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venerdì , 28 luglio 2017
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Cina: socialismo di mercato e distribuzione del reddito

In Cina [1], da qualche decennio a questa parte, si è venuta costituendo una formazione economico-sociale di tipo nuovo, non-capitalista. Lo stato cinese ha un un alto grado di controllo diretto e indiretto sui mezzi di produzione e sul processo di investimento e di accumulazione: di conseguenza, le relazioni sociali di produzione sono diverse da quelle prevalenti nei “normali paesi capitalisti.

E’ inoltre plausibile, in un senso peraltro fortemente limitato, considerare questa formazione economico-sociale come una forma di socialismo di mercato. [2] I risultati ottenuti finora in termini di crescita economica e di riduzione della povertà sono ben noti. Tuttavia, lo sviluppo della nuova formazione economico-sociale cinese è stato caratterizzato sin dall’inizio da forti distorsioni e contraddizioni di natura ecologica e sociale [3]. In linea di principio, questi gravi problemi sono superabili in una ottica “riformista”: in altre parole, senza negare alla radice la natura non-capitalista del sistema cinese, ma anzi trasformandola parzialmente e sviluppandola in una direzione più coerente con i principi fondamentali del socialismo.

In pratica, tuttavia, è diventato sempre più chiaro che i tentativi portati avanti per risolvere queste contraddizioni non hanno avuto finora l’esito sperato. Le disuguaglianze sociali hanno superato da tempo un livello che possa considerarsi accettabile secondo elementari principi etici di tipo socialista, e la stessa sostenibilità materiale e macroeconomica del sistema nel medio-lungo periodo nella sua forma attuale non può darsi per scontata. I dirigenti cinesi (anche se, a quanto pare, in un quadro lontano dalla unanimità e dal monolitismo) sembrano concordare sulla urgenza di profonde riforme strutturali, senza le quali anche il punto di forza più evidente del sistema cinese – la capacità di promuovere una fortissima crescita economica – rischia di venire a mancare.

2. Da un punto di vista macroeconomico, l’apparente stabilità dello sviluppo economico (che ha potuto vantare da molto tempo tassi di crescita del PIL vicini o superiori al 10% [4] ) nasconde due tendenze preoccupanti e in ultima analisi insostenibili. Da una parte, si è registrato un aumento continuo dell’ICOR(incremental capital output ratio), il che in pratica significa che, di anno in anno, ogni unita’ aggiuntiva di investimento ha generato sempre meno crescita in termini di PIL. Dall’altra, un aumento continuo del tasso di accumulazione, che ha ormai raggiunto livelli pazzeschi (nel 2010, per la prima volta gli investimenti globali sono stati addirittura superiori ai consumi!).[5] In parte, è stato proprio il gigantesco pacchetto di sostegno alla domanda interna lanciato per difendere il paese dalla crisi capitalistica mondiale (che ha fatto svanire improvvisamente gran parte dei mercati d’esportazione) a generare un ulteriore boom degli investimenti , soprattutto infrastrutturali ma anche immobiliari, con una inevitabile prevalenza della quantità sulla qualità. Tuttavia, era noto già da tempo che il sistema manifestava una tendenza endogena al sovrainvestimento. Quello che è certo è che gli investimenti non possono continuare ad aumentare indefinitamente a questi ritmi, e che nei prossimi anni lo sviluppo economico dovrà necessariamente basarsi in misura sempre crescente (e, alla lunga, esclusiva) sul progresso tecnologico. Grandi passi avanti in questa direzione sono stati già compiuti, e gli sforzi per rafforzare la ricerca – e più in generale il sistema nazionale d’innovazione – sono stati e sono straordinari. Ma ancora non sono sufficienti per contrastare sufficientemente le tendenze preoccupanti manifestate dalle complessive caratteristiche strutturali del tumultuoso processo di accumulazione di capitale.

