"Coolies" cinesi nelle trincee d'Europa: si rompe il silenzioTribuno del Popolo
martedì , 24 gennaio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:
“Coolies” cinesi nelle trincee d’Europa: si rompe il silenzio

“Coolies” cinesi nelle trincee d’Europa: si rompe il silenzio

Che gli equilibri internazionali stiano cambiando lo rivelano anche notizie meno eclatanti rispetto a quelle relative a accordi, scontri o manovre militari. Nel quadro delle celebrazioni sul centenario della Prima guerra mondiale, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian ha reso omaggio, deponendo una corona di fiori di fronte a una stele commemorativa in un parco nel quartiere cinese di Parigi, alla memoria dei 140mila “coolies”  cinesi (in sostanza ridotti a condizione servile e trasportati come bestiame) che sul fronte francese hanno scavato trincee, pulito mezzi corazzati e lavorato nelle fabbriche di armi, vivendo da segregati in edifici fatiscenti, con paghe da fame.

Così, finalmente, un piccolo squarcio si è prodotto nelle commemorazioni ufficiali degli “eroismi” di quella orribile carneficina. Qualche parola è stata spesa anche per quei figli della ancora neonata Repubblica cinese che hanno versato sangue e sudore “per salvare la civiltà occidentale, quando le potenze occidentali erano determinate a uccidersi a vicenda con qualsiasi cosa a loro disposizione” (Xu Guoqi “Strangers on the Western Front”); quando le stesse potenze erano altrettanto determinate nel proseguire la politica di rapina nei confronti dell’ex Celeste Impero.
Circa 140mila cinesi hanno lavorato in Francia per le truppe alleate in porti, miniere, fattorie e fabbriche di munizioni. Provenienti dalla province orientali e settentrionali venivano caricati su navi – alcune delle quali affondate dai colpi dei nemici – che fermavano a Saigon, Bombay, Porto Said e Marsiglia, oppure viravano a Città del Capo per essere scaricati a Le Havre, mentre altri attraversavano il Pacifico alla volta di Vancouver o del Canale di Panama. Giunti in Canada venivano ammassati in convogli come bestiame e trattati come criminali, bestie da traino della macchina da guerra occidentale, marchiati dal razzismo dei colonizzatori: “vettori di malaria” e “massa indisciplinata”. Gli Alleati dell’Intesa vollero i cinesi come pseudo-schiavi, trasportati sulle ferrovie costruite nelle concessioni strappate all’indebolito e vessato Impero di Mezzo, ma non come soldati di un Paese sovrano. No, la Cina avrebbe potuto chiedere un riconoscimento troppo grande per il sangue versato dai suoi figli: la fine dall’oppressione straniera che l’aveva ridotta a “ipocolonia”. Nella Russia zarista 10mila cinesi – ricorda lo scrittore Mark O’Neill autore di “From the Tsar’s Railway to the Bolshevik Revolution” – insieme ai prigionieri di guerra tedeschi e austriaci, alla costruzione degli oltre mille km di ferrovia che avrebbe collegato San Pietroburgo a Murmansk: al gelo, al buio e con turni di oltre 20 ore al giorno. Sforzi, malnutrizione, malattie e mancanza di abiti adeguati portarono alla morte di 400 cinesi. Con lo scoppio della rivoluzione alcuni dei sopravvissuti passarono dalla parte dei bolscevichi, e tra questi Liu Fu: “Abbiamo iniziato a comprendere una verità che ci era sconosciuta: i poveri possono prendere il potere nel loro Paese, invece di girare per il Mondo alla ricerca della felicità”. Poco dopo divenne – prima di morire nella guerra civile contro i “bianchi” – comandante del battaglione bolscevico “Aquila Rossa Cinese”.

I principi del presidente Usa W. Wilson, quelli della libertà delle nazioni, si fermarono di fronte alle “razze dei dominati”. Studenti e lavoratori cinesi volsero altrove le proprie speranze: alla Russia sovietica, all’invito rivolto da Lenin ai popoli coloniali a sollevarsi e a liberarsi.

A simboleggiare il rapporto “semicoloniale” che le potenze occidentali avevano, di fatto, instaurato con la Cina non c’è stato solo il citatissmo cartello che, nelle concessioni strappate progressivamente al Celeste Impero, vietava “l’ingresso a cani e cinesi”. C’è altro: la Gran Bretagna distribuì medaglie di riconoscimento in argento e con nome inciso a chi partecipò allo sforzo bellico. Ma così non fu per i cinesi: quelle a loro rilasciate erano in bronzo, non recavano il loro nome, ma solo un numero: semplici formiche/schiavi da campo di lavoro.

Allo stesso modo, sulla gigante tela che in bella mostra a Parigi celebrava la vittoria, erano rappresentati tutti i Paesi alleati. Nel 1917 venne aggiunta la rappresentazione degli Usa… dipingendo sullo spazio prima dedicato ai lavoratori cinesi.

Già, ora qualcosa è cambiato.

Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top