Craco, il paese che rifiuta la modernitàTribuno del Popolo
sabato , 25 marzo 2017
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Craco, il paese che rifiuta la modernità

In visita nella Città Abbandonata. Col suo borgo, da cui si erige la Torre Normanna, Craco domina da più di mille anni la Valle del Basento. Non solo un paese pericolante, se il deserto non è una mera espressione geografica ma una realtà che comunica con lo spirito imprimendogli tali sensazioni, beh Craco e ciò che la circonda sono il deserto. 

Cos’è quella sensazione che si prova quando ci si allontana in macchina dalle persone e le si vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi? È il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l’Addio. Ma intanto, ci si proietta in avanti verso una nuova, folle avventura sotto il cielo“.

Così scriveva Kerouack nel corso del suo viaggio “On the road” avendo innanzi la gran massa nuda del continente Nord americano, ed una strada sterminata che percorre l’infinito e taglia in due le steppe, e poi i villaggi semiabbandonati e poi il deserto per giungere nella California “candida come il bucato e con la testa vuota”. Immaginava chissà quali mondi e barriere da abbattere, Jack Kerouack, che percorrendo l’America degli anni ’50 si faceva portatore del sogno di un’intera generazione.

Così per chi abbia le magnifiche avventure di Dean e compagni nel cuore non può non riaffiorare quel calore emotivo che accompagna la beat generation, quella voglia di vivere e di scoprire e urlare al mondo la verità su se stessi nel percorrere l’ultima landa incontaminata d’Italia, la Val Basento (Basilicata), dove le dolci pendici dell’alta murgia pugliese lasciano spazio a quelle a quelle che sono vere e proprie opere d’arte scolpite nel nulla dall’acqua e dal vento: i calanchi.

Da Craco è possibile vedere tutto ciò e molto altro. Composto di case fatte di pietra e di mattoni tagliati con il sapere artigiano della migliore tradizione materana tramandata di generazione in generazione, il borgo storico di Craco Vecchia si arrampica sulla collina argillosa che si erge a strapiombo sulle valli adiacenti. Da questa posizione strategica, Craco domina da mille anni con il suo castello l’intero territorio circostante. Da qui si scorge il paesaggio brullo dell’entroterra lucano. Il giallo è il colore che domina la scena visiva, quello delle terre arse dal sole che batte un’area dove cadono meno di 500 mm di pioggia l’anno. Giusto quanto basta per alimentare le poche macchie verdi di vegetazione mediterranea, dove emergono, specie sul versante nord-ovest, gli ulivi secolari coi loro tronchi dalle forme geniali.

Silenzio, pace, asprezza, solitudine, ed il fascino di un vasto territorio dove è possibile guardare lontano e perdersi nel contemplare l’orizzonte. Se il deserto non è una mera espressione geografica ma una realtà che comunica con lo spirito imprimendogli tali sensazioni, beh Craco e ciò che la circonda sono il deserto. Deserta è quella statale 407, una lingua di cemento dritta e sempre vuota che si perde lontano con lo sguardo; deserto è quel fiume, il Basento, ridotto ad un corso d’acqua dalla severa siccità che abbraccia la Basilicata ed il meridione tutto esponendolo al pericolo di desertificazione; deserto è il polo industriale di Pisticci e Ferrandina un tempo sognato e progettato ma mai pienamente realizzato, alcune imprese aprono, molte sono chiuse; deserti sono i calanchi e i piccoli canyon attorno ai quali si arrotolano le stradine provinciali; non un filo d’ombra, non un benzinaio. Eppure il petrolio c’è, ma quello è sottosuolo, è dello Stato; il resto, quello che c’è sopra, esclusi gli oleodotti, quello sì che è solo e soltanto dei lucani, nonostante le promesse di sviluppo, nonostante la speranza di un popolo e di una terra rimasti genuini. C’è una fermata immersa nel nulla della SITA che indica il nome di un luogo: Craco Peschiera. Un’area di casermoni popolari, fatiscenti ma abitati, dicono che sono stati costruiti in seguito all’evacuazione del borgo antico. Intere famiglie trasportate via dalla natura e dall’incuria umana, costrette da una frana a lasciare dopo generazioni le loro abitazioni ereditate su a monte per trasferirsi giù a valle, in un complesso di edifici scarni senza dignità («doveva essere una sistemazione temporanea») costruiti dall’elemosina di Stato rimediata, almeno questo, dal potente ministro lucano Emilio Colombo. Una storia lunga decenni ormai, deserto anche questo.

