Cina. In scena il grande sciopero di DongguanTribuno del Popolo
mercoledì , 26 luglio 2017
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Cina. In scena il grande sciopero di Dongguan contro le multinazionali

Un grande corteo di lavoratori della fabbriche di Dongguan fa parlare di sè in Cina. Si tratta dei lavoratori della Yue Yuen Industrial Holdings che produce scarpe per tutti i più grandi marchi mondiali,dalla Reebok fino alla Converse e alla Timberland. I lavoratori hanno deciso di incrociare le braccia per chiedere maggiori salari e più tutele sul lavoro. 

Quanti ritengono la Cina un mondo fermo, a sè stante, dove non esistono tensioni sociali è protagonismo dei lavoratori, si sbaglia di grosso. Dovrebbe osservare quanto sta accadendo in questi giorni nella provincia del Guangdong, nel sud della Cina, dove i lavoratori della fabbrica della  Yue Yuen Industrial (Holdings) hanno deciso di incrociare le braccia per  rivendicare aumenti di salario, migliori contratti, il pagamento delle assicurazioni, della previdenza sociale e alloggi come previsto dal contratto. Si tratta di una fabbrica che produce scarpe per tutte le grandi marche del mondo, dalla Nike fino alla Puma, alla New Balance e alla Timberland, e che ha filiali anche in Stati Uniti, Messico, Vietnam, Indonesia e Cina appunto. I lavoratori cinesi hanno deciso di dire basta e di fermarsi organizzando uno sciopero storico che spaventa non poco le multinazionali che dipendono proprio dal loro lavoro. Alla Yue Yuen infatti lavorano oltre 60.000 lavoratori e solo nell’ultimo anno hanno prodotto 300 milioni di paia di scarpe per un utile netto di 434,8 milioni di dollari solo nel 2013.

Non è del resto la prima volta che gli operai cinesi scioperano, era già successo il 5 aprile, poi però i negoziati con l’azienda si sono arenati e le proteste sono ricominciate fino a culminare con lo sciopero del 14 aprile, forse il più grande sciopero dei lavoratori cinesi nella storia recente. I lavoratori, che provengono per lo più da altre province della Cina, secondo le leggi cinesi non possono trasferire in un’altra provincia la loro assicurazione, pagata in parte da loro e in parte dall’azienda, a meno che non venga pagato un supplemento. L’azienda  ovviamente ha però rifiutato di aiutare i lavoratori, scatenando la rabbia e la disperazione. Anche in Cina però esistono sigle come la China Labor Watch che monitorano continuamente gli standard e le condizioni di lavoro; secondo una loro recente indagine che ha coinvolto oltre 400 siti industriali, in poche parole tutti i siti controllati non avrebbero rispettato la legge cinese delle assicurazioni. Insomma Pechino ora deve fare i conti con un’opinione pubblica dei lavoratori sempre più consapevole e formata, basti pensare che nell’ultimo mese in Cina si è fronteggiata una vera e propria ondata di scioperi dei lavoratori delle multinazionali come Wal-Mart Stores Inc, ma anche negli stabilimenti della Nokia e della Samsung. Quest’ultima dopo gli scioperi ha dovuto anche aumentare i salari, mostrando quindi che la lotta, quando viene portata avanti in modo massiccio, paga. Anche in Cina.

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