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martedì , 24 gennaio 2017
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Contraddizioni da campagna elettorale. Al Pd fa più paura Ingroia o Berlusconi?

Panoramica sugli ultimi sviluppi e sulle prospettive post-voto. Le contraddizioni interne agli schieramenti e l’avanzata delle novità politiche, dallo spacchettamento del Pdl alla miopia in casa Pd. Invece di lavoro e corruzione si parla di voto utile e inciuci in Lombardia.

Fonte: Oltremedianews

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Manca meno di un mese alle elezioni e la campagna elettorale sta entrando pian piano nel vivo. Non che l’ultimo anno di governo Monti non sia passato in un perenne clima da pre-voto con dichiarazioni e posizioni assunte dai protagonisti politici i quali hanno detto nei dodici mesi trascorsi tutto e il contrario di tutto.

Contraddizioni. Così, volendo tornare indietro nel tempo a poco più di un anno fa rimangono ancora vive le immagini del giubilo di piazza dinanzi alle dimissioni di Silvio Berlusconi, la nomina prima a senatore a vita e poi a capo di governo del suo successore Mario Monti, le piroette del Pd nel chiamare alle elezioni e poi nel sostenere un esecutivo di larghe intese. Sembrava la definitiva uscita di scena del Cavaliere, il quale solo fino all’estate scorsa confermava a più riprese di aver abbandonato la politica lasciando il partito in mano ad Angelino Alfano. Poi lo spacchettamento del partito, il Pdl che sembrava sempre più un campo minato, tutti volevano andarsene, tutti a rinnegare il loro capo, ed eccoli lì con gli amici di sempre, i verdi della lega, gli ex fascisti e compagnia bella. Vedendolo oggi, l’ex premier, sembrerebbe che negli ultimi venti anni a governare sia stato un suo sosia.

Non meglio in coerenza Mario Monti, grande estimatore di molti dei provvedimenti del governo Berlusconi, soprattutto in tema di riforma dell’istruzione e di tentativi di riforma del mercato del lavoro. Quando il professore saliva a palazzo Chigi lo faceva portando la garanzia di una sua uscita di scena al termine della legislatura, e trovando una fondamentale stampella alla propria maggioranza proprio in quel partito che più sarebbe dovuto essere lontano dalle sue visioni in tema di economia e del mercato del lavoro: il Pd. A vederlo oggi attaccare a spron battuto i suoi avversari politici viene da chiedersi dove sia finito quel professore noto per il suo aplomb intellettuale.

Che dire poi del Pd? Per quattro lunghi anni ha portato avanti un’opposizione senza fronzoli al governo di centrodestra salvo poi farci un governo assieme dopo la sua caduta. Se si fosse andati ad elezioni subito dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi sarebbe stata affermazione netta dei democratici e invece no, lo spread alle stelle, le pressioni dai piani alti delle istituzioni, le lotte interne al partito, hanno costretto Bersani nella palude del governo tecnico; con Pdl e i professori impegnati a proporre riforme ultraliberiste, il Pd costretto a votarle. Lo hanno chiamato senso di responsabilità; col senno del poi, con l’aggravamento della crisi che le misure di austerity hanno provocato viene da chiedersi chi è il responsabile della prima riforma che mette in discussione lo statuto dei lavoratori? Chi porta la responsabilità della mancata riforma della legge elettorale? Chi ha appoggiato il finanziamento degli F-35 salvo poi criticarne l’investimento in campagna elettorale? E, purtroppo, oltre a Berlusconi che le sue leggi ad-personam e le sue riforme in senso peggiorativo del sistema Italia le ha fatte, viene in mente un unico ir-responsabile: il Pd. Volendo continuare nell’analisi della posizione dei democratici vengono in mente le visioni schizofreniche delle ricette economiche, con Enrico Letta che sembra più un candidato della Lista Monti, e Stefano Fassina sincero socialdemocratico a ritrovarsi in minoranza nel proprio stesso partito.

Passando in casa Sel la contraddizione appare addirittura sulla scheda elettorale. C’è la Carta d’Intenti a sigillare l’accordo della coalizione Italia Bene Comune, è vero. Ma oggi quello stesso accordo appare come carta straccia dinanzi alle continue aperture ad un governo Pd-Monti. Cosa succederà dopo con un senato senza maggioranza? La prospettiva per i vendoliani non è delle più rosee, schiacciati come sono dalle tendenze neocentriste dei democratici e quel quarto polo di Ingroia con il quale sicuramente avrebbero molte più istanze da condividere.

Su Grillo ci sarebbe tanto da dire: dalle questioni interne sulla democrazia nel Movimento, passando per il suo non-statuto e per l’ombra rappresentata da Casaleggio, sino ad arrivare alle aperture-chiusure a Casapound. Ad oggi il M5S registra un calo dei consensi, in parte drenati da Rivoluzione Civile, in parte esautorati dall’invasione mediatica dei partiti attualmente in Parlamento.

Si è detto infine di Ingroia e della sua Rivoluzione Civile. Anche l’ex-pm ci ha abituati a continue dichiarazioni e smentite sulla sua possibile candidatura. A parte questo balletto Ingroia rappresenta una figura nuova nel contesto politico attuale. Poco da dire sul suo conto, molto sul suo programma, quello sì in contraddizione con le politiche promosse dalle forze attualmente presenti nelle aule parlamentari. Dai temi dell’antimafia alla crociata contro l’austerity, inutile dire che molte contraddizioni con i grossi apparati di partito delle forze politiche che hanno governato negli ultimi anni si sono aperti.
E forse è questo il vero peccato originale della lista Ingroia: non essere riuscita a coinvolgere il Pd su un programma riformista e di rottura col recente passato. Sarebbe stata la prima vera esperienza di governo di centrosinistra supportata da un’ampia maggioranza. L’unica prospettiva possibile per un governo di avanzamento sul tema dei diritti sociali e civili, oltre che nelle lotte contro la corruzione e la mafia.

Ed invece niente accordo e via agli attacchi frontali in una continua lotta fratricida fra possibili rappresentanti del mondo del lavoro, da anni palesemente privo di sponda politica nei palazzi del potere. Del resto, però, i matrimoni si fanno in due, e le chiamate di Ingroia alla corte di Bersani cadute nel vuoto suonano come un ennesimo atto d’accusa contro la miopia dei democratici. Quindi lo spauracchio del voto utile e gli attacchi di giornalisti e magistrati di apparato. Se il Pd utilizzasse le proprie risorse nel fare campagna contro Berlusconi e Mario Monti probabilmente vincerebbe le elezioni.

Ironia a parte il copione sembra quello già visto nel 2008, con il Pd convinto della propria autosufficienza impegnato nello screditare l’Arcobaleno che si fa soffiare i voti a destra dal Cavaliere. Con una differenza inquietante. Nel 2008 il Partito Democratico alla teoria delle due sinistre si opponeva proponendosi come l’unica Sinistra in contrapposizione con le destre rappresentate da Silvio Berlusconi. Oggi, con un quadro politico così scomposto, il Pd non solo non accetta l’abbraccio delle forze alla sua sinistra, ma guardando ad un accordo post-voto con Monti è costretto a rinunciare alla propria vocazione riformista. L’affermazione non è una supposizione di circostanza, ma segue i criteri della logica: se così non fosse come spiegare il rifiuto del dialogo con Rivoluzione Civile e l’apertura ai voti del centro?

Michele Trotta

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