Cina. Il "Maoismo" torna di moda nelle campagneTribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
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Cina. Il “Maoismo” torna di moda nelle campagne

Oggi l’immagine che abbiamo della Cina è quella di un paese in crescita tumultuosa tra grattacieli e nuove tecnologie. Ma a Pechino, nonostante la facciata, ci tengono anche a preservare l’ideologia comunista. Nelle campagne in particolare il “maoismo” è ancora un mito e ci sono scuole dove si studiano i grandi patrioti comunisti e si insegna la fedeltà nei confronti del partito. Si tratta delle cosiddette “scuole rosse” finanziate da figli e nipoti dei comandanti delle forze maoiste. 

La Cina è un vero e proprio universo a sè stante, così diverso e lontano dalla nostra cultura ma anche così affascinante e soprattutto ricco di storia e cultura. Difficile comprendere la Cina rimanendo ancorati a una cultura eurocentrica, ancor più difficile comprendere il cambiamento in atto in quel paese senza conoscere a fondo la cultura cinese. Ora tutti hanno un immagine della Cina che richiama immediatamente ai grattacieli di Shangai o di Hong Kong, oppure alle fabbriche che vomitano fuori a getto continuo quelle merci che raggiungono poi tutto il mondo o alla nebbia dell’inquinamento che avvolge le metropoli, eppure la Cina è molto ma molto di più. Nonostante in Cina abbiano sperimentato una crescita tumultuosa dal punto di vista economico negli ultimi dieci anni, al punto da far parlare analisti e critici di “capitalismo selvaggio“, oggi la Cina si interroga sulla propria identità e ogni tanto qualcuno si ricorda che a Pechino è ancora il Partito Comunista Cinese a detenere il potere, e non ha alcuna intenzione di ammainare la bandiera dell’ideologia comunista. Anzi l’ideologia comunista sembra essere ancora nei pensieri dei cinesi, al punto che mentre parte del Paese accelera verso la modernità, un’altra parte si sofferma invece sulle tradizioni e sul bisogno di valorizzare l’ideologia e la storia cinese. Stiamo parlando delle scuole di “maoismo”, veri e propri istituti situati quasi sempre nelle campagne intitolati ai “Martiri dell’Armata Rossa rivoluzionaria“. Uno dei più importanti si trova in quel di Luannan, distretto rurale nella provincia cinese dello Hebei, dove gli studenti si presentano nelle aule ancora con il fazzoletto al collo e il berretto con la stella rossa, lo stesso che veniva indossato dall’esercito contadino e popolare di Mao Tze Tung negli anni Trenta e Quaranta. Dunque in Cina non ci sono solo le scuole di economia all’ombra di grattacieli e Hub tecnologici, ci sono anche le scuole rurali dedicate al culto dei patrioti comunisti, e sarebbero almeno 150 in tutto il Paese, situate soprattutto nei luoghi dove l’armata di Mao ha combattuto contro i nazionalisti e gli invasori giapponesi. Spesso e volentieri queste scuole sono state costruite in luoghi simbolo e ricevono finanziamenti da quella che per certi versi è possibile identificare come “nobiltà rossa”, ovvero quei notabili oggi figli, nipoti e parenti dei comandanti delle forze maoiste. Xi Jinping, il presidente della Cina, appartiene a sua volta a questa “nobiltà rossa”, e anche se non si racconta in Occidente si tratta di un gruppo di potere importantissimo in Cina e che da moltissima importanza allo studio del comunismo e alla riscoperta del marxismo e del ruolo del partito comunista in tempi di crisi ideologica globale. In queste scuole esistono ancora monumenti e simboli che noi tenderemmo a pensare come vestigia del passato ma che invece in Cina assumono ancora un significato molto importante. L’ obiettivo di queste scuole è quello di formare “dei bravi comunisti”, ed è assolutamente normale che tutto ciò sembri strano ai giornalisti di casa nostra, abituati a un pensiero unico sempre più totalizzante, ovvero il pensiero del capitalismo globale. In Cina invece, pur non rinunciando alla modernità, continuano a tenere aperta una finestra sul passato, valorizzando l’ideologia comunista e continuando a formare dei quadri che a quella storia e a quella esperienza guardano. Del resto il Partito Comunista Cinese ha recentemente lanciato una durissima campagna contro la corruzione e ha individuato proprio nella fedeltà all’ideologia maoista, e quindi al partito, uno degli antidoti alla corruzione e al clientelismo. Dopo una fase molto lunga di espansione deregolamentata e di capitalismo di Stato quasi sfrenato infatti, Pechino sembra finalmente aver preso in maggiore considerazione anche lo sviluppo ambientale ed ecosostenibile, e soprattutto sembra apprestarsi a una fase di redistribuzione e costruzione di infrastrutture. La “bussola” del governo cinese in questi tempi di cambiamenti tumultuosi sembra essere, nonostante tutto, ancora quell’ideologia comunista che permise alla Cina di diventare una potenza mondiale.

Gracchus Babeuf

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