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martedì , 25 luglio 2017
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Cosa significa essere donna in Africa

Discriminate, marginalizzate, sfruttate. Eppure le donne africane costituiscono la vera anima della società.

Mani scure e ossute, dita consumate, piegate dall’artrite come rami secchi di un vecchio albero, solcate da lunghe rughe, da spessi calli, grandi cicatrici fanno da ornamento, sono forti e robuste, ma allo stesso sono affaticate e tremolanti perchè  invecchiano precocemente. Hanno dovuto soccombere agli anni di duro lavoro e sono logorate molto velocemente. Se le osservi bene sono una mappa dettagliata della loro  conizione sociale: mani invisibili e sfruttate dalla società africana.

Queste sono le mani delle donne africane che ogni giorno svolgono i lavori più duri  nelle zone rurali. Donne che dopo le fatiche della gestione della casa e della famiglia, si devono occupare anche dei frutti della terra e degli animali domestici.

In Africa le donne costituiscono la vera anima della società; nonostante questo, la maggior parte di loro vive  una condizione difficile, discriminata. Esse sono riconosciute a livello sociale solo dopo il matrimonio e hanno dato alla luce il loro primo figlio, ma il loro ruolo nel nucleo familiare rimane sempre subalterno al marito fino al raggiungimento della menopausa. La loro emancipazione è molto difficile perchè il loro ruolo è esclusivamente rivolto alla cura della casa e della famiglia, spesso a causa di una carenza dei servizi statali a cui la donna deve sopperire. Il numero di esse che accedono a tutti i livelli di istruzione ed in particolar modo all’università è molto ridotto e questo limita ulteriormente la loro lotta per rivendicare i propri diritti. Nel 2000 la Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite ha posto degli importanti obiettivi di sviluppo che impegnano la comunità internazionale al raggiungimento di alcuni traguardi: lo sviluppo e la riduzione della povertà entro il 2015, un implemento della scolarità e un’eguaglianza dei diritti tra sessi.
Un obiettivo fondamentale su cui alcuni Paesi, pochi in realtà, stanno investendo molto.

Parlare della condizione della donna in Africa non è facile e l’argomento si fa ancor più complesso quando le realtà da considerare e da trattare sono tanto frammentate e diversificate. La loro condizione e il loro lavoro sono due fattori che rappresentano in pieno la donna africana e non possono essere prese in considerazione separatamente. In Occidente il lavoro significa spesso emancipazione, realizzazione personale, autonomia e rivendicazione dei propri diritti, nei Paesi africani la questione diventa vitale perchè parlare di lavoro porta il discorso sulla vita stessa delle donne, il loro valore e la loro sopravvivenza.

Le loro mani invisibili, da sempre e silenziosamente costruiscono l’Africa, ne strutturano le fondamenta della società, sono forze doppiamente produttive perché come donna madre-nutrice e come donna produttrice il loro ruolo è, ovunque, insostituibile. Oltre alla responsabilità della casa e della famiglia, dell’educazione dei figli, secondo degli studi della FAO tra il 60% e l’80% della produzione di cibo nel Sud del mondo è prodotto dalle donne. Esse rappresentano il 70% della forza lavoro nei campi in molti Paesi e il loro ruolo è sempre subalterno all’uomo e sono obbligate a occuparsi dei lavori non specializzati. Inoltre sono responsabili dell’approvvigionamento del 90% della fornitura d’acqua domestica e tra il 60% e l’80% della produzione di cibo consumato e venduto dalle famiglie. Nell’agricoltura il loro ruolo diventa fondamentale per la società, non solo sono la manodopera su cui si erge il lavoro, si stima siano coinvolte nell’80% delle attività di immagazzinamento del cibo e trasporto e nel 90% del lavoro richiesto nella preparazione della terra prima della semina, ma anche per quanto riguarda la nascita.

