Comunismo del XXI Secolo. Perchè è la risposta alla crisi. Cap II | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
mercoledì , 20 settembre 2017
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Comunismo del XXI Secolo. Perchè è la risposta alla crisi. Cap II

 

Abbiamo già affrontato il tema dell’attualità del comunismo e del pensiero marxista nel pieno di questa crisi qualche giorno fa. Secondo noi è proprio questo il modello che potrebbe aiutare ad affrontare il XXI secolo per coniugare crescita economica a redistribuzione e giustizia sociale.

marx

Si è già parlato del ruolo dei media nella società odierna, un ruolo centrale soprattutto nel selezionare quelli che sono i temi da gettare in pasto all’opinione pubblica. Giustamente il sistema vigente emargina le teorie marxiste in quanto le classi e le personalità che hanno in mano la gestione dei centri di potere non hanno alcun interesse alla diffusione di idee che vanno in stridente contraddizione con un sistema che invece li ha avvantaggiati notevolmente. Si arriva così a una scollatura sociale secondo la quale ciò che viene ritenuto “giusto” o comunque “inevitabile” per una classe ben definita, e minoritaria, viene presentato al contrario come inevitabile e giusto per tutta la società. Facciamo un esempio pratico: In Italia, paese a capitalismo maturo, per alleviare le sofferenze e le difficoltà di dodici milioni di famiglie in difficoltà basterebbe realizzare una Patrimoniale sui grandi patrimoni e una tassa sulle rendite finanziarie; non certo provvedimenti comunisti, eppure queste misure sono irrealizzabili, e costringono quindi i governi a reperire altrove le risorse necessarie a soddisfare i mercati, ovvero dalle tasse sulla povera gente e dal taglio massiccio dello stato sociale, la più grande conquista indiretta del fiorire del comunismo nel XX secolo. Per sopravvivere infatti il capitalismo ha dovuto prendere esempio dal marxismo, innervando all’interno della cultura del profitto anche i diritti dei lavoratori e l’istituzione di servizi sociali offerti dallo Stato. Senza queste “briciole” le masse di lavoratori sarebbero state molto più sensibili alle sirene del comunismo, e quindi bisognava gettare “l’osso ai cani” prima che fosse tardi. Funzionò. Ora però le risorse sono nuovamente finite, e non c’è più un sistema socialista o comunista capace di influenzare indirettamente il capitalismo come nel XX secolo. peccato che il capitalismo, questo capitalismo, sia ormai non riformabile, semmai può degenerare in guerre, cosa che ciclicamente, guarda un pò, capita quando i cicli sistemici del capitalismo giungono a maturità. Si capisce quindi l’energia viscerale con la quale, soprattutto in paesi come l’Italia, ci si scaglia contro l’esperienza comunista, si cerca di impedire che i pensieri di critica e rivolta nei confronti del capitalismo, sempre più montanti, si leghino attorno a una proposta politica e sistemica alternativa, il comunismo appunto.

La distorsione della storia, l’esclusione dei comunisti dalle istituzioni, sono solamente alcune tappe di un processo che ora sta arrivando direttamente a picconare tutte quelle conquiste che sono state ottenute proprio grazie allo sforzo dei comunisti. Così si cerca anche di gettare il sale sui terreni dove tali pensieri possono fiorire, ovvero le università, la scuola pubblica, la cultura. Proprio così il capitalismo, quando si trova come un animale ferito all’angolo, reagisce scagliandosi rabbiosamente contro tutto quello che non è propriamente orientato al suo stesso mantenimento. La cultura quindi diventa quasi un disvalore, un qualcosa che svia il lavoratore dal suo unico diritto/obbligo, quello di lavorare e di venire sfruttato per aumentare la produttività e gli introiti dei più fortunati.  Merita poi una ulteriore menzione il concetto di “merito”, un concetto dal complesso significato culturale, che è stato però distorto e piegato ai voleri del sistema vigente. Così i comunisti e in senso ampio la sinistra, vengono attaccati come i “difensori dei fannulloni”, identificando nello Stato un esempio di inefficacia. Il motivo è semplice, i lavoratori con un contratto statale non sono utili al capitalismo in quanto hanno la certezza di non perdere il proprio posto di lavoro, e tendenzialmente offrono servizi, non producono beni su cui lucrare direttamente. Ecco spiegata l’avversione del capitalismo neoliberista per lo Stato, Stato vuol dire tutele, mentre l’unica parola che conta per loro è il “profitto”. Il merito serve a praticare il darwinismo sociale su larga scala, e teorizzare e mettere nero su bianco differenze tra gli uomini, un divide et impera ancora una volta propedeutico al mantenimento del sistema. Emblematico in questo senso l’esempio dei call center, dove si trovano sempre personaggi che si immedesimano nell’azienda, accontentandosi di bassi stipendi e di orari massacranti in cambio del riconoscimento di quello che viene chiamato “merito”, e che altro non è, in certi, casi, un misuratore della felicità con la quale si accetta uno sfruttamento.

Il comunismo rappresenta un’alternativa a tutto questo, rappresenta il tentativo di costruire una società basata non più sul profitto fine a se stesso o regolato, ma sul benessere comune dei cittadini. In questo senso cultura, sanità, istruzione, servizi primari diventano non un servizio da dare ai cittadini come ricompensa per il proprio asservimento, bensì il fine primario del funzionamento dello Stato. Il lavoro deve diventare un modo per realizzare sè stessi, e non una schiavitù che bisogna inseguire per riuscire a sopravvivere. Non dovrebbe esserci nulla di giusto nel “faticare” facendo un lavoro mal pagato e che nulla ha a che fare con le proprie attitudini, si tratta in realtà di una vera e propria forma di servitù, mascherata dalle luci variopinte dei beni di consumo, sparse come fumo negli occhi dei cittadini, come insegne colorate che seducono gli allocchi. Tolti i beni di consumo, che produrre costa 1 e vengono rivenduti a noi e voi a 100, cosa resta della libertà e della civiltà occidentale? Restano lavori part-time, una società atomizzata, l’assenza di solidarietà, la morte della cultura e la vittoria dell’individualismo.

D.C.

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