3. Il maggiore problema di fondo della Cina – il paese più popoloso del mondo, guidato dal partito comunista più grande del mondo – è però un altro, qualitativamente diverso e legato solo indirettamente a quello dell’eccesso di investimento. Il socialismo non può essere soltanto crescita con pianificazione flessibile, forte ruolo economico dello stato e lotta alla povertà. L’essenza umanistica e ideale del socialismo e’ la giustizia sociale – che non e’ compatibile con livelli elevati di disuguaglianze di reddito (monetarie e non-monetarie), e tanto meno con disuguaglianze sempre crescenti.

Il proliferare di storie e storiacce sul boom dei consumi di lusso, l’arroganza dei nuovi ricchi e il diffondersi di una cultura volgarmente consumistica sono sotto gli occhi di tutti. Anche a voler ignorare queste fonti aneddotiche, i dati statistici (molti dei quali ufficiali) non mancano. L’indice di Gini, il più conosciuto indicatore di disuguaglianza dei redditi monetari [6], ha manifestato una forte tendenza crescente a a partire dalla metà degli anni ‘80 [7], ed è ormai stimato a livelli vicini o superiori a 0.50. Che la distribuzione sia sempre più polarizzata lo mostra anche il fatto che il reddito del 10% più ricco e’ ormai 23 volte maggiore di quello del 10% più povero [8]. Malgrado l’esistenza di importanti controtendenze ( a cui faro’ riferimento più avanti), le disuguaglianze hanno continuato a crescere anche negli ultimi anni [9].

Non c’è dubbio che l’enorme progresso economico del paese non sarebbe stato possibile se si fosse mantenuto l’estremo egualitarismo prevalente nella epoca pre-riformista. [10] Ed è anche vero che una parte statisticamente maggioritaria della grande disuguaglianza complessiva rivelata da questa cifra è di natura spaziale/geografica. La Cina è enorme, e per forza di cose lo sviluppo economico moderno non può cominciare contemporaneamente dappertutto. Comparare il reddito pro capite del Guandong con quello del Gansu non è la stessa cosa che confrontare il reddito della Lombardia con quello della Basilicata (semmai, si dovrebbe pensare all’Olanda da una parte e all’Egitto dall’altra). Ma è anche vero che a sua volta la disuguaglianza spaziale è causata in misura notevole dal persistere di discriminazioni istituzionali e di politica economica e sociale contro i contadini [11]. E’ inoltre presente (e in crescita) una componente della disuguaglianza di natura prettamente sociale, legata al diffondersi dell’impresa privata dei redditi non da lavoro. [12] Un’altra caratteristica perversa delle crescenti disuguaglianze è il fatto che in larga misura esse sono sostanzialmente differenze “di opportunità ” piuttosto che dovute ai diversi livelli di educazione, abilità e “sforzi” tra gli individui. Tradotto dall’economichese, le differenze di reddito tra un cinese e l’altro dipendono più (“in-giustamente”, come e’ ovvio) dalle caratteristiche socioeconomiche della famiglia da cui proviene che da fattori legati alla efficienza nella allocazione delle risorse umane e alla premiazione dei talenti personali e della dedizione al lavoro (che, almeno in parte, potrebbero considerarsi “giuste”, o almeno giustificabili).[13]

Non si può quindi non concordare con Yang Yiyong ( direttore dell’Istituto di Ricerca sullo Sviluppo Sociale della Commissione Nazionale sulla Riforma e lo Sviluppo) nel ritenere che le disuguaglianze in Cina siano ormai arrivate a un punto tale da “minacciare la sicurezza sociale…ostacolando ulteriori progressi e forse erodendo le stesse strutture sociali”. [14]

4. Non si deve però cadere nella tentazione – cosi’ diffusa tra quanti criticano la Cina da posizioni ideologiche pregiudiziali, sia da destra che da sinistra – di concludere frettolosamente che il sistema cinese e’ poco più di una forma rozza e arretrata di capitalismo, tanto più selvaggio e corrotto proprio in quanto capitalismo di stato, e che in un contesto del genere l’esplosione delle diseguaglianze non può che essere fisiologica e incontrollata. Al contrario, sono attive in Cina da tempo una serie di controtendenze, alcune delle quali prodotto di chiare scelte interventiste del governo, mentre altre scaturiscono dagli stessi meccanismi interni dell’attuale processo di crescita accelerata (nonostante tutte le sue distorsioni).

