Colombia. La rivoluzione silenziataTribuno del Popolo
mercoledì , 26 luglio 2017
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Colombia. La “Primavera” silenziata

In Colombia siamo giunti ormai all’undicesimo giorno di sciopero generale del settore agricolo con manifestazioni e scontri violenti in tutto il Paese. Nonostante sette morti e un numero imprecisato di feriti però, i media oscurano tutto.

Siamo ormai giunti all’undicesimo giorno di sciopero generale nel settore agricolo in Colombia, ma i media mondiali sembrano avere altro a cui pensare perchè il governo di Bogotà non è un governo di sinistra bensì un fedele alleato di Washington. Eppure tutta la Colombia è stata bloccata da manifestazioni, scioperi e scontri anche violenti in tutte le principali città del Paese.  Le contestazioni degli agricoltori sono iniziate nel dipartimento di Boyacà, 130 chilometri a nordest di Bogotà, ma si sono diffuse rapidamente coinvolgendo minatori, lavoratori statali, camionisti, studenti e operai. La situazione del Paese negli ultimi mesi è precipitata e il governo con le sue politiche neoliberiste ha completamente fallito nel migliorare le condizioni di vita delle fasce più deboli della società. Nella giornata di ieri si sono avute le manifestazioni più importanti a Bogotà, Medellin e a Cali, il principale centro industriale e agricolo del sudovest del paese. In totale ci sono state 48 manifestazioni in tutto il paese. Nella capitale, Bogotà, sono scesi in piazza migliaia di persone che hanno raggiunto piazza Bolivar, protestando proprio sotto la sede del Congresso. Molti manifestanti erano con indosso le vesti tradizionali dei contadini e hanno battuto pentole e padelle gridando slogan contro il governo. Poi sono scoppiati gli scontri nella notte, con i manifestanti che si sono scontrati con la polizia in antisommossa. Per contenere i manifestanti la polizia ha usato gas lacrimogeni e secondo le prime notizie due persone sarebbero morte, di cui una per ferite da arma da fuoco. Un vero e proprio bollettino di guerra con 147 feriti e oltre 40 persone arrestate dalla polizia, accusata di aver usato troppa brutalità per disperdere i manifestanti.  Il sindaco di Bogotà, dopo l’inizio della manifestazione, aveva imposto il coprifuoco fino alle cinque di questa mattina in tre delle zone più popolate della capitale. Nonostante i morti i media preferiscono ignorare quello che succede in Colombia, e ignorare anche le rivendicazioni degli agricoltori che da anni chiedono una riduzione dei prezzi della benzina, maggiori sussidi e l’annullamento degli accordi di libero scambio con gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Questo accordo è stato firmato il 26 giugno 2012 ed è entrato in vigore l’1 agosto 2013, sancendo, de facto, la fine dei contadini colombiani in quanto l’accordo prevede l’azzeramento dei dazi doganali per favorire una liberalizzazione reciproca degli scambi commerciali, costringendo i piccoli agricoltori a una concorrenza spietata e insostenibile. Sono moltissimi gli agricoltori che hanno dovuto vendere tutto e sono stati rovinati, e al resto ci ha pensato la repressione spietata della polizia e dei militari che hanno arrestato centinaia di persone e ucciso sette persone negli scontri. I manifestanti accusano i militari di usare munizioni vere e di lanciare gas lacrimogeni all’interno delle case, ma nessuno in Occidente ha mostrato il minimo interesse per queste violazioni dei diritti umani che invece vengono sanzionate in paesi “non allineati” a Washington. Secondo il governo gli scioperanti sarebbero incitati dalle forze armate rivoluzionarie colombiane (FARC), sebbene non sia la prima volta che possibili rapporti con le FARC vengano utilizzati come pretesto per giustificare la repressione violenta. Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos, da sempre asservito a Washington, ha riconosciuto che il settore agricolo è in crisi, ma ha chiesto che il dissenso sia pacifico: “Le proteste sono giustificate, ma risolveremo i problemi attraverso il dialogo“; dialogo già, peccato che sette contadini siano morti e il primo incontro svoltosi il 26 agosto a Tunja tra governo e delegati del settore agricolo si sia risolto in un nulla di fatto. Immaginate se scontri di questo tipo fossero accaduti in Venezuela o a Cuba, sicuramente i media occidentali avrebbero messo le immagini dei contadini pestati in prima pagina, magari invocando sanzioni contro il governo “criminale” di turno. Due pesi e due misure, This is capitalism.

Gracchus Babeuf

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