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sabato , 25 marzo 2017
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Cina: Sviluppo pacifico e convergenza di interessi

Nella sua relazione al 18° Congresso del Partito comunista cinese, Hu Jintao ha ribadito, per quanto riguarda la politica estera, alcune linee guida che hanno caratterizzato la politica di apertura e riforma della Repubblica popolare.

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La situazione internazionale è caratterizzata da una progressiva tendenza verso il multipolarismo e da una sempre più stretta interdipendenza. Un quadro nel quale assumono sempre maggiore forza, sia economica che politica, i Paesi emergenti e in via di sviluppo. Tuttavia permangono alcuni pericoli per la pace: il terrorismo, le diseguaglianze economiche, lo squilibrio dello sviluppo economico e “la permanenza di un crescente egemonismo e di una politica di potenza e di neo-interventismo”. Quest’ultimo accenno merita una qualche riflessione anche perché era scomparso nel discorso – anch’esso ufficiale e con tutti i crismi di vera e propria agenda politica – tenuto dallo stesso Hu Jintao nel luglio del 2011 in occasione del 90° anniversario del PCC, ma era presente nella sua relazione al 17° congresso del 2007.

L’intervento Nato contro la Libia – in quell’occasione a Pechino si parlò senza mezzi termini di “nuovo modello di interventismo umanitario” – l’appoggio alle forze ribelli e mercenarie in Siria e la politica di contenimento della Cina messa in atto dall’amministrazione Obama in Asia orientale sono concrete testimonianze di questa pericolosa tendenza e la dirigenza cinese non può certo non tenerne conto.

Per il resto Pechino conferma la sua fedeltà – pur nel quadro di una vigorosa difesa delle proprie sovranità e integrità territoriale – alla risoluzione pacifica delle controversie internazionali e il rifiuto di qualsiasi intervento negli affari interni di altri Paesi. La via scelta è, quindi, quella del dialogo e della cooperazione con le altre potenze e i Paesi in via di sviluppo sulla base del rispetto della diversità dei modelli economico-sociali da essi scelti e della consapevolezza che ogni civiltà, con la sua storia, ha qualcosa da dare a tutte le altre. Come era stato chiarito nel Libro Bianco sullo sviluppo pacifico del 2011, non esiste un modello politico ed economico universale valido per tutti i Paesi. La storia, insomma, non è finita e impone a tutte le proprie condizioni: “Nel mondo in continua evoluzione di oggi, tutte le dottrine, i sistemi, modelli e percorsi sono soggetti alla prova del tempo e alla pratica. Poiché le condizioni nazionali variano da paese a paese, non esiste una via fissa di sviluppo che si possa ritenere efficace e applicabile a tutti. Un percorso di sviluppo è praticabile solo quando si adatta alle condizioni nazionali di un paese” [1].

Senza dubbio la Cina è consapevole della crescita della propria influenza sulla scenario geopolitico e di essere ormai la seconda potenza economico e politica mondiale, tuttavia la volontà è quella di evitare una deriva da grande potenza a favore della tessitura di una vasta rete di rapporti di cooperazione economica e politica. La preferenza per il multilateralismo è accompagna dalla positiva valutazione delle cooperazione all’interno di organismi come l’Onu, il G20, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e i Brics. Un ambiente internazionale pacifico e non caratterizzato da confronti in stile “Guerra fredda” – un pericolo più volte paventato in questo periodo da Pechino – è giudicato tutt’ora indispensabile per lo sviluppo economico e sociale di una Cina che si descrive ancora come Paese in via di sviluppo impegnato nella lotta contro povertà e diseguaglianze.

In questo quadro è interessante prestare attenzione alle recenti riflessioni teoriche di Zheng Bijian, presidente dell’Istituto cinese di innovazione e strategia dello sviluppo e conosciuto come padre della teorizzazione dell’”Ascesa pacifica” della Cina che tanto ha influenzato le politica internazionale della generazione di governo guidata dal presidente Hu Jintao e che, con ogni probabilità, verrà portata avanti da quella di Xi Jingping.