Tra le prime, la più importante e la più efficace (almeno finora) e’ costituita dal programma “andare a Ovest”, volto a indirizzare prioritariamente gli investimenti statali (soprattutto infrastrutturali) verso il centro e l’ovest, le (macro)zone più povere del paese. L’ordine di grandezza finanziario di questo grande sforzo volto a contrastare consapevolmente i segnali del mercato è immenso, e i risultati sono ormai evidenti. Da qualche anno, la Cina è riuscita ad invertire la la “naturale“ tendenza all’aumento delle diseguaglianze tra le tre grandi zone e più in generale tra le diverse province [15] cominciando quindi a ridurre una delle maggiori dimensioni della disuguaglianza a livello nazionale [16].

Di minore rilevo dal punto di vista delle risorse pubbliche investite, ma probabilmente ancora più significativa da un punto di vista intrinsecamente sociale è un’altra grande iniziativa del governo cinese, la “contro-controriforma sanitaria” volta a rimediare ai disastri causati dalla degenerazione del sistema sanitario pubblico negli anni’80 e ’90 (vedi Gabriele 2012) ).

Il governo (anche se in misura ancora inadeguata) è sempre più orientato a favore del principio elementare della salute come diritto e quindi come servizio pubblico, e deciso a combattere il perverso principio secondo il quale gli ospedali pubblici, e i medici stessi, dovrebbero guadagnare profitti.

Nel campo della salute pubblica, tuttavia, i progressi sono ancora limitati. Il livello di spesa pubblica e’ ancora gravemente insufficiente. Inoltre, le modalità stesse della riforma sono ancora minate da forti interessi costituiti e da persistenti ambiguità ideologiche, che giustificano ad esempio il persistere di un approccio basato sul principio della assicurazione medica e di altre forme di residua (e, a mio parere, mal riposta) fiducia nella possibilità di combinare anche in questo campo meccanismi di pianificazione e di mercato

Molte altre misure a favore dei gruppi sociali più poveri sono state state messe in atto, tra le quali la più importante è stata probabilmente l’abolizione della millenaria (e, ovviamente, regressiva) tassa sui contadini. [17] E’ invece aumentato, fino a diventare macroeconomicamente abbastanza significativo, il ruolo (progressivo) delle imposte sui redditi personali. Negli ultimi anni si è anche rafforzato fortemente il programma di costruzione di case popolari.

5. Tra i meccanismi pro-egualitari “spontanei” attivati dall’operare delle forze di mercato all’interno del peculiare processo di sviluppo della formazione economico-sociale cinese, il più importante è il tendenziale esaurimento del pur sterminato “esercito industriale di riserva” nelle campagne. Secondo alcuni studi, il fatidico “punto di svolta di Lewis” (il momento in cui, anche in condizioni di libero mercato e in assenza di interventi dello Stato, il flusso di contadini poveri verso l’industria urbana comincia ad affievolirsi, e quindi i salari iniziano finalmente ad aumentare parecchio, grazie al semplice interagire dell’offerta e della domanda di lavoro) sarebbe stato raggiunto intorno al 2003 [18]. E’ comunque un fatto che i salari, e specialmente i salari operai, stanno crescendo a tassi reali molto alti (spesso superiori al 10%), ormai da diversi anni. [19]

Un altro trend distributivo positivo, ancora più recente, è emerso negli ultimi due anni. Nel 2010 e nel 2011, il divario di reddito pro capite tra zone urbane e rurali è diminuito, invertendo una pervicace tendenza crescente che aveva prevalso sin dalla meta’ degli anni ’80. [20]

