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lunedì , 23 gennaio 2017
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Come mai, un paese senza ricerca

I grandi temi assenti della campagna elettorale sono la ricerca e i saperi. Argomenti rispetto ai quali nessuno negli ultimi anni ha saputo dare risposte. Così l’Italia perde 3mila laureati all’anno con uno spreco di 1miliardo di euro annuo e scivola agli ultimi posti per la produzione di brevetti. 

Fonte: Oltremedia.it

ricerca


Spendere miliardi per istruire le nuove generazioni per poi regalare i migliori ad università ed imprese esterepronte ad offrire lavoro, investimenti ed opportunità. L’esempio è quello del più classico tra i cattivi affari, ma purtroppo ci riguarda da vicino, perché è quanto accade in Italia più o meno da sempre.

Italiani, popolo di scienziati ed artisti. Sembreranno di primo acchito due attitudini opposte ed invece è proprio quel rapporto simbiotico tra ricerca ed arte e gusto per la speculazione intellettuale a fare dello scienziato italiano uno tra i più estrosi, tanto da connotarne il carattere estremamente innovativo e originale di molte delle sue invenzioni.

Di esempi la storia ce ne consegna tanti: basta pensare all’invenzione dell’elicottero, della plastica, del telefono, delle pile etc per capire quanto i nostri ricercatori abbiano nel tempo segnato l’età delle grandi scoperte. Purtroppo però non sempre è stato possibile per i nostri inventori rimanere a casa. Spesso l’Italia non è stata capace di creare le condizioni adatte, anche quel minimo di possibilità e di incentivo necessari al sapiente lavoro di cervelli fuori dal comune, per trattenere i propri geni.

Così in moltissimi nel tempo si sono visti costretti ad abbandonare il belpaese e a cercare fortuna all’estero. Una fortuna che spesse volte non è tardata ad arrivare. Basti pensare alla storia di Giampaolo, giovane di Cassola (vicino Vicenza)  laureato in biologia sanitaria con il massimo dei voti e costretto a emigrare prima a Londra e ora negli Usa dove ha avuto offerti contratti e ruoli di prestigio in università che sono punte di eccellenza mondiali nel suo campo di ricerca. «Qui non ho trovato quello che cercavo – ha detto ad un giornale locale – ma se si aprissero delle porte sarei pronto a tornare». Ora studierà i tumori dell’ipofisi.

Come Giampaolo tanti altri si sono visti costretti ad espatriare, e spesso le porte all’estero le hanno trovate spalancate. Sì perché checché se ne dica, la tanto vituperata scuola italiana forma ancora dei cervelli e lo fa anche molto bene. E questo sino all’Università, quando il meccanismo pare incepparsi.

L’abolizione dei ricercatori a tempo indeterminato ed i continui tagli ai finanziamenti per la ricerca sono solo alcuni dei fattori di criticità oggi riscontrati. Il vero problema sta nel collegamento tra il sapere accademico e la trasformazione dello stesso in valore aggiunto, il quale può essere misurato tanto come produzione, quanto come innovazione, prodotto culturale o quant’altro. Il problema non è da poco, basti pensare che ogni studente in Italia contribuisce solo per il 20% al costo economico del proprio percorso formativo, mentre lo Stato provvede per il restante 80%.
Ciò significa che nonostante i tagli decennali c’è ancora un cospicuo investimento del pubblico nel sapere. Un investimento che spesso però cade nel vuoto visto che il fenomeno della fuga dei cervelli è ben lontano da una risoluzione.

Secondo uno studio della Fondazione Lilly la fuga dei cervelli costerebbe all’Italia ben 1miliardo di euro l’anno. Sarebbero infatti il 35% dei migliori 500 ricercatori italiani a scegliere di espatriare, mentre guardando all’intera popolazione con laurea il tasso dei laureati emigranti si attesta al 7% con numeri assoluti nell’ordine di 3mila studenti all’anno.

Tra i motivi di questo fenomeno incredibilmente grave sono da annoverare lo scarso interesse dei privati nell’investire su tecnologie e su ricerche che produrranno benefici tra almeno 20anni; ma soprattutto l’entità degli investimenti pubblicinella ricerca: bassi e mal distribuiti. L’Italia spende solo l’1,1% del Pil per la ricerca collocandosi, in un’apposita graduatoria stilata a livello europeo, 36esima dietro Spagna, Repubblica Ceca, Portogallo, Estonia e Malta. Ma non è tutto, i finanziamenti sono anche distribuiti con criteri spesso discutibili ed influenzati da logiche prive di senso quando non clientelari.

Ed ecco il problema della valutazione della ricerca. La questione verte sulla possibilità e sulle migliori modalità di stilare una graduatoria e di effettuare una valutazione del lavoro svolto da un ricercatore e di valorizzarne gli studi con criteri diversi rispetto a quelli del mercato. I criteri possono essere molteplici: dai risvolti prettamente economici alle pubblicazioni, sino ad arrivare al numero di citazioni. Tante soluzioni possibili, nessuna priva di criticità: spesso si è denunciata l’esistenza di un mercato delle citazioni, altrettante volte le pubblicazioni privilegiano una materia piuttosto che un’altra.

I problemi legati alla ricerca e alle modalità con cui trasformare il sapere in valore, come vedete sono molteplici. Ma c’è ancora la volontà di puntare sul Sapere? Esiste ancora in Italia un modello di sviluppo che investa sul know-how piuttosto che sull’abbattimento dei costi della manodopera?
Se sì, come mai in campagna elettorale non si parla di Ricerca? Come mai in Italia le nostre più grandi industrie puntano sulla riduzione di salari e diritti dei lavoratori mentre in Germania la Volkswagen assume ingegneri italiani? Come mai da essere uno dei maggiori paesi produttori di brevetti oggi l’Italia ne riesce a registrare solamente 2300 a fronte dei 25mila dei tedeschi e dei 9mila dei francesi?

Michele Trotta

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