In occasione di un dibattito sul dialogo tra Cina ed Europa, l’ex vice-direttore della Scuola centrale del PCC, ha proposto il concetto strategico dell’ampliamento e dell’approfondimento della “convergenza di interessi” e della costruzione di “comunità di interessi” [2]. Ribadito il carattere pacifico della crescita cinese, anche alla luce delle opportunità di sviluppo e crescita che questa offre al mondo intero, lo studioso indica per il suo Paese la necessità di “allargare gradualmente la convergenza di interessi e di costruire comunità di interessi con i suoi vicini e le regioni circostanti, così come con tutti i Paesi e le regioni”. In un ambiente internazionale caratterizzato da crescente interdipendenza e di interessi profondamente intrecciati, nel suo percorso di crescita la Cina “può e deve formare con vari Paesi e le regioni delle comunità di interessi in diversi settori e a diversi livelli che non possano essere facilmente interrotte”. Siamo di fronte, quindi, ad una “win-win strategy” (politica di mutuo beneficio) flessibile, capace di individuare, volta per volta e a seconda degli interlocutori, gli ambiti e i settori strategici della cooperazione. Una via, inoltre, per evitare l’emersione di gravi dispute con i vicini asiatici.

Nel recente discorso di Hu Jintao è evidente l’influenza di questa linea strategica: “La Cina si è impegnata ad una crescente amicizia e cooperazione in tutti i campi con gli altri paesi sulla base dei cinque principi della coesistenza pacifica. Vogliamo migliorare e far crescere le nostre relazioni con i paesi sviluppati espandendo le aree di cooperazione e affrontare adeguatamente le differenze con loro, e ci sforziamo di creare un nuovo tipo di relazioni di stabilità a lungo termine e la crescita dell’intesa con gli altri principali paesi. Continueremo a promuovere l’amicizia e la partnership con i nostri vicini, consolidare rapporti di amicizia e approfondire la cooperazione reciprocamente vantaggiosa con loro, e garantire che lo sviluppo della Cina porterà più benefici per i nostri vicini”. Alla base di questa tessitura di relazioni c’è un punto fermo riaffermato, oltre che da Hu Jintao, anche da Zheng Bijian: “la democrazia rappresenta l’andamento del mondo, ma non può essere imposta dall’esterno, né può essere raggiunto attraverso disordini. Il popolo di un Paese dovrebbe decidere il proprio approccio ai diritti umani, alla democrazia e allo stato di diritto in conformità alle proprie condizioni nazionali”.

Dalle parole possiamo riferirci a due fatti recenti – non ancora completamente testardi – per comprendere i possibili sviluppi di questa linea strategica: il lancio da parte cinese, in occasione dell’ultima riunione dell’Asean, di un progetto di costituzione della più grande area al mondo di libero scambio – e senza partecipazione degli Usa – nominata “Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP)” e l’avvio di negoziati per un’area di libero scambio con la Corea del Sud e il Giappone. Iniziativa, quest’ultima, che viene nel bel mezzo della dura contesa tra Pechino e Tokyo sulla sovranità delle isole Diaoyu/Senkaku e che, in termini di Pil, può rivaleggiare con l’Unione Europea e il Nafta nordamericano (nel 2011 gli scambi tra le tre nazioni hanno raggiunto i 690 miliardi di dollari). Secondo uno studio effettuato dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, se il trattato dovesse entrare in vigore il Pil cinese crescerebbe di un 2,9%, quello giapponese dello 0,5% e quello sudcoreano del 3,1%.

La tessitura di quest’area di libero scambio potrebbe spegnere le tensioni nate sulle rispettive rivendicazioni territoriali e aprire la strada a negoziati con altri Paesi asiatici in linea, quindi, con quanto si augura Zheng Bijian.

NOTE

1 – Per la traduzione completa in inglese del Libro Bianco si rimanda al sito ufficiale del Governo della Repubblica Popolare Cinese http://www.gov.cn/
2 – Zheng Bijian, “Convergence of interests”, 21/08/2012, China Daily

di Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

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