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sabato , 21 gennaio 2017
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Come la Siria ha ispirato la protesta turca

Come la Siria ha ispirato la protesta turca

I manifestanti anti-Erdogan hanno molte ragioni per scendere in piazza, ma il sostegno del governo ai ribelli siriani potrebbe essere la più esplosiva.

Istanbul, 12 giugno 2013, da Nena News -

I nomi dei morti sono scritti sugli alberi di sicomoro di Gezi Park a Istanbul: Fatma Erboz, 3 anni, e Ahmed Uyar, 45. Questi alberi – minacciati dal piano di sviluppo del governo che ha ispirato proteste di massa in tutta la Turchia – sono stati trasformati in memoriali per ricordare le oltre 50 persone uccise da due autobombe il mese scorso a Reyhanli, città turca al confine con la Siria.

Ieri mattina, la polizia ha cercato di spingere i manifestanti fuori dal parco con cannoni d’acqua e gas lacrimogeni – segnando forse la fine di manifestazioni per lo più pacifiche e popolari che hanno attraversato tutta la Turchia nelle ultime due settimane. Ma le questioni che hanno infiammato il Paese – dalle lamentele sulle conservatrici politiche sociali del governo islamista alla richiesta di maggior democrazia – non si cancelleranno così velocemente. E questo è vero in particolare per una questione che ha acceso la rabbia dei manifestanti contro il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan: la posizione del governo nella guerra siriana, che ha già fatto 80mila vittime.

La guerra in Siria sta polarizzando la Turchia. Secondo un recente studio di MetroPOLL Strategic and Social Research Center ad Ankara, solo il 28% dei turchi sostiene le politiche del premier sulla Siria. Fin dall’inizio del conflitto, il governo ha duramente condannato il presidente siriano Bashar al-Assad. Erdogan ha da subito sostenuto l’Esercito Libero Siriano (ELS), gruppo di opposizione al regime, e ha fatto pressioni sugli Stati Uniti perché fornisse loro armi e creasse una no-fly zone. La Turchia è cruciale per i ribelli. Offre rifugio alle loro famiglie ed è una zona sicura per pianificare e lanciare attacchi al confine. Gli affari con la Turchia forniscono ai ribelli medicine, uniformi e sigarette. Ma molti turchi sono da tempo preoccupati che tale atteggiamento possa esporli a ritorsioni da parte del governo siriano – una paura che per molti è confermata dagli attacchi a Reyhanli. Il leader dell’opposizione turca ha più volte criticato Erdogan per le sue politiche pro-ribelli, accusandolo di sostenere i “terroristi” siriani.

Infatti, le proteste contro la politica siriana del governo sono precedenti alle manifestazioni di queste ultime due settimane. Migliaia di cittadini furiosi sono scesi in strada a Reyhanli nei giorni successivi agli attacchi, dicendo di percepire una mancanza di sicurezza e di ritenere che il mercato del lavoro stesse favorendo i rifugiati siriani invece che i turchi.

Tra i manifestanti nella città meridionale di Antakya c’è Nil Esen, ingegnere che lotta per trovare un lavoro: “A causa dei ribelli siriani, siamo in bancatorra – ha scritto in un messaggio Twitter – L’economia di Antakya è terribile ora”. Recenti sondaggi mostrano che il 66% dei turchi vuole che il governo cacci i profughi siriani. E circa il 52% si oppone alla politica del governo nell’ospitare i siriani nei campi profughi in Turchia.

Attualmente centinaia di migliaia di siriani vivono negli oltre dieci campi profughi in Turchia. Reyhanli ha visto aumentare la popolazione del 50% dall’inizio della guerra, a causa dell’arrivo dei combattenti dell’ELS, di rifugiati e dei dipendenti dell’Ong. Anche coloro che mostrano simpatia per il problema dei rifugiati temono ora che la guerra in Siria possa mettere in pericolo la loro sicurezza e la loro stabilità economica. “La Turchia ha già problemi economici – dice Huseyn Kikis, dipendente di un ristorante a Istanbul – E ora i siriani vengono e cercano lavoro. Potete vedere ora tante donne siriane che chiedono l’elemosina per strada”.

I missili al confine e le autobombe sono diventati la quotidianità sia in Siria che in Turchia. Così, molti turchi sentono che la guerra dall’altro lato del confine si sta avvicinando sempre di più. Il governo turco ha attribuito le bombe di Reyhanli alla polizia segreta siriana, dichiarando che gli esecutori “pagheranno prima o poi”. La Siria ha risposto accusando i ribelli, descritti come terroristi, e criticando duramente Ankara per il sostegno che gli garantisce. Alcuni gruppi di opposizione in Turchia hanno fatto proprie le accuse siriane, attribuendo gli attacchi al Fronte al-Nusra, gruppo di ribelli affiliato ad Al Qaeda.

La scarsa copertura degli attacchi di Reyhanli da parte dei media vicini al governo e la mancanza di una lista completa delle vittime e degli arrestati ha solo fatto diffondere confusione e panico. Il desiderio del governo di scoraggiare tale copertura ha portato molti turchi a vedere gli attacchi come parte di un complotto di Stato, volto a incrementare il sostegno ai ribelli (quello che però i teorici del complotto non spiegano è perché le bombe hanno avuto l’effetto contrario).

Quando le proteste di Gezi Park a Istanbul hanno raggiunto Antakya, al confine con la Siria, le lamentele dei manifestanti erano molto più focalizzate sulla questione siriana. Molti siriani al confine hanno risposto alle proteste con rabbia e paura. “Ad Antakya cerchiamo di nasconderci e evitiamo di uscire durante le proteste – dice Razan Shalab al-Sham, noto attivista siriano che ora vive in Turchia - I siriani che sono pro-rivoluzione sono contrari alle proteste turche. La Turchia tratta i siriani meglio del Libano e della Giordania. Noi ci fidiamo di Erdogan. Abbiamo iniziato la rivoluzione per la libertà e non per dare problemi alla Turchia”.

Non tutti gli oppositori di Erdogan sulla Siria sono motivati dalle preoccupazioni per l’economia e la sicurezza. Alcuni laici turchi sono sostenitori di Assad perché lo vedono come uno scudo contro gli islamisti. Una donna a Taksim (che ha chiesto di restare anonima) ci ha detto che, se concorda con il sostegno che il governo dà ai rifugiati siriani, resta fedele ad Assad: “Il nostro governo sostiene i terroristi in Turchia come i ribelli siriani”. Tali sentimenti sono forti soprattutto tra i turchi alawiti, stesso gruppo di appartenenza della famiglia Assad. Con una popolazione di circa 10milioni di persone, i turchi alawiti rappresentanto il 15% del popolo turco. Uno dei suoi membri più noti è Kemal Kilicdaroglu, leader del partito di opposizione Republic People’s Party, uno dei più critici verso la politica siriana del premier turco. Sebbene Kilicdaroglu definisca il presidente siriano “un dittatore”, ha anche inviato una sua delegazione tre mesi fa a Damasco per far visita ad Assad. 

Ad oggi la Siria non è stata il principale elemento dietro le proteste turche. Ma la sua importanza probabilmente crescerà insieme alla guerra civile al confine, che potenzialmente aggraverà i problemi politici, economi e religiosi della Turchia.

di  Sophia Jones (Foreign Policy)

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