Cina-Taiwan: Presidenziali, movimenti colorati e spinta all'indipendenzaTribuno del Popolo
martedì , 17 gennaio 2017
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Cina-Taiwan: Presidenziali, movimenti colorati e spinta all’indipendenza

Cina-Taiwan: Presidenziali, movimenti colorati e spinta all’indipendenza

Nel panorama politico taiwanese, ormai proiettato alle legislative e presidenziali del 2016, non ci agiscono sono i nazionalisti del KMT e i democratici del DPP (Partito democratico progressista). Quest’ultimo, reduce dal successo delle elezioni amministrative, è dato come grande favorito.

Sui tradizionali equilibri politici sembra farsi sentire sempre più l’influenza di quello passato alla storia come il “movimento dei Girasoli” (il colore giallo identificava il movimento) che giusto un anno fa aveva organizzato l’occupazione del parlamento della “provincia ribelle” per bloccare un nuovo accordo economico con la Cina continentale; accordo che agli occhi degli attivisti avrebbe potuto erodere l’identità politica indipendente dell’isola-Stato. Alcuni dei suoi principali esponenti, o illustri simpatizzanti, gravitano attorno al Partito democratico progressista (DPP) – il partito che in un passato recente aveva mostrato posizioni indipendentiste – fungendo da bacino sociale ideale per il suo rinnovamento anche dal punto di vista generazionale; altri, invece, come l’accademico Yan Fu, si presentano tra i fondatori di partiti come quello socialdemocratico (SDP) oppure, da militanti dei diritti umani, del New Power Party.

Il minimo comun denominatore che sembra unire questo universo dai colori dell’arcobaleno che accoglie le più svariate rivendicazioni (politiche, etniche, ambientaliste, sessuali …) è comunque ben evidente: l’insofferenza verso la politica di progressivo avvicinamento a Pechino, verso l’approfondimento dei rapporti commerciali tra le due sponde dello stretto. Per i socialdemocratici Taiwan è a tutti gli effetti una nazione indipendente e separata. Posizione chiara con un precisa conseguenza: la messa in soffitta del cosiddetto «1992 Consensus» in base al quale Pechino e Taipei riconoscono l’esistenza di una sola Cina, pur in presenza della reciproca rivendicazione di sovranità sull’intero paese. Una cornice che ha permesso un notevole avvicinamento, anche politico con scambio di visite tra personalità di primo piano, e la conclusione di importanti accordi commerciali.

Sono posizioni che ricordano molto quelle espresse nel 1999 dall’allora presidente democratico taiwanese Li Teng-hui – e che fecero infuriare Pechino – secondo il quale «le relazioni tra la Repubblica di Cina e il continente sarebbero da considerarsi “tra Stato e Stato o quantomeno relazioni speciali tra Stato e Stato».

E il movimento degli ombrelli di Hong Kong ha fornito proprio a questo insieme di movimenti della “società civile” e di partitini ulteriori argomentazioni a sostegno della loro lotta “indipendentista”: ecco, la soluzione denghiana “Un Paese due Sistemi” non è garanzia di libertà per Hong Kong e non lo sarà neppure in prospettiva per Taipei. Va, inoltre, ricordato come le posizioni più accesamente indipendentiste convivano in tutta tranquillità con la nostalgia di un non lontano passato coloniale: “sia a Hong Kong che a Taiwan l’allontanamento dalla Cina va di pari passo con la tendenza a riabilitare il passato coloniale. Molti residenti di Hong Kong ricordano il dominio britannico, senza risentimento, alcuni con un affetto nostalgico, preferendo pensare al suo stato di diritto, come eredità, piuttosto che al rifiuto di Londra di concedere l’autodeterminazione. Gli indipendentisti di Taiwan hanno posizioni molto più morbide sul dominio giapponese rispetto a al Kuomintang.” E non è tutto, perché questa “illusione retrospettiva”  che permea la nostalgia coloniale “è particolarmente diffuso nelle giovani generazioni” (V. Louzon, YaleGlobal, novembre 2014).

Resta ora da vedere quanto le posizioni più apertamente indipendentiste possano trovare spazio nella scena politica taiwanese e influenzare l’attuale scelta pragmatica e attendista del Partito democratico progressista nei rapporti con Pechino. Tenendo presente anche le conseguenze geopolitiche di una evoluzione interna in questo senso: il “Consensus 1992” rappresenta un punto fermo nelle relazioni tra Pechino e Washington (politica di “Una sola Cina), e tra Pechino e il resto del mondo, ed una sua rottura unilaterale metterebbe a rischio la pace in Asia Orientale, rendendo anche possibile un confronto militare diretto tra le due potenze. Se in base al «Taiwan Relations Act», approvato nel 1979, Washington si è impegnato alla difesa dell’isola quale parte dell’Oceano Pacifico occidentale in caso di attacco da parte della Cina comunista, da parte sua Pechino, in base alla legge anti-secessione del 2005, non esclude il ricorso a “mezzi non pacifici” per impedire formali dichiarazioni di indipendenza.

Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

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