Si evince che le donne risultano cruciali per la produzione agricola e quest’ultima è anche il maggior settore di lavoro del continente. Mentre gli uomini cercano fortuna all’estero per inviare alle proprie famiglie quei soldi negati dallo Stato, sufficienti al sostentamento dell’attività familiare, esse rappresentano il 62,8% della forza lavoro. In alcuni paesi, come Burkina Faso, Madagascar, Zambia ed Etiopia, la percentuale di manodopera femminile in agricoltura ha raggiunto punte del 75.

Questi numeri dimostrano come il loro ruolo sia cruciale e fondamentale nella produzione agricola di piccola e media scala, nella sussistenza familiare e nell’economia generale dei loro paesi. L’Africa sub-sahariana è una delle regioni al mondo in cui le donne lavorano di più e a tale forza economica non corrisponde, se non in minima parte, un potere sociale e politico. La loro giornata lavorativa inizia all’alba e non termina finché ogni membro della famiglia non è stato nutrito e curato. Per quanto concerne il lavoro nei campi, ad esempio la risicultura in Africa occidentale è una delle attività che talvolta vede impegnate solo le donne.

Negli ultimi anni lo spirito di intraprendenza che contraddistingue le donne africane ha prodotto diverse soluzioni per contrastare l’inefficienza dei poteri pubblici e l’astrattezza delle politiche di sostegno. La solidarietà e l’aggregazione di gruppo sono due dinamiche fondamentali che hanno favorito la nascita e lo sviluppo di molti progetti che gli hanno permesso di uscire dal loro ruolo marginale. Queste dinamiche nascono dalla struttura poligamica dei nuclei familiari dove le diverse mogli trovano tra di loro sostegno e aiuto nelle innumerevoli mansioni familiari e così hanno riportato queste dinamiche all’interno della più estesa società dove hanno cercato il modo di sostenersi anche economicamente. Nascono così, nei decenni passati le mutue o tondineassociazioni i cui i partecipanti pagano una quota e alimentano una cassa comune di cui ciclicamente dispongono per portare a termine i loro progetti. Il concetto di base è che il denaro motiva le persone a riunirsi, ma l’obiettivo finale non è quello. Peraltro la quota può essere molto esigua ed essere versata in natura a seconda dei casi. Si forma così una società reale ma al di fuori del contesto dell’economia e al di fuori dello Stato, che funziona con le sue proprie regole dove tutti sono allo stesso livello e con dei sistemi di regolazione dei conflitti e dei litigi.

L’affluenza sempre maggiore delle giovani donne africane ai corsi di formazione che riguardano i meccanismi bancari e le strutture di finanziamento non è un caso ma nasce e si evolve grazie a questi gruppi, ma è necessaria una maggiore sensibilizzazione e capacità d’intervento da parte dell’intera comunità mondiale per aiutare l’Africa femminile nel suo cammino verso l’emancipazione, sopratutto quella intellettuale.
L’emancipazione di queste donne è un percorso ancora molto in salita: le barriere erette dalla tradizione stanno iniziando a cedere ma pesano e peseranno a lungo sulla mentalità africana e tanto può essere ancora fatto per quella che da sempre è l’invisibile spina dorsale del continente. La partecipazione istituzionale delle donne nella politica dei rispettivi Paesi è in crescita e sono proprio le nuove generazioni di donne infatti a svolgere un ruolo chiave nello sviluppo economico e tecnologico del continente. Il 2012 per loro è stato un anno particolarmente significativo perchè la Commissione dell’Unione Africana ha eletto come Presidente, Nkosazana Dlamini-Zuma, medico e Ministro degli Interni in Sudafrica, prima donna a capo dell’organizzazione.
Un grande storico africano, Joseph Ki-Zerbo, in una sua opera, ‘Storia dell’Africa nera’, si chiedeva «A quando l’Africa?». Ora nel terzo millennio a questa domanda si affianca un altro quesito: «A quando l’Africa della donna?» . Attraverso un’attenta riflessione però possiamo sostenere che l’Africa di ha incominciato ha intraprendere la strada dell’emancipazione tant’è che l’Unione Africana ha battezzato il decennio 2010-2020 come quello della «rivincita delle donne africane».

 

Articolo di Marco Napoli, reporter della eikonassociazione.com

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