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domenica , 24 settembre 2017
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Confindustria alla ricerca del profitto perduto

Solita solfa, “flessibilità del lavoro”, come se questa ti risolvesse i problemi. Ne hanno fin troppa dall’epoca del Pacchetto Treu e la produttività del lavoro è crollata. Nel frattempo, questi signori hanno avuto 15 anni di boom di profitti, evaporati nelle bolle azionarie e nel mattone.

Tratto da Marx21.it

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Non ci pensavano mica ad investire nelle aziende, piuttosto le spolpavano per arricchire i patrimoni familiari, i quali sono stati bruciati nella grande crisi. Ora li devono ricostituire, ma è dura, alquanto dura. Pensavano di andare in Cina per il “basso costo” del lavoro, ma quella dirigenza gli ha combinato uno “stoppino” con la reflazione salariale. Gli rimane la Moldavia, il Nord Africa, il Bangladesh, ma con questi paesi non ci fai poi molto. Unica controtendenza alla caduta del saggio di profitto la vedono nella “svalutazione salariale interna”; che poi le dimensioni delle loro aziende siano ridicole, che nessuno si quoti in borsa o che da un trentennio non investono una lira nelle loro imprese a loro importa poco.

Semplicemente non ci arrivano. Eppure, nel documento di Confindustria c’è anche altro da sottolineare. Uno dei cardini è la riforma del Titolo V della Costituzione, che nel 2001, grazie ai “geniali” Bassanini e Amato, ha dato un potere enorme alle regioni, con l’esplosione della spesa corrente e il conseguente ingrassamento del capitale commerciale. Questa massa di capitali, secondo Viale dell’Astronomia, deve ritornare nel circuito industriale, di modo che il peso del manifatturiero passi nel giro di un quinquennio dal 16,9 al 20,7% in rapporto al Pil, in un contesto di crescita “presunta” media annua del 2%. Fatti i conti ben 120 miliardi di euro devono ritornare agli industriali. A danno di chi? Fatevi un giro per le regioni e vi potrete rendere conto…Un’altra misura è la centralizzazione degli acquisti di beni e servizi degli enti locali presso la Consip: associate questa misura ad una sola voce, la sanità, e vi potrete rendere conto di quanto potere toglierebbero ai cacicchi locali, di centrodestra e di centrosinistra. Con l’abbattimento dei costi conseguenti a queste misure fiscali, si otterrebbero azioni di “protezionismo fiscale”, in luogo di quello valutario non più possibile, dirompente. Queste le azioni di “protezionismo fiscale”: abbattimento Irap, diminuzione oneri sociali e previdenziali e del costo del lavoro conseguente, diminuzione delle aliquote Ires (la voce fiscale del profitto industriale) dal 27 al 23%, diminuzione degli oneri Inail e poi, ciliegina sulla torta, aumento aliquote rendite finanziarie al 23% e, soprattutto, “armonizzazione fiscale”. Cos’è questa misura? Per capirla occorre ritornare indietro: dagli anni settanta in poi, per motivi politici legati ad interessi sia della DC sia del PCI, i governi introdussero aliquote fiscali favorevoli per cooperative, artigiani e commercianti, una massa elettorale che si ingrossava sempre più a causa del tanto decantato “decentramento produttivo”. Nel 2013 questa massa informe di operatori economici è alla base del crollo della produttività totale dei fattori produttivi date le loro, spesso, dimensioni lillipuziane. E’ la massa dei sanfedisti, colpiti duramente dalla crisi e che trovano nel documento di Confidustria presentato lo scorso 23 gennaio la mazzata finale. Non servono più, ecco il messaggio, sono un peso enorme per il ritorno della profittabilità delle imprese. Ciò avrebbe un’altra indicazione: massacrando queste categorie si potrebbe, dopo più di 40 anni, ribaltare la filosofia economica del decentramento produttivo; questi lavoratori indipendenti, ingrossando le file dell’esercito industriale di riserva, sarebbero la base di una nuova forza lavoro, spesso qualificata, da impiegare nelle aziende che nel frattempo aumentano le dimensioni e, soprattutto, “reinternalizzano” fasi produttive. Nello specifico, l’entrata in fabbrica, perché di questo si tratta, di forza lavoro prima impiegata in cooperative e, soprattutto, facente parte precedentemente di una massa enorme di lavoratori indipendenti, che ad oggi costituiscono ben il 22% dell’intera forza lavoro italiana, unita ad un aumento delle dimensioni aziendali e ad incentivi pubblici che, secondo Confindustria, devono essere finalizzati unicamente a “Ricerca e Sviluppo”, permetterebbero un aumento significativo dei margini operativi lordi e da qui al profitto industriale anche perché, spesso, si tratta di forza lavoro qualificata che può essere inquadrata in una cornice di fortissima flessibilità. Il massacro sociale, invece, nei confronti del mondo dei commercianti non farebbe altro che far ritornare plusvalore estorto, che in questi decenni si è trasformato in capitale commerciale e in rendita, al profitto industriale. Insomma, è al contempo una “guerra di classe” e una “lotta tra fratelli-nemici”. Non basta. Una massa enorme di capitali pubblici deve, secondo Confindustria, passare dalle spese correnti alle spese in conto capitale con una centralizzazione e al contempo un potenziamento delle spese per infrastrutture, soprattutto per la logistica, che permetterebbero un aumento della produttività totale dei fattori produttivi. Ma quale sarebbe il conseguente “mercato di sbocco” di quest’aumentata produzione industriale? Qui Viale dell’Astronomia è chiarissima: la quota percentuale rispetto al pil del commercio estero deve passare dal 29,7 al 36,9%. Dunque, mercato mondiale. Come si otterrebbe? Raddoppio spese per l’Istituto del Commercio estero, fortissimo potenziamento della Legge Ossola finalizzata alla penetrazione commerciale estera e aumento considerevole delle risorse finanziarie per la Simest, la merchant bank pubblica dedicata all’internazionalizzazione delle imprese. Ciò innescherebbe una ripresa della domanda interna, ma gli economisti di Viale dell’Astronomia sono chiari: signori, trovate sbocchi all’estero altrimenti perirete… Chi morirebbe? Ovvio, le micro e piccole imprese, la massa enorme dei sanfedisti cullati in questi decenni prima dalla DC e poi dal centrodestra. Anche qui ci troviamo di fronte alla “lotta tra fratelli nemici”. La “morte” di “piccoli capitalisti” salvaguarderebbe la sopravvivenza dei medio grandi imprenditori, i quali, con le masse enormi di capitali pubblici e con il “protezionismo fiscale”, otterrebbero un aumento considerevole dei profitti industriali.

