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lunedì , 24 luglio 2017
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Come mai, rappresentanza e partecipazione. Siamo in democrazia?

Il problema della rappresentanza sta alla base di ogni democrazia moderna. Il punto è, quanto il nostro sistema è ancora in grado di convogliare le istanze del mondo del lavoro, associazionistico e quant’altro negli strumenti di partecipazione democratica di cui dispone?

Fonte: Oltremedianews

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Votare per interessi economici o votare secondo ideologia?
A poche settimane dalle elezioni l’interrogativo incombe e, come dimostrano gli ultimi sondaggi, rimarrebbe senza risposta per poco meno del 30% degli italiani.

Una percentuale, quella degli indecisi, che sembra ormai fisiologica ma che non per questo deve nascondere l’entità di un problema di ben più ampia portata: quello del rapporto che intercorre fra politica e potere o, per essere più precisi, fra i rapporti di forza che governano il nostro paese e gli strumenti di rappresentanza che sono forniti ai suoi cittadini.

Siamo tutti davvero liberi di scegliere nel segreto dell’urna il candidato o la formazione politica che più ci piace? Quali reali prospettive ha il lavoratore di ribellarsi al proprio superiore?  E ancora, che prospettiva hanno oggi hanno gli italiani di modificare, o sarebbe meglio dire rivoluzionare, lo stato delle cose?
L’interrogativo, come è evidente, va al di là dei semplici orientamenti espressi nel corso del voto e va a toccare la reale capacità del nostro sistema di sapersi rinnovare, di saper trasformare il malessere e la protesta in proposta e di assumerne le istanze maggioritarie a proprio programma. Così, se la questione della effettiva libertà del voto oggi è più evidente, il problema si ripropone domani nelle fabbriche e negli uffici dove i dipendenti devono poter avere gli strumenti per portare avanti le loro istanze. Non stiamo parlando della nomina del singolo delegato sindacale, la quale formalmente può essere sempre garantita, ma di reali prospettive di unione delle rivendicazioni, unica via affinché il potere di chi detiene la ricchezza sia controbilanciato in maniera credibile ed efficace da chi la ricchezza materialmente la produce. E che dire del piccolo imprenditore o del singolo commerciante sottoposto ad una fortissima pressione fiscale e alle vessazioni di una burocrazia lenta ed inefficace? Quali sono i suoi reali strumenti di rappresentanza?

A differenza di tante altre tematiche colpevolmente trascurate, la questione della rappresentanza è stata ampiamente dibattuta nel corso di questa campagna elettorale. Magari non in maniera evidente, ma il problema è invece molto sentito: dalla questione generazionale agli interrogativi sull’utilità dello strumento sindacale, passando per le istanze legalitarie, per i dubbi sui finanziamenti pubblici ai partiti e, soprattutto, per l’enorme spinta di questa società civile, oggi più che mai protagonista con le sue realtà associazionistiche e i suoi comitati che rappresentano la vera inesauribile risorsa di questa società.

Giusti e legittimi interrogativi cui però troppo spesso si danno risposte semplicistiche, buone solo per gli sketch o per i litigiosi salotti televisivi della domenica. Si parla sempre alla pancia della gente ma si dimentica che proprio l’educazione ad un sapere critico e la libertà di accesso ad un’informazione plurale sono la garanzia per lo sviluppo dell’opinione pubblica, vero e proprio strumento di controllo della società su chi dovrebbe curarne gli interessi che differenzia uno stato moderno e democratico dagli antichi regimi.

Come mai allora invece di abolire semplicisticamente i sindacati a parole non ci si interroga sugli strumenti di rappresentanza del mondo del lavoro, sulla reale funzione svolta dagli stessi e sui motivi della loro “crisi di identità”? Come mai si “rottama” l’istituzione partito ma si ripropongono modalità di organizzazione del consenso poco trasparenti quando non di tipo padronale? Come mai di fronte alle ruberie dei politici si propone l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti senza pensare a controlli più adeguati alla gestione dei bilanci?
Si parla spesso di modello americano e di trasparenza ma poi si chiama la rivoluzione. Che prospettive può dare un partito finanziato dai privati se non quelle di un cambiamento nel senso e nell’interesse delle lobby che lo sostengono?

Ci si affanna infine nel garantire formalmente la libertà e la segretezza del voto, ma siamo sicuri che il cittadino di un depresso contesto meridionale sarà libero di non sostenere il potente locale di turno alla sua ennesima candidatura?

 Michele Trotta

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