, che ha portato alla morte di 34 persone e al ferimento di oltre 130, ha attirato l’attenzione della stampa di tutto il mondo. Di quella statunitense in particolare, con articoli che, oltre a riportare lo svolgimento dei fatti, hanno cercato di dare una spiegazione, con interviste a esperti, a quanto accaduto.

Fonte: Marx21.it

E parte del problema sta proprio in questa operazione, a partire dal fatto che le parole “terrorismo” e “terroristi” compaiono ben poco. Si prenda ad esempio l’articolo del New York Times “China Blames Xinjiang Separatists for Stabbing Rampage at Train Station” (2 marzo): i responsabili della strage sono definiti dagli autori Andrew Jacobs e Chris Buckley come “attaccanti” (“attackers”) e mai come terroristi. E quello dell’Washington Post (“Knife-wielding attackers kill 29 at Chinese train station; more than 100 injured”): l’azione non è stata condotta da terroristi, ma un “gruppo di assalitori armati di coltello”, come ci si trovasse di fronte ad una azione violenta contro una banca.

La parola “terrorismo” appare solo quando si dà la parola alle agenzie di stampa cinesi, quasi a ridimensionarla nell’ambito poco credibile della propaganda di regime. Un’operazione politico-culturale che mostra sempre più nettamente i suoi contorni: in Cina non esiste il terrorismo, semmai una serie di atti violenti frutto della disperazione di un popolo, quello dello Xinjiang, che subisce il tallone di ferro dell’oppressione di Pechino. Secondo Dilxat Rexit, un portavoce in Svezia del World Uyghur Congress, ci troviamo di fronte ad un “atto estremo compiuto da persone che ritengono di non avere altra via”.

Eppure noi in Occidente siamo abituati alle condanne secche, senza se e senza ma, degli atti terroristici; siamo abituati a stigmatizzare come fiancheggiamento o becero giustificazionismo ogni tentativo di dare una spiegazione, di scavare alla base di tali atti. No, questa operazione va fatta solo oltre i confini di un’area sacra come la nostra, dove non si proietta l’influenza occidentale. Altrove, come in Cina o in Russia, l’atto terroristico, con il suo vile portato di sangue innocente, torna ad essere fenomeno sociale che merita di essere analizzato e, perché no?, giustificato. Nessuna novità, è la solita “doppia morale” a cui siamo da tempo abituati e che, sempre da tempo, Pechino denuncia.

Questo è un commento riportato da Xinhua sulla reazione ai fatti di Kunming: “Tuttavia, alcuni organi di informazione occidentali hanno ancora preferito inquadrare le pozze di sangue innocente attraverso i vetri oscurati, ricorrendo a mezzi di manipolazione semantica, evocando associazioni inappropriate e mettendo la parola terroristi tra virgolette. Tra le righe delle loro descrizioni emergono ragionamenti scandalosi che legano la spaventosa violenza alla politica etnica della Cina e che accusano Pechino di esagerare la minaccia come pretesto per reprimere gli uiguri. La presenza di tale sospetto e tali insinuazioni è in netto contrasto con la loro assenza nel racconto dell’attentato allaBoston Marathon del 2013, per non parlare degli attacchi dell’11 settembre”.

Una “doppia morale” alla quale aveva fatto cenno anche il giornalista russo Dmitry Babich commentando la recente liberazione da Guantanamo di tre prigionieri uiguri, provenienti dallo Xinjiang, che nel 2002 erano stati prelevati da una scuola di addestramento talebana in Afghanistan. Ora sono stati inviati in Slovacchia e si chiede che tornino in Cina come liberi cittadini. E come si sarebbero liberati dalla “possessione” terrorista? Lasciamo la parola al giornalista: “I media americani, che hanno descritto la situazione di tutti i 22 uiguri detenuti di Guantanamo con una certa simpatia, hanno sottolineato che ‘nessuno degli uiguri detenuti ha ammesso di vedere gli Stati Uniti come un nemico.’ I media americani hanno anche aggiunto (sempre con una simpatia implicita per le persone con questa visione) che il comportamento del governo cinese nello Xinjiang è quello di un ‘occupazione oppressiva’. (“Uyghur Separatists: Feared in China, Pampered by the West”, The BRICS Post, 12 febbraio 2014)

Messaggio assai chiaro: se le azioni violente di alcuni “ospiti” dei campi di addestramento talebani si rivolgessero contro gli Usa si rientrerebbe nella categoria del “terrorista”, in caso contrario si è spinti in quella della minoranza oppressa.

Diego Angelo Bertozzi

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