Cooperazione internazionale tra Stati. Il ruolo della Fao nella lotta contro la povertàTribuno del Popolo
sabato , 22 luglio 2017
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Cooperazione internazionale tra Stati. Il ruolo della Fao nella lotta contro la povertà

Il ruolo della FAO nell’implementazione di politiche di sostegno allo sviluppo agricolo nei paesi in via di sviluppo e nelle aree del terzo mondo. Crescita economica e accesso all’istruzione, questi gli obiettivi a lungo termine.

Fonte: Oltremedianews

 

Il diritto al di là dei confini nazionali è spesso argomento affrontato in subordine alla guerra. Il diritto della guerra o un dirittoper la guerra, verrebbe da dire guardando ai contorni giuridici di legittimità con cui si prova sempre a giustificare un intervento militare (non da ultimo l’esempio di Obama sulla Siria). Così spesso si sente parlare di Consigli di Sicurezza, di risoluzioni Onu a proposito di eventi bellici, o di No fly Zone istituite dalla NATO. Esiste però, strano a dirsi, un diritto di pace che prova a governare i grandi fenomeni economici e sociali e questo è quello in cui è impegnata la FAO per lo sviluppo dell’agricoltura in relazione alla riduzione della povertà.

Lo sviluppo dell’agricoltura e la riduzione della povertà sono sempre stati due problemi, strettamente legati tra loro, che le Nazioni Unite hanno cercato di risolvere con tutti i propri mezzi. Innanzitutto le Nazioni Unite, sottoscrivendo i Millennium Development Goals nel 1995, hanno notato che c’è uno squilibrio tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, dove, a una grande percentuale di povertà e malnutrizione corrisponde un incremento esponenziale della popolazione. In accordo a uno studio portato avanti dalla FAO, attualmente 1/6 della popolazione mondiale vive in una situazione di povertà e malnutrizione. A tal proposito, è stata data una definizione di persona povera: “povero è chi vive con meno di 1$ americano al giorno e che, a causa di un sistema politico-economico sfavorevole, non può avere accesso all’educazione di base, ai servizi sanitari, e, quindi, ad essere parte politicamente attiva del proprio paese”.

In realtà la questione è molto più complessa: alla base della povertà nei paesi sottosviluppati è presente il fattore economico, responsabile di malnutrizione (che porta a deficienze fisiche, mentali e sociali), analfabetismo e assenza di assistenza sanitaria, con le inevitabili conseguenze che seguono: coloro che sono poveri, quindi, non possono mangiare, e quelli che non possono mangiare non hanno le ragioni e soprattutto le forze per uscire dalla povertà. Un ciclo, insomma, difficile da rompere e che, purtroppo, porta in molti casi alla morte di almeno 3-5 milioni di bambini all’anno con un’età inferiore ai cinque anni, senza dimenticare che la malnutrizione è responsabile dell’11% dei disastri mondiali e che l’aumento dei prezzi del cibo e la mancata assistenza da parte dei paesi industrializzati hanno scatenato, in circa 33 paesi del mondo, proteste, rivolte e atti di violenza.

E’ proprio in questo contesto che la FAO, come agenzia ONU e in quanto esempio di forma di cooperazione internazionale fra Stati, svolge la sua funzione promuovendo politiche finalizzate ad uno sviluppo compatibile con le risorse di ciascun Paese in difficoltà. In moltissimi casi lo studio dei fattori di crisi ha portato a trovare nell’attuazione di una linea politico-economica rivolta allo sviluppo agricolo la soluzione più rapida ed efficace per uscire dalla povertà. Non è vero, infatti, che al giorno d’oggi c’è carenza di cibo; piuttosto questo è mal distribuito nel globo (molte terre coltivabili si trovano nei paesi sviluppati) e spesso viene sprecato, per esempio, nella produzione di biocarburanti di prima generazione, che impiegano direttamente i raccolti come fonte di energia. Oltre a questo, altri dati mostrano che circa 1.8 miliardi di ettari di terre coltivabili non sono sfruttati e che, tra questi, 40 milioni di ettari non sono muniti di un sistema d’irrigazione efficiente. Di conseguenza è intuibile che c’è presente abbastanza  cibo nel mondo per ognuno per condurre una vita sana e produttiva.

Lo sviluppo agricolo è attuabile in vari modi e tra i programmi della FAO ci sono: l’estensione degli scambi commerciali, prevenzione dei disastri ambientali, modernizzazione dei sistemi di coltivazione e incentivi alla produzione locale. E’ risaputo che i disastri naturali, come alluvioni e siccità sono una piaga per la popolazione mondiale e che molti individui rimangono danneggiati in modo tale da non poter più lavorare e, in altri casi, da andare incontro alla morte. Proprio per questo motivo le Nazioni Unite esercitano una indubbia funzione di pressione sui governi per sensibilizzare le popolazioni attraverso programmi di educazione e preparazione di fronte ai vari disastri naturali, in modo che le persone non siano solo preparate ad affrontare le situazioni di emergenza, ma anche a cooperare l’un l’altro per uscirne fuori.

Tra gli esempi più luminosi di cooperazione internazionale promossa con l’ausilio delle agenzie ONU ricordiamo la High Level Conference on World Food Security Declaration che nel 2008 a Roma riaffermò l’intenzione di ridurre il numero di persone che soffrono la fame di almeno il 50% entro il 2015. Inoltre, sempre nello stesso anno, una collaborazione tra la FAO e la OECD (Organization for Economic Co-operation and Development) suggerì, per i paesi in via di sviluppo, una combinazione di aiuti tramite donazioni di cibo e sviluppo agricolo, in modo tale che le popolazioni affamate possano innanzitutto essere sfamate, avviate verso l’educazione scolastica e il mondo del lavoro e ricevere assistenza sanitaria, il tutto per far strada poi agli aiuti per l’attuazione dello sviluppo agricolo. Tuttavia, per fare ciò, sono necessarie nuove tecnologie e strategie: è vero infatti che le organizzazioni non governative hanno le informazioni e le connessioni per stabilire una relazione tra i governi e i corpi internazionali, ma occorre anche che gli stati industrializzati si devono fare promotori di questa causa, prestando soccorso e aiutando economicamente e fisicamente gli stati in via di sviluppo, mentre i governi di questi ultimi devono sforzarsi di aprirsi agli aiuti internazionali nelle aree dell’informazione, delle tecnologie e dei suggerimenti per le politiche di sviluppo.
Devono inoltre incoraggiare i membri della società a prendere un ruolo attivo nello sviluppo, provvedendo ad organizzare programmi di preparazione ed educazione scolastica e non, e a costruire infrastrutture idonee per uscire dalla situazione di povertà e malnutrizione.

Francesca Viselli

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