Contro il reato di clandestinità e per un diverso approccio al tema delle migrazioniTribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
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Contro il reato di clandestinità e per un diverso approccio al tema delle migrazioni

Contro il reato di clandestinità e per un diverso approccio al tema delle migrazioni 

Il tema delle migrazioni è solitamente una questione banalizzata dalle forze politiche, le quali molto spesso ricorrono ai luoghi comuni per affrontare un fenomeno che comprendono poco e male. L’immigrato può diventare quindi colui che ruba il lavoro, il delinquente, il terrorista, l’esule che fugge dinanzi a persecuzioni politiche e religiose, il povero bisognoso della pietà e dell’elemosina del mondo ricco.

Quasi mai ci si sofferma sulle cause che spingono masse di gente ad abbandonare la propria terra e la famiglia e a mettere a rischio la vita per ottenere condizioni esistenziali migliori, che spesso tuttavia rimangono un lontano miraggio. Solo agendo su queste cause, legate strettamente a forme vecchie e nuove di colonialismo, la politica internazionale potrà ridurre drasticamente il fenomeno migratorio. È oltremodo semplicistico limitarsi a proporre la soluzione dell’accoglienza, che rimane comunque auspicabile, o ad avanzare la deprecabile idea di chiudere ermeticamente le frontiere europee; in ogni caso si tende a nascondere le responsabilità colossali del cosiddetto Nord del mondo in relazione alle guerre che insanguinano il pianeta e alle enormi disparità socio-economiche esistenti a livello globale.

Di recente Grillo e Casaleggio, esprimendo la posizione del non-partito di cui sono proprietari e sconfessando alcuni loro dipendenti-senatori un po’ troppo autonomi, si sono dichiarati contro l’eliminazione del reato di clandestinità, ponendosi contro qualsiasi principio di solidarietà internazionale e facendo leva su abusati luoghi comuni, ben evidenti nel seguente passaggio estrapolato da un comunicato del duo suddetto: «questo emendamento [dei due senatori del M5S, nds] è un invito agli emigranti dell’Africa e del Medio Oriente a imbarcarsi per l’Italia. Il messaggio che riceveranno sarà da loro interpretato nel modo più semplice “La clandestinità non è più un reato“. Lampedusa è al collasso e l’Italia non sta tanto bene. Quanti clandestini siamo in grado di accogliere se un italiano su otto non ha i soldi per mangiare?».

Secondo questa affermazione l’abolizione del reato di clandestinità costituisce un incentivo al fenomeno migratorio, il quale avrebbe ricadute negative sulle già precarie condizioni di vita dei lavoratori italiani; una tale posizione sulla questione delle migrazioni non fa che alimentare lo scontro inter-etnico tra lavoratori autoctoni e immigrati e risulta sostanzialmente simile all’idea secondo la quale lo straniero ruberebbe il lavoro agli italiani. Dubito fortemente che i migranti, prima di decidere di intraprendere viaggi estremamente pericolosi e costosi, si chiedano se in Italia o in un altro paese esista un reato di clandestinità, il quale pertanto non può che essere inutile per bloccare il fenomeno, come d’altra parte le statistiche stanno a dimostrare. L’introduzione di un tale reato fu in realtà funzionale alla propaganda politica della destra berlusconiana, in particolare della Lega Nord, che nel momento dell’acuirsi della crisi economica internazionale e dell’aumento della disoccupazione in Italia cercò di trovare un facile capro espiatorio a cui attribuire le colpe per il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori italiani. Grillo e Casaleggio, quindi, su questo tema, si rifanno direttamente alla propaganda di stampo leghista: l’immigrato ruba il lavoro agli italiani e perciò va fermato anche tramite il ricorso alla legge. D’altra parte già sullo ius soli Grillo si è dimostrato vicino alla retorica della Lega o di un La Russa.

Da marxista non posso non vedere nell’affermazione di Grillo un significato più profondo, cioè una visione della società totalmente in linea con quel capitalismo liberista sostenuto dai partiti al governo dei quali si proclama strenuo oppositore.