Ma la domanda è la solita: cosa ne farebbero di questi profitti industriali, visto che da decenni non investono? Misteri della fede dell’economia italiana…

Siamo sicuri che una volta sistemato l’assetto interno non vengano a loro volta massacrati nel mercato mondiale, data la concorrenza sfrenata? Questo il documento di Confindustria non lo dice, anche se parla di un aumento degli investimenti del 44% in un quinquennio. Ma per stare al passo con la concorrenza mondiale, e data la stagnazione trentennale degli investimenti delle aziende italiane, la percentuale dovrebbe essere notevolmente più alta. C’è da dire in ogni caso che Viale dell’Astronomia affida il ruolo di investitore al soggetto pubblico, specie quando afferma che la ricerca universitaria dovrà avere una ricaduta sul settore manifatturiero. Come a dire: siamo incapaci di fare ricerca, fatela voi e dateci i risultati.

Se cosi è, e visto che gli investimenti li dovrebbe fare lo Stato, è azzardato dire: vabbé, date le condizioni, ritorniamo al ruolo pubblico nell’economia?

Di questo, in ultima analisi, si tratta: a questo punto le forze antagoniste sono legittimate a rivendicare un ritorno dello Stato nell’economia. Sarebbe la naturale conseguenza di quanto afferma Confindustria. O no?

Pasquale Cicalese

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