Crisi, deindustrializzazione e mafie. La questione meridionale oggiTribuno del Popolo
venerdì , 26 maggio 2017
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Crisi, deindustrializzazione e mafie. La questione meridionale oggi

Nel contesto della crisi attuale emerge con violenza inaudita il divario esistente tra le regioni centro-settentrionali e il meridione italiano. Più di 300.000 posti di lavoro distrutti e un tasso di disoccupazione al 17,2% che diventa del 38,8% se si focalizza l’attenzione sul dato giovanile, rendono perfettamente l’idea di una situazione che mette a rischio non più la tenuta economica dell’area, ma quella sociale.

Fonte: I Maestri del Socialismo

La distruzione del tessuto produttivo del nostro Paese ha avuto una prima dimostrazione proprio nelle regioni del sud: la chiusura – la prima definitiva – dello stabilimento FIAT di Termini Imerese nel dicembre 2011, la progressiva smobilitazione degli impianti per la produzione di alluminio dell’ALCOA a Portovesme o ancora il drammatico ricatto che ha condotto a dover scegliere tra lavoro e salute con i sigilli imposti all’acciaieria ILVA di Taranto, solo per citarne alcuni, sono infatti, non soltanto il prodotto della mancanza dolosa di una politica industriale, ma il primo passo di un processo che, se sulla lunga durata interesserà l’intero territorio nazionale, nell’immediato genera una nuova povertà che costringe chi è rimasto senza lavoro a ripiegare, quando possibile, su soluzioni al limite dello sfruttamento, chi non l’ha ancora, nella migliore delle ipotesi, ad emigrare.

A questo va aggiunto da un lato un uso sconsiderato e clientelare della pubblica amministrazione attraverso cui una classe politica storicamente legata all’esperienza politica della Democrazia Cristiana (e successivamente a chi ne ha ereditato il bacino elettorale) ha saputo creare ammortizzatori sociali che mantenessero alto il consenso senza preoccuparsi delle conseguenze intervenute con il progressivo crollo degli standard qualitativi nel campo dell’istruzione, della sanità e più in generale della qualità della vita; dall’altro la trasformazione progressiva del meridione italiano nel terreno di uno sfruttamento privo di regole nel quale le contraddizioni vengono a galla con la drammaticità che solo i Paesi passati attraverso l’esperienza coloniale hanno conosciuto.

Una nuova questione meridionale investe, quindi, il nostro Paese e i comunisti devono avere la capacità di portarla al centro del dibattito politico con la consapevolezza che la possibilità di frequentare una scuola dignitosa, curarsi senza problemi e potersi realizzare nel lavoro non possono dipendere dalla parte del Paese in cui si nasce.
È in un contesto come questo, infatti, in cui l’assenza di occupazione è sintomo di una più generale assenza dello stato, che proliferano e affondano le loro radici ad una profondità sempre maggiore le organizzazioni che di volta in volta assumono i nomi di Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra o Sacra corona unita. Nomi a cui siamo abituati da anni di cronaca nera, dietro i quali si nascondono realtà che sorgono in aperto contrasto con lo stato proprio perché scontrandosi sul terreno dalle stesse prerogative riescono a garantire un controllo capillare del territorio. Non è un caso, ad esempio, che in determinate zone siano solo queste organizzazioni a poter garantire, la fruizione del servizio idrico o la possibilità di ottenere un alloggio popolare o ancora l’eventualità di trovare un lavoro.

A partire da queste considerazioni si impone, ancora una volta, per un’organizzazione comunista la parola d’ordine dell’antimafia sociale: un’antimafia che non si nutre di proclami televisivi, ma che prima e dopo l’azione di contrasto fisico dei gruppi criminali sia capace di mettere all’ordine del giorno la risoluzione dei problemi di cui le mafie si nutrono e da cui traggono consenso. Soltanto portando l’acqua in ogni casa, garantendo un alloggio a chi ne ha necessità e rispondendo alla fondamentale ed enorme domanda di lavoro sarà possibile liberare il meridione italiano dal giogo mafioso.

In questo senso i comunisti devono anche saper analizzare i nuovi metodi attraverso cui le organizzazioni mafiose sono in grado di mantenersi in vita e di espandersi. Un’attenzione altrettanto particolare meritano, infatti, le tecniche con cui esse hanno saputo valicare i confini storicamente e geograficamente noti attraverso i collegamenti con l’establishment finanziario settentrionale penetrando nei nuovi luoghi di accumulazione del capitale italiani ed esteri: è questo il caso delle infiltrazioni mafiose su larga scala che riguardano i cantieri e i progetti della TAV e dell’Expo 2015. La lotta per una reale trasparenza del sistema degli appalti pubblici e per la sottrazione al privato di servizi primari per i cittadini sono, al pari della ricerca e dell’aggressione ai patrimoni fisici di queste organizzazioni, gli strumenti centrali di una lotta che altrimenti rischia di essere inutile.

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