Infine, nel 2011, per la prima volta nella storia della Cina, la popolazione urbana ha superato in numero – secondo fonti ufficiali – quella rurale. [21] Il processo di urbanizzazione è destinato a continuare a ritmi sempre più intensi. Come dimostrato dalla esperienza di molti altri paesi (tra cui l’Italia) e dalle stesse leggi dell’aritmetica, questa tendenza (in parte spontanea, in parte promossa e pianificata dallo Stato) contribuisce fortemente alla eliminazione tendenziale della povertà rurale e delle diseguaglianze di reddito tra città e campagna.

6. Malgrado l’importanza delle controdendenze (alcune delle quali, si può sperare, sono ancora in fase embrionale, e cominceranno ad avere un impatto più forte nei prossimi anni), la diseguaglianza complessiva in Cina sembra essere ancora in aumento. Pochi pensano seriamente [22] che le controtendenze spontanee “virtuose” possano risolvere il problema da sole, nell’assenza di una fortissima volontà politica e di cambiamenti strutturali molto profondi – soprattutto in una situazione in cui la grande maggioranza della occupazione e del valore aggiunto nell’industria e nei servizi e’ ormai generata da imprese private [23], e quindi aumenta il peso relativo dei redditi non da lavoro, siano essi palesi o mascherati. [24]

Tra questi pochi non vi è, fortunatamente, il governo cinese, che anzi ha moltiplicato e intensificato progressivamente la denuncia delle eccessive diseguaglianze, l’allarme per le possibili ripercussioni sulla stabilità sociale e l’urgenza di prendere il toro per corna con misure incisive di politica economica volte a un cambiamento radicale di alcuni aspetti fondamentali dell’attuale modello di sviluppo. L’ultima iniziativa di rilievo è stata annunciata pochi settimane fa / nel maggio 2012, e porta il nome apparentemente inequivocabile di “piano per ridurre le disuguaglianze di reddito” [25]. Il piano dovrebbe essere applicato a partire dalla seconda meta’ del 2012. Non si tratta di una trovata estemporanea: per elaborarlo ci sono voluti otto anni.

I pochi dettagli del piano che sono stati resi pubblici fino ad ora lasciano spazio a qualche perplessità. Secondo Yang Yiyong, la filosofia di base del piano è la seguente: ” il governo dovrebbe rinunciare a un po’ di entrate, le imprese dovrebbero rinunciare a un po’ di profitti, e i ricchi dovrebbero rinunciare a un po’ di interessi” [26]. Si auspicano quindi, tra l’altro, misure volte a tagliare le tasse.

Questo linguaggio sembra purtroppo evocare il tipo di discorso di alcuni osservatori – sia cinesi che occidentali – secondo i quali la maggioranza dei cinesi consumerebbe troppo poco perché troppa parte del prodotto nazionale finisce nelle casse dello stato, o direttamente (attraverso,ad esempio, il peso crescente della tassazione diretta), o indirettamente ( attraverso l’aumento dei profitti delle imprese statali e parastatali).

Una simile impostazione sembrerebbe implicare la centralità (anche se non esclusiva, perché si parla anche della necessità di togliere qualcosa ai “ricchi”) e la auspicabilità di una redistribuzione di risorse dallo stato ai cittadini, come elemento fondamentale di una strategia per migliorare la distribuzione del reddito. Ora, il problema di un riequilibrio macroeconomico tra consumi e investimenti esiste sicuramente, ed è grave. Ma, a parere di chi scrive , si tratta appunto di un problema macroeconomico – i.e., semplificando enormemente, “tecnico”, socialmente neutrale, che non ha di per sé un rapporto diretto con le disuguaglianze nella distribuzione del reddito tra i diversi gruppi sociali (o, se si vuole usare un termine più pesante, tra le diverse classi sociali, che in Cina esistono eccome, anche se in forme in parte diverse da quelle prevalenti nei paesi capitalistici doc). Presentare queste disuguaglianze sociali come contraddizioni tra i cittadini-consumatori visti come una collettività indistinta e lo stato, invece che tra diversi gruppi sociali, non mi sembra analiticamente corretto. Da un punto di vista pratico, inoltre, non si vede come possa essere possibile rafforzare il ruolo redistributivo dello stato centrale – l’unico possibile motore di una strategia di riduzione strutturale delle diseguaglianze – indebolendone le entrate fiscali e parafiscali.

