Comunali nel segno dell'astensionismo, quello che nessuno diceTribuno del Popolo
sabato , 22 luglio 2017
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Comunali nel segno dell’astensionismo, quello che nessuno dice

L’altro volto delle amministrative. L’enfatizzazione del “16 a zero” da parte del Pd cozza contro il dato sull’astensionismo tra i più alti mai registrato. Segno di una rappresentanza che non rappresenta e di una politica che non dà risposte. E il problema è soprattutto a sinistra. 

Sulle elezioni, si sà, ognuno vede nei dati ciò che più si confà alla propria analisi politica; allora spesso si è costretti ad assistere ai festival dell’ipocrisia dei salotti televisivi post-voto, dove ognuno si attribuisce meriti e veste la coccarda del vincitore. Così Alemanno (che in cinque anni ha perso 400mila voti) può diventare il sindaco sconfitto da unsistema di potere che aveva provato vanamente a scardinare, e Marino, con tutto il Pd, eroi di una “memorabile” impresa accolta con i toni enfatici che hanno gridato al miracolo e alla resurrezione del partito dalle ceneri del febbraio scorso. Vittoria del Pd dunque, o quasi, perché i numeri dicono altro.

E meno male che ci sono i numeri a ricordarci che la matematica non è una opinione (anche se nella politica delle praterie percorse dai generali senza eserciti tutto è possibile) e che sì, i nostri politici, a furia di spararle grosse, un’analisi sul voto forse non sanno nemmeno più farla. Per fortuna (o per sfortuna verrebbe da dire) che ci sono i numeri, appunto, quelli espressi in termini assoluti, che ci aiutano a scorgere una realtà ben diversa da quella ebbra e festosa che ci viene dipinta oggi dai quotidiani vicini al Pd e che gettano un’ombra inquietante su quel 16 a 0 e su quelle percentuali bulgare uscite fuori dai ballottaggi. Un’ombra senza la quale sarebbe davvero difficile riuscire a spiegare quel 63,93% conquistato da Ignazio Marino nel segno della “liberazione di Roma da Alemanno” e la contemporanea alleanza di governo tra Pd e Pdl (il partito dell’ex sindaco da cui la capitale doveva essere liberata). Perché se il Partito Democratico riesce a conquistare nelle stesse amministrative 16 grandi città su 16 non riesce a fare da solo un governo? 

Già, perché? La risposta, come detto, è tutta nei numeri assoluti. Cifre che parlano chiaro quando dicono che IgnazioMarino a Roma nel secondo turno ha preso 10mila voti in meno dello sconfitto Rutelli nel 2008 (rispetto al quale nessuno pensava si potesse fare peggio) oppure quando dicono che il Pd nella rossa Siena ha perso 6mila voti su 23mila votanti totali rispetto alla precedente tornata. Insomma, senza voler proseguire con una lunga lista, in tutti i 16 capoluoghi dove il Pd è uscito vincitore lo stesso partito perde elettori. Certo, ne perde meno rispetto ai concorrenti del centrodestra e già di per sé questo è un risultato ragguardevole non del tutto scontato di questi tempi. Ma che lo si dica chiaramente senza prendere in giro gli elettori: “Ha vinto il Pd perché sa morire più lentamente degli altri, vincono i democratici ma perde la democrazia”. Sì perché a morire, questa volta più velocemente di tutti, è la democrazia: quel 48,57% di votanti registrato al secondo turno (non meglio del 59,76% del primo) è un risultato mai visto che deve suonare come un campanello, che dico, una campana, di allarme nelle orecchie di chi oggi canta vittoria invece di prendere atto del fatto che oggi non esiste formazione politica che sappia dare risposte alle richieste dei cittadini, che, naturalmente, non vanno a votare.

E invece Epifani parla di “rivincita delle Politiche” e di “orgoglio ritrovato”, Zingaretti dice che “si chiude una pagina buia, se ne apre una bellissima”, Nichi Vendola celebra la vittoria del centrosinistra, e addirittura per il premier Letta “il voto ha rafforzato il governo”. Non meglio hanno fatto gli altri esponenti delle formazioni concorrenti. Se nel Pdl si è scatenata la solita guerra tra bande (neanche poco scontata visto che si tratta di un partito di potere), lo stesso Grillo non ha trovato di meglio da fare che prendersela con l’elettorato: “ha vinto l’Italia peggiore”, ha detto, salvo poi concentrarsi con le beghe interne al M5S che poco interessano agli italiani.

Insomma nessuno, proprio nessuno ha posto apperentemente attenzione su quello che poi è il vero dato uscente dalle urne: l’astensionismo dilagante è sinonimo di sfiducia, di domande che non trovano risposte e se questo avviene la colpa è solo di chi oggi piuttosto che impegnarsi nel ricostruire la rappresentanza, mira a riformare l’assetto istituzionale in modo da ingessare maggioranze improbabili che non rispondono agli interessi della popolazione. Interessi che poi non sono così obsoleti. Si chiede lavoro, un reddito e una aspettativa di vita dignitosi, si chiedono diritti civili e sostegni sociali, si chiedono investimenti, qualificazione della mano d’opera, politiche industriali di lunga gittata, lotta alla corruzione e alle mafie, sviluppo sostenibile, democrazia nelle istituzioni ma anche nei luoghi di produzione, redistribuzione. Soprattutto si chiede la fine del ventennio berlusconiano, se è vero che alle scorse politiche quasi il 70% degli elettori non ha votato l’ex premier. A quante di tali questioni i soggetti politici attualmente in campo riescono a dare risposte?

Sicuramente a nessuna il Pd che col principale “nemico” ha stretto alleanza e che non a caso, checché Letta ne dica,vince dove si presenta con una prospettiva di sinistra, con candidati di sinistra che rappresentano la discontinuità rispetto al passato. Ci prova Grillo, ma come troppo spesso accade quando si decide di barattare quel patrimonio di idee e di strumenti utili per analizzare la realtà, quale è l’ideologia, con la ricerca cieca del consenso, il risultato è una enorme bolla di sapone (più o meno resistente) sempre pronta ad esplodere. Ci ha provato, infine tutto ciò che è a sinistra del Pd. Qui gli strumenti non mancano, le risposte neppure, e tuttavia si è andati in ordine sparso senza chiarezza e prospettiva, senza cioè riuscire a dare all’elettore quella percezione di solidità, che, al tempo della logica del “voto utile”, determina la stessa ragion d’essere di un soggetto politico. Così Sel a Roma prende meno voti di quelli che prese la Sinistra Arcobaleno nel 2008 mentre Pdci e Rifondazione, i quali rifiutando colpevolmente a prescindere un dialogo con Marino oggi raccolgono un misero 2,2%.

Che sia arrivato il tempo di una seria riflessione sulla adeguatezza degli attuali soggetti politici? In molti sono a pensarlo, pochissimi a dirlo. Sì perché divisi come sono i più tra l’esigenza di “salvare la pelle” ingessando il quadro politico (magari con premi di maggioranza sempre più cospicui o con l’introduzione di un presidenzalismo a bipartitismo forzato), e l’evidente necessità di cambiare qualcosa (ma che cosa?), il rischio è che ogni prospettiva di rappresentanza politica della sinistra in questo paese scompaia del tutto. E allora sì che non andremo più a votare, saremo più precari, ma in compenso ci sentiremo tutti un po’ più americani.

Michele Trotta

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