Crisi, effetto "tapering" sulla ripresa. Se arrivasse lo stop alla droga dei mercati...Tribuno del Popolo
lunedì , 25 settembre 2017
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Crisi, effetto “tapering” sulla ripresa. Se arrivasse lo stop alla droga dei mercati…

Torna ad agitarsi lo spauracchio di un possibile default della Grecia, e di un conseguente effetto domino nell’area UE a cominciare da Italia e Spagna. Dopo mesi di rialzi anche i mercati cominciano ad avere dubbi sulla ripresa, mentre da oltreoceano il “tapering” fa litigareObama e Bernake (Fed).

Fonte: Oltremedianews

Torna ad agitarsi lo spauracchio di un possibile default della Grecia, e di un conseguente effetto domino nell’area UE a cominciare da Italia e Spagna. Dopo mesi di rialzi anche i mercati cominciano ad avere dubbi sulla ripresa, mentre da oltreoceano il tapering fa litigare Obama e Bernake (Fed).

Cominciamo dalla Grecia. A gettare nuovamente ombre sul futuro del paese ellenico ci hanno pensato alcune autorevoli fonti secondo le quali l’erogazione delle prossime tranche di aiuti da parte del FMI sarebbero a rischio. Colpa di quei nuovi 4miliardi di buco emersi all’improvviso nelle scorse settimane dal bilancio colabrodo greco che stanno gettando lo scompiglio tra gli analisti di Banca Mondiale, FMI e Commissione Europea. Un buco nero, nerissimo, causato a quanto sembra dal rifiuto delle banche centrali di rinnovare il debito ellenico detenuto, e che se sommato ai ritardi nell’attuazione del famigerato piano di privatizzazioni e liberalizzazioni cui la Grecia si è obbligata e alla ormai conclamata crisi di governo, starebbe a comporre un cocktail esplosivo capace di mettere seriamente a rischio il piano di salvataggio da 172miliardi con conseguente default. Tanto che i vertici del FMI avrebbero dato un mese