Costi della politica e il flop del report della UilTribuno del Popolo
venerdì , 20 ottobre 2017
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Costi della politica e il flop del report della Uil

757 euro l’anno a contribuente, 386 euro a per ogni singolo italiano. Tanto costa la politica gli italiani secondo un rapporto pubblicato sul sito della Uil questa mattina e che sta già suscitando le prime reazioni.

Fonte: Oltremedia

Lo aveva promesso mesi fa il segretario della Uil Angeletti ad Enrico Letta e alla fine è arrivato, lo studio del sindacato prova a mettere luce su uno dei principali argomenti di discussione degli ultimi anni: quello relativo ai costi della politica e alla ricerca dei possibili sprechi da tagliare in nome dell’austerità. Una lente di ingrandimento che, secondo le promesse, avrebbe dovuto cadere su auto blu, personale di nomina politica, sperperi e privilegi di ogni genere, rimborsi e indennità da capogiro e che avrebbe dovuto dare al governo dati oggettivi da cui partire per tagliare le spese. E bisogna dire che con queste premesse qualcuno aveva già pensato a dissotterrare l’ascia di guerra – o il forcone, che sia – per soffiare sul fuoco dell’antipolitica. Ed invece alla fine il tanto atteso rapporto-Uil si sta forse dimostrando un fuoco di paglia.Certo, gli urlatori di professione non mancano, così come i commenti adirati sul web suggeriscono un certo malessere sociale. Di leoni da tastiera però l’Italia ne è sempre più piena, così succede che spesse volte la veemenza della reazione è direttamente proporzionale con la superficialità dell’approccio al problema, specialmente quando si parla di costi della politica. Per fortuna, però, ad un certo punto arrivano i dati. E non sempre le premesse faziose trovano soddisfazione nel risultato di uno studio approfondito. E’ quello che forse è successo con il rapporto Uil sui costi della politica: si parla di sprechi e privilegi ma basta andare oltre il dato dei 757 euro l’anno per ogni contribuente per accorgersi che non si tratta poi di una cifra astronomica. 757 euro a contribuente, 386 euro per ogni cittadino, 32 euro a testa al mese, tanto quanto spendiamo di tv satellitare in un anno; sarebbero questi i numeri paurosi della politica? Certo, la casta è casta per tutta la serie di assurde prerogative che negli anni l’hanno contraddistinta per avidità ed arretratezza culturale; nessuno sconto, dunque, a chi con la pancia piena si dimostra incapace di dare un futuro a questo Paese. Detto ciò, però, è da notare come nonostante tutto si sta parlando del bilancio di uno Stato, con una forma di governo democratica improntata al principio del decentramento politico ed amministrativo.

La sensazione è insomma che Angeletti e al Uil abbiano un po’ scoperto la borsa dell’acqua calda: sì è vero la democrazia costa, e molto, ma possibile che non si riesce ad andare oltre e a valutare i vantaggi che le decisioni adottate da una molteplicità di persone arrecano al bene comune? Sì perché se l’analisi si fermasse ad un dato superficiale si arriverebbe all’assurdo che una gestione fortemente centralizzata, adottata da pochi uomini, sarebbe meno costosa e più efficiente per l’allocazione delle risorse. Un concetto già superato alla fine dell’800 che oggi qualcuno prova a riproporre. Scendendo poi nello specifico il dato diventa paradossale: si valuta come un disvalore il fatto che 1milione e 100mila persone siano impiegate più o meno direttamente nell’organizzazione della politica (tra parlamentari, consiglieri, personale dell’apparato burocratico etc), senza guardare al fatto che piuttosto il problema sta nel clientelismo, nell’impermeabilità di certi luoghi della politica ai ceti subalterni. Poi ci sono 6,1 miliardi di euro spesi per le amministrazioni centrali e decentrate e poi 2,6miliardi per gli enti e le società partecipate che comunque fanno occupazione e producono valore. In tutto, comprese anche le spese dei comuni, delle auto blu, del personale di nomina politica, dei direttori delle Asl, fanno 23miliardi di euro l’anno: un dato rilevante ai più, ma che è nullo se si pensa che in tutto corrisponde al 1,5% del Pil; un po’ pochino se si crede che da tagli a questo settore si possano trovare le risorse sufficienti a ridurre le tasse. In realtà non è il documento in sé il problema, ma l’uso distorto che già qualcuno comincia a farne.

Angeletti parla di 7 miliardi di euro di possibili tagli da perpetrare sul costo della politica. Se fosse così ben venga, il responsabile del governo per la spending review Carlo Cottarelli, che di risparmi ne ha promessi nella cifra di 32miliardi, sicuramente farà bene a prenderne nota. Ma non si creda di fare del costo della politica un totem da abbattere come un tempo si era fatto col personaggio Berlusconi e il berlusconismo. Se il Paese arranca nelle disuguaglianze non è certo colpa dei costi della politica, bensì dell’uso distorto che una certa classe sociale per decenni ne ha fatto, precludendo il suo accesso alle istanze di chi maggiormente patisce la crisi economica. E non è detto che riducendo il numero degli istituzionali a sedere nei palazzi di potere non siano, in numero inferiore, sempre gli stessi. Con buona pace di ogni sogno democratico

Michele Trotta

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