La speranza di ritornare un giorno ad abitare quel bellissimo borgo medievale è ormai perduta, ma il ricordo rimane vivo, è come un ombra che incombe idealmente e materialmente sulla testa di questo piccolo insediamento di 700 anime e che la storia, specie da queste parti, non si dimentica facilmente.
Il borgo medievale di Craco nasce intorno all’anno mille ad opera di monaci bizantini e dei Normani poi. Le case, costruite nella roccia, ricordano un po’ i celeberrimi “Sassi di Matera” patrimonio dell’Unesco e conosciuti in tutto il mondo. La locazione, una rupe di marna che cade a strapiombo sulla valle sottostante alla cui sommità si erge un imponente torrione, attesta le esigenze di difesa e dai popoli nemici e dalla malaria che si avvertivano all’epoca della fondazione. A testimonianza dei fasti di un tempo ormai andato ci sono gli affreschi che ornano le travi e le pareti di alcune delle case che in passato dovevano appartenere alle famiglie più benestanti. Un tempo Craco, per la sua posizione doveva essere il crocevia di qualsiasi traffico mercantile e non coinvolgente la zona.

Oggi Craco è il deserto. Con tutto il fascino che questa sua nuova veste esercita su ogni visitatore, ma anche con tutta la storia dolorosa che un luogo abbandonato porta con se. I segni della distruzione sono ovunque. E la mano è della natura, ma anche dell’uomo. Nel 1963 una frana sconvolge il paese e costringe parte dei suoi 2000 abitanti ad abbandonarlo per trasferirsi “momentaneamente” giù a valle. A causare il disastro la natura argilosa della collina sulla quale è disposto il centro ma soprattutto i lavori allora in corso d’opera per la realizzazione di una fognatura. “A Craco è stato fatto tutto ciò che non bisogna fare in caso di frana” afferma malinconico, col sigaro in bocca, Franco il vigile. Prima la costruzione dei muri di contenimento, poi le palificazioni, ma niente da fare, ci ha pensato l’alluvione del 1972 a potarsi via tutto. In seguito altri smottamenti ed infine il terremoto dell’Irpinia. Nel 1981 anche gli ultimi crachesi decidono di fare le valigie. Poi l’abbandono più totale come se una damnatio memoria non consentisse alle autorità competenti di prendersi carico della faccenda; e un nuovo male comincia a divorarsi l’ultima fetta di paese rimasta in piedi: l’incuria e l’inciviltà.

Ogni cosa che si poteva portare via è stata rubata, non c’è rimasto più nulla. “Ognuno a Craco si sente come se fosse a casa propria” ribadisce Franco, autorità messa lì da uno Stato che per troppo tempo ha latitato. Lo Stato è arrivato anche a Craco appunto. Circa due anni fa, con una delibera del consiglio comunale emessa dall’oggi al domani, il sindaco Lacicerchia aveva fatto recintare il sito ostruendo tutte le possibili vie per entrare nel centro storico con tanto di cartello a ribadire il divieto per quanti vogliano visitare il borgo in quanto pericolante e perciò potenzialmente malsicuro. A più di tre anni di distanza Craco vecchia è nuovamente visitabile grazie ai fondi Piot, impiegati per la messa in sicurezza delle aree più a rischio crollo. E’ stato realizzato così un percorso guidato che consente di vivere in sicurezza il fascino di questo borgo antico e per troppo tempo dimenticato. Oggi è possibile dunque raggiungere largo Machiavelli, sostare ai piedi della Torre Normanna che assime alla Chiesa Madre (del XV secolo) domina le case rurali sin giù all’intera valle, dove l’occhio si perde nell’orizzonte bluastro segnato dal Mar Ionio.

Nonostante il percorso guidato il resto del paese trasuda ancora quel senso di abbandono che regala all’occhio più sensibile quella percezione tanto romantica quanto impavida che spinge il visitatore verso le viuzze che si arrotolano sula montagna ancora nascoste all’occhio dei più. Non è difficile superare le barriere e sono ancora molti i turisti che, un po’ incoscientemente, decidono di avventurarsi fra le rovine. Dentro non si cammina, ci si deve far strada le erbacce e i resti di una pavimentazione dissestata. Ma il fascino di un luogo unico, capace di aprire una finestra sul passato e nel contempo ritrovarsi esposto a un’erosione più veloce del tempo costringe a volerne scrutare ogni minimo dettaglio per tenerlo bene a mente, e rapisce proprio tutti: dai registi di film più o meno blasonati (non ultimo “La Passione di Cristo”) ai periti del World Monuments Found che hanno inserito Craco fra i siti abbandonati da tutelare.

Michele Trotta

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