Crisi. C'è un esercito di giovani senza lavoroTribuno del Popolo
mercoledì , 29 marzo 2017
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Crisi. C’è un esercito di giovani senza lavoro

Secondo il Rapporto Annuale dell’Istat relativo al 2013 sarebbero in aumento verticali i giovani disoccupati cronici al punto da essere sfiduciati. Sarebbero 15 milioni gli individui in condizione di disagio economico. 

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La situazione occupazionale italiana è pressochè drammatica. Sarebbero quasi 15 milioni a fine 2012 gli individui in una condizione di deprivazione o di disagio economico, pari a circa il 25% della popolazione (40% al Sud). Lo si evince dal rapporto Istat relativo al 2013 secondo cui a vivere in condizioni di grave disagio ci sarebbero circa 8,6 milioni di persone, pari al 14,3% della popolazione italiana. Ma il dato più eclatante, ancora una volta, è quello relativo ai giovani. Che l’Italia non sia un Paese per giovani lo si è sempre saputo, ma ora il Bel paese avrebbe la quota più alta d’Europa di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano nè studiano. Stiamo parlando dei cosiddetti Neet che hanno sfondato la quota di 2 milioni e 250.000 del 2012, pari al 23,9% del totale dei giovani, una cifra altissima che lascia sbalorditi i commentatori televisivi che, bontà loro, non riescono a capire come sia possibile che un giovane rinunci a formarsi e a cercare un lavoro. In un solo anno i Neet sarebbero aumentati di 100.000 unità, e nessun politico, nessun economista sembra in grado di comprendere il loro dramma e le loro motivazioni. Si preferisce sempre colpevolizzare i giovani, dicendo che sono loro a essere troppo “pigri”, “bamboccioni”, ignorando che forse un giovane semplicemente non ha più voglia di farsi sfruttare dal furbo di turno, magari con stage gratuiti o lavori precari sottopagati. Tanto meglio rimanersene a casa, e come dare loro torto! Così economisti elogiano il modello “Germania” dove i professori selezionano a 11 anni tra i bambini quelli da destinare allo studio e quelli da avviare al lavoro, criticando in modo insopportabile i giovani che, evidentemente, sono stanchi di portare sulle spalle il peso di un Paese costruito su misura dei vecchi e che non sa cosa siano parole come meritocrazia e giustizia sociale. Intanto il tasso di disoccupazione dei giovani tra il 2011 e il 2013 è aumentato di ben 5 punti percentuali,  dal 20,5 al 25,2% (dal 31,4 al 37,3% nel Mezzogiorno). Sono stati relativamente più colpiti, spiega sempre l’Istat, i giovani con titolo di studio più basso, in modo particolare quanti hanno al massimo la licenza media (+5,2 punti). Il numero di studenti è rimasto sostanzialmente stabile attorno ai 4 milioni (il 41,5% dei 15-29enni; 3 milioni 849 mila nel 2008). La distanza tra formazione e lavoro emerge dal fatto che solo il 57,6% dei giovani laureati o diplomati italiani lavora entro tre anni dalla conclusione del proprio percorso di formazione. In Europa la media è al 77% e l’obiettivo al 2020 è l’82%. Ma sono cifre, quelle sciorinate dall’Istat, che non rendono conto del reale dramma vissuto dai giovani in questo Paese. I disoccupati e gli sfiduciati in realtà, sono molti di più dal momento che vengono spesso considerati come occupati giovani che svolgono lavori precari con meno di 400 euro al mese (chi vi scrive ad esempio). Vi sono poi i disoccupati di lunga durata, persone “potenzialmente impiegabili nel processo produttivo”, che sarebbero circa sei milioni se ai 2,74 milioni di disoccupati si sommano anche i 3,08 milioni di persone che si dichiarano disposte a lavorare anche se non cercano (tra loro gli scoraggiati), oppure sono alla ricerca di lavoro ma non immediatamente disponibili. Così bocconiani, neoliberisti, tutti rigidamente impiegati a tempo indeterminato, si presentano in tv sostenendo che i giovani dovrebbero avere fiducia e mettersi in gioco. Ma a che pro diciamo noi? Per mantenere in piedi un sistema ingiusto che fa dell’ingiustizia sociale la propria base economica? 

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