Come cambia il "grande gioco" del Medio OrienteTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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Come cambia il “grande gioco” del Medio Oriente

Tutto cambia velocemente in un mondo globalizzato come il nostro. Secondo molti analisti i paesi che hanno indirettamente o meno appoggiato l’Isis ora starebbero per varare nuove strategie in Medio Oriente. Il nuovo punto fondamentale sarà l’accordo potenziale tra Stati Uniti e Iran circa la fine del programma nucleare di Teheran. Ma più che altro sembra un pretesto per trovare un nuovo equilibrio ancor più che il governo di Damasco è rimasto ancora saldamente al suo posto, diventando da nemico a potenziale collaboratore.

I tempi dello Stato Islamico sembrano ormai finiti, il Califfato infatti dopo aver ricevuto appoggi finanziari e non per almeno due anni ora sembra in netta difficoltà economica e militare. Secondo diversi analisti come Thierry Meyssan, la cui analisi è stata ripresa da Megachip.Globalist, “Sembra che tutti gli Stati che hanno sostenuto l’ISIS abbiano cessato di farlo, aprendo la strada a una ridistribuzione delle carte“. Cosa vorrebbe dire in sostanza? che gli Stati Uniti starebbero cercando di cambiare politica in Medio Oriente anche se non è così facile dal momento che per anni proprio la Casa Bianca ha investito ogni risorsa nel destabilizzare Damasco e Assad, oggi dei potenziali alleati nella lotta al califfato. Il nodo però sembra essere l’accordo tra Washington e Theran circa il programma nucleare iraniano, anche se ricordiamo che a oggi non esiste alcuna prova che indichi come Theran abbia cercato di munirsi di armi atomiche, come invece accusa a senso unico Israele. Secondo gli analisti tale accordo si baserà sulla protezione di Tel Aviv in cambio però del riconoscimento dell’influenza iraniana, e quindi sciita, in Medio Oriente. Come ha ricordato lo stesso Meyssan il 22 ottobre 2014 la “Rand Corporation principale think tank della lobby militare-industriale, ha modificato radicalmente la propria posizione. Dopo aver fatto campagna per la distruzione della Repubblica araba siriana, ha affermato che ormai, la cosa peggiore che possa accadere per gli Stati Uniti e Israele è la caduta del presidente Assad” (Alternative Futures for Syria. Regional Implications and Challenges for the United States, Andrew M. Liepman, Brian Nichiporuk, Jason Killmeyer, Rand Corporation, October 22, 2014.). Il 24 gennaio anche il New York Times si era allineato alle posizioni della Rand Corporation, auspicandosi quindi un cambiamento radicale nella politica nei confronti di Damasco. Insomma, negli Stati Uniti ovviamente odiano ancora Assad, che ricordiamolo fino a un anno fa era considerato alla stregua di un nuovo “Hitler” da eliminare, anche utilizzando jihadisti contro di lui. Oggi la situazione sul campo sembra cambiata e quindi gli Usa sarebbero disposti, pur non ammettendolo, a cambiare strategia. Il motivo è anche che la cosiddetta opposizione moderata siriana è sostanzialmente scomparsa dalla scena, impedendo quindi alla Casa Bianca di continuare sulla strada del finanziamento dei ribelli cosiddetti “moderati”. Del resto fin dall’inizio all’interno di questa variegata opposizione ad Assad si trovavano molti membri di Al Qaeda, tra cui anche il famoso Al Baghdadi che poi sarebbe diventato il Califfo dello Stato Islamico. Anche l’Arabia Saudita, come ci riporta Meyssan, ha deciso di licenziare il 30 gennaio il principe Bandar, principale responsabile del finanziamento dell’Isis, e ha proibito a chiunque di sostenere il Califfato. Anche Ankara sembra aver deciso di smettere di finanziare i jihadisti dopo le dimissioni del 6 febbraio del capo dei servizi segreti, Hakan Fidan. Nonostante questo però Erdogan e Ankara continuano a mantenere un atteggiamento ambiguo in chiave antisiriana e anticurda. Però a Washington esistono ancora forze legate a John McCain che vorrebbero continuare a utilizzare il terrorismo islamico contro i rivali regionali di Israele e Stati Uniti, e questa politica miope potrebbe portare a una nuova escalation potenzialmente globale. Da qui al punto di prima, ovvero che se la Casa Bianca e Theran troveranno un accordo sul nucleare, allora troveranno un accordo anche sul Medio Oriente, sull’Isis e su tutto il resto.

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