Comunismo del XXI secolo. Parte III | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
mercoledì , 16 agosto 2017
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Comunismo del XXI secolo. Parte III

Continua la nostra inchiesta sul comunismo come possibile via d’uscita dalla crisi. Vediamo come e perchè, secondo noi, il comunismo nel XXI secolo possa rappresentare una seria alternativa al sistema capitalistico, mai come oggi in difficoltà e soprattutto incapace di risolvere le contraddizioni che lo alimentano.

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Quanti oggi con un ghigno affermano che il comunismo è niente altro che il frutto avvelenato del XX secolo, o sono in malafede, o probabilmente non hanno mai letto o non hanno mai capito Karl Marx. Potrebbero essere in malafede, certo, ben sapendo che il comunismo rappresenta effettivamente una valida alternativa al sistema vigente, e quindi la loro ostilità si spiegherebbe con motivazioni logiche e ragionevoli. Una cosa però è certa, analizzando il mondo odierno emerge con forza come le teorie di Marx e fatte proprie dalla tradizione politica socialista e comunista siano ancora perfette per analizzare la realtà. Il concetto della “lotta di classe”, incrostato di sedimentazioni retoriche del XX secolo, rimane valido per tutta la storia dell’uomo e dell’umanità, dalla storia antica fino a quella contemporanea, e ci indica con determinazione che è stato proprio il filosofo di Treviri a indicare una possibile soluzione. Ancora oggi a decidere ciò che va considerato accettabile, e ciò che invece deve essere deprecato, non è l’umanità nel suo complesso, bensì sono le classi dominanti, quelle classi cioè che mediante il modello di organizzazione economica capitalistica sono riuscite a permeare i gangli pulsanti della società, impossessandosi dei beni di produzione e assurgendo così al ruolo di classe preminente. Costoro non sono assolutamente la maggioranza della popolazione, nè fanno gli interessi della maggioranza della popolazione, tuttavia dominando i centri di potere capaci di irradiare nella società concetti e modelli culturali, sono riusciti a far percepire alla maggioranza della popolazione che quello sarebbe l’unico modo accettabile di gestire le cose. Cambiare tutto insomma, viene visto come un salto nel buio, ma non tanto perchè sia effettivamente così. Di certo la classe dominante avrebbe tutto da perderci da un cambiamento radicale dell’organizzazione sociale ed economica del mondo, ed è per questo che vi si oppone con tutte le sue forze, riuscendo nel capolavoro di far credere lo stesso anche alle classi che ne trarrebbero giovamento. Il comunismo, semplificando, altro non è che un sistema politico-economico che supera la “lotta di classe” elevando la classe numericamente più ampia, quella della gente comune, dei dipendenti, dei proletari, una parola mai andata di moda, dei lavoratori, a classe dominante. Solo in questo modo si avrà la garanzia di un governo che farà gli interessi della maggioranza, facendo così nel contempo anche quelli della minoranza. Con il sistema democratico capitalistico invece, chi vince prende tutto, e instaura de facto una dittatura sulla minoranza, che poi è la maggioranza inconsapevole che viene frammentata sulle linee di faglia imposte dal sistema economico che si intende servire. Per questo qualsiasi soluzione che preveda di “riformare” questo sistema, de facto fà gli interessi di chi ha regolato e organizzato questo sistema, rendendo così impossibile cambiare le cose nel medio come nel lungo periodo. Il capitalismo non è riformabile per il semplice fatto che senza un ruolo determinante dello Stato diventa impossibile armonizzare gli interessi contrastanti di classi sociali differenti, diventa impossibile armonizzare e organizzare gli interessi dei privati, che giustamente dal loro punto di vista perseguiranno sempre e comunque il proprio profitto, rifuggendo quello comune.  Secondo i “riformatori” del capitalismo insomma, lo Stato dovrebbe armonizzare il capitalismo, redistribuendo e svolgendo il ruolo di “guardiano” per evitare una anarchia distruttiva. Quando però lo Stato non ha più fondi nè risorse per esercitare questo ruolo, e in Italia sta accadendo qualcosa di simile, ecco che si pone con forza il problema del ricatto dei privati nei confronti dello Stato. Beffa delle beffe i cittadini comuni a questo punto dovrebbero premere per un ritorno dello Stato in modo così che possa tutelare i propri interessi contro quello dei privati nazionali e internazionali, e invece, guarda un pò, la società proprio ora viene bombardata di imput che vanno nella direzione opposta. Grillo e il suo Movimento Cinque Stelle  propugnano l’antipolitica, diffondono sentimenti di risentimento e rabbia nei confronti dello Stato, ponendo quindi le premesse per una ulteriore privatizzazione della cosa pubblica e per un ulteriore impoverimento dei diritti della cittadinanza. Ed è così che sono molti gli economisti che cominciano a rendersi conto che senza un ritorno del “pubblico” sarà impossibile uscire da questa crisi per la maggioranza delle persone. Delle persone, certo, perchè i gruppi di potere, le lobbies, i privati con il disprezzo per le regole, loro ce la faranno in ogni caso a lucrare e a fare profitto. Solo invertendo la tendenza, e quindi ricominciando un lavoro culturale e politico capillare e quotidiano, potrebbe nuovamente essere possibile porre le premesse per una presa di coscienza globale che liberi l’umanità dagli steccati ideologici imposti dal capitalismo per garantire la propria incontrastata sopravvivenza. Le idee però, quelle non possono ucciderle, a meno di follie. E non ci stupiremmo di assistere, magari tra qualche anno, al tentativo estremo del capitalismo di salvare sè stesso, magari ordinando una damnatio memoriae sul marxismo, l’unico pensiero che è riuscito a teorizzare e superare il suo superamento, e che per questo fà tanta paura.

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