Crimea: lo specchio del Medio OrienteTribuno del Popolo
giovedì , 19 gennaio 2017
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Crimea: lo specchio del Medio Oriente

Crimea: lo specchio del Medio Oriente

Obama, la politica estera statunitense e i timori dell’Europa. Quello che sta succedendo in Crimea è solo una logica conseguenza della riduzione dell’impegno americano sullo scenario internazionale. Senza giustificare l’indebita invasione russa e auspicare alcun intervento militare americano, lo scenario che si profila è quello di importanti cambiamenti nelle dinamiche di forza nel Risiko della politica internazionale. Uno scenario a cui l’Europa probabilmente non è preparata.

Fonte: Oltremedianews

Paul Berman, noto scrittore americano, l’ha chiamata una politica estera à la Kissinger, riportando alla mente dei suoi lettori l’approccio realista alla politica estera dell’ex segretario di Stato statunitense degli anni ’70. Anacronistico? Forse. Ma è la reazione comprensibile che l’attento osservatore vede nel mutamento abbastanza netto nell’azione estera dell’amministrazione Obama, soprattutto in riferimento al Medio Oriente. La spiegazione ufficiale arriva da Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale, e riportata dalle colonne del New York Times nello scorso mese di ottobre: la scelta di puntare maggiormente sulla diplomatica piuttosto che su quella militare nasce dalla mutata cognizione del rapporto tra lo scenario internazionale e quello nazionale. In particolar modo a cambiare è la percezione dell’area mediorientale e del pericolo “terrorismo”. Un concetto ribadito anche dallo stesso Obama nel suo annuale discorso all’Unione. Le spiegazioni più semplici giungono invece da altri dati. In primo luogo la crescente pressione dell’opinione pubblica per il ritiro delle forze di pace USA, stanca ormai di uno sforzo “bellico” ormai pluridecennale che ha portato ben pochi risultati duraturi (vedi Afghanistan, Iraq). In secondo luogo la relativa tranquillità energetica che secondo studi della BP, assicurerebbe agli Stati Uniti un’autosufficienza almeno fino al 2035, e che quindi porterebbe l’attenzione verso altri obiettivi.

Il passaggio da un’America sempre con “l’ascia da guerra in mano” ad una più pacata e diplomatica spaventa l’Europa. Un “disinteresse” USA si tradurrebbe in un maggior coinvolgimento europei in quegli stessi scenari dove ora sono solitamente partner di sostegno. Ed è un dato di fatto come la politica estera comunitaria non sia, oggi, il “pezzo forte” del repertorio UE. Appare ovvio quindi ogni riferimento anche ad altre aree oltre il Medio Oriente. Quello che mostra l’attualità è una Russia “furba” ad approfittare dei vuoti lasciati dai due protagonisti internazionali. Parlare di nuova guerra fredda oggi non ha senso. Se è diverso lo scenario socio-economico, lo sono anche le dirette interessate. Ma è rilevante comprendere che la prevedibilità delle dinamiche future ucraine non possono prescindere dalla presa di coscienza del nuovo modus operandidegli Stati Uniti. Che la Crimea possa influire sul mutato coinvolgimento internazionale americano appare difficile, più facile che si dimostri un banco di prova per l’Europa nella gestione di una situazione tipicamente demandata all’opinione d’oltreoceano. Paul Berman non sarà d’accordo con le scelte di Obama, ma questa nuova visione tranquillizzerebbe gli animi già esasperati di una regione ormai in guerra. Appunto, lo specchio del Medio Oriente.

Luca Piscitelli

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