Gli imprenditori, in generale, traggono vantaggi dalla presenza della massa lavoratrice dei migranti: quest’ultima, aumentando l’offerta di forza lavoro a basso costo e l’esercito industriale di riserva, per giunta spesso costretta alle condizioni inaccettabili del lavoro nero, finisce per essere sfruttata dalla classe padronale come un’arma di ricatto nei confronti degli stessi lavoratori autoctoni, ai quali impone quindi la riduzione dei salari e dei diritti. La soluzione al problema non può essere il conflitto tra lavoratori di diversa origine etnica, come vorrebbe Grillo, ma va ricercata nella lotta per la costruzione di una società diametralmente diversa da quella attuale. Il continuo sviluppo delle forze produttive può essere infatti coniugato con la piena occupazione e con il benessere generale dei lavoratori, italiani e non, se si realizzano tre condizioni che sono centrali per noi comunisti: 1) la distribuzione all’interno della società, attraverso un aumento dei salari e il finanziamento di servizi di interesse collettivo, del plus-valore determinato dal processo produttivo; 2) perché il primo punto si possa realizzare, è determinante affidare allo Stato un ruolo centrale nella produzione e nello sviluppo economico in generale, limitando quindi la proprietà privata dei mezzi di produzione e, di conseguenza, la privatizzazione dei profitti; 3) la riduzione degli orari di lavoro.

Ritengo inoltre che una soluzione vera e propria alla questione migratoria risieda in una diversa impostazione delle relazioni internazionali tra gli Stati, che bandisca le logiche predatorie dell’imperialismo e, quindi, lo strapotere economico e politico esercitato a livello globale dalle multinazionali dei paesi ricchi.

Il colonialismo otto-novecentesco impedì di fatto un autonomo sviluppo delle economie e delle società extraeuropee, costrette a conformarsi agli interessi delle imprese monopolistiche che si stavano affermando in Europa. Il saccheggio delle risorse, lo sfruttamento feroce della manodopera indigena, le acute divisioni etniche e sociali alimentate dagli europei per rafforzare il proprio dominio coloniale furono solo alcune delle conseguenze che la cosiddetta “Rivoluzione industriale” europea ebbe per l’Africa e l’Asia. Una parte piccola della popolazione del pianeta, costituita dai magnati europei e nordamericani dell’industria e della finanza,  si arricchiva sulle spalle del resto del mondo.

Il processo di decolonizzazione, in gran parte, ebbe esiti non positivi, nel senso che all’autonomia politica fece seguito il ritorno di un predominio economico delle ex madrepatrie, le quali avevano il monopolio delle tecnologie e delle risorse finanziarie necessarie allo sviluppo. Gli Stati del mondo ricco, infatti, hanno sempre operato nei decenni successivi alla decolonizzazione per favorire la penetrazione delle proprie multinazionali nei paesi del cosiddetto Sud del mondo. Le multinazionali, facendo ricorso alla corruzione delle classi dirigenti di questi paesi e alimentando i conflitti, si assicurano i profitti derivanti dall’estrazione e dalla commercializzazione delle risorse, mentre la stragrande maggioranza dei popoli del mondo non trae nessun giovamento dalle ricchezze del sottosuolo. Come non collegare, per esempio, le guerre che insanguinano il Congo alle necessità delle multinazionali di rifornirsi delle risorse di cui è ricco questo paese, in particolare del coltan, da cui si estrae un metallo particolarmente prezioso per la produzione di cellulari e computer? Come spiegarsi la povertà di un paese ricco di petrolio come la Nigeria se non prendendo in considerazione il legame politico ed economico tra i governanti nigeriani e le multinazionali occidentali del petrolio? Come non collegare l’aumento della presenza di siriani tra i migranti alla guerra per procura scatenata contro la Siria da Stati Uniti, Israele,Turchia e da altri paesi europei e medio-orientali?

Il tema delle migrazioni, pertanto, non può essere disgiunto da quello del neocolonialismo, il quale continua ad alimentare i fenomeni da cui i migranti fuggono e di cui i paesi ricchi sono perciò ampiamente responsabili: la povertà e le guerre.

Per eliminare tali fenomeni bisogna reimpostare le relazioni internazionali in base al principio di cooperazione, secondo il quale gli Stati ricchi, che ormai da secoli saccheggiano il resto del mondo, devono aiutare disinteressatamente i paesi poveri e in via di sviluppo a dotarsi di tecnologie e conoscenze tecniche e scientifiche, cessando allo stesso tempo sia le ingerenze politiche, sia il saccheggio delle risorse.

Giorgio Raccichini, segretario PdCI, Federazione di Fermo

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