Tuttavia, altre dichiarazioni dello stesso Yang Yiyong e di altri alti funzionari sembrano indicare una impostazione almeno in parte differente, riflettendo contraddizioni che certo attraversano gran parte del PCC, specialmente in una materia così delicata e complessa. Ed è noto che questo grande partito, sfruttando anche una sensibilità culturale in parte diversa da quella occidentale rispetto alla categoria stessa di contraddizione, ha dimostrato più volte in passato grandi capacità di affrontarle “dialetticamente”, arrivando a soluzioni efficaci e sostanzialmente progressive.

Quello che a prima vista sembrerebbe un obbiettivo generico di indebolimento relativo dello stato viene precisato, secondo Chi Fulin [27], come uno sforzo di riforma interna dello stato stesso. Alcune sue componenti che hanno goduto finora di una autonomia diventata ormai eccessiva, e spesso anche di posizioni monopolistiche (soprattutto grandi imprese statali e parastatali) viene richiesto di “ri-orientare i loro interessi e di rinunciare ai loro privilegi … le imprese pubbliche dovrebbero contribuire di più al finanziamento della spesa sociale …i dividendi versati allo stato dalle imprese pubbliche dovrebbero aumentare , dall’attuale 10-15% a circa il 25% in cinque anni”. Si tratta in sostanza di riportare il surplus generato dalle imprese pubbliche sotto un maggiore controllo dello stato centrale [28], così da utilizzarne una parte significativa e crescente direttamente per soddisfare i bisogni primari del popolo attraverso la spesa pubblica , e quindi a condizioni non di mercato, contribuendo indirettamente ma efficacemente alla lotta contro le diseguaglianze socioeconomiche. In caso di successo, si tratterebbe di un enorme passo avanti nella direzione di un socialismo di mercato assai più autentico di quello esistente attualmente, in cui la forte presenza dello stato nell’economia verrebbe finalizzata in modo esplicito alla soddisfazione diretta dei bisogni popolari, piuttosto che alla creazione di valore di per sé e allo sviluppo economico intesi in senso ristretto e tecnocratico. [29]

Altri elementi positivi del piano ( a cui si accenna per ora solo in termini generici e possibilisti) dovrebbero essere i seguenti:

-saranno prese misure volte a regolare gli stipendi dei manager delle imprese monopolistiche pubbliche e private ad alto tasso di profitto;
- coloro che guadagnano di più pagheranno più tasse [30];
- sarebbe auspicabile stabilire degli obbiettivi quantitativi.

L’ultimo punto è forse il più significativo (anche se Yang Yiyong sembra presentarlo solo come un auspicio). L’esperienza dimostra che in Cina ( a differenza di quanto succede in quasi tutti gli altri paesi), una volta che il governo elabora e annuncia obbiettivi macroeconomici e sociali, il più delle volte fa di tutto per rispettarli – e di solito ci riesce. La versione definitiva del piano anti-diseguaglianze potrebbe contenere espliciti obbiettivi quantitativi (come, ad esempio, un indice di Gini non superiore a un certo livello x per l’anno 2020). Se fosse così, al di la’ degli aspetti tecnici, lo stato cinese starebbe dando un segnale fortissimo di volontà politica.

Alberto Gabriele, tratto da www.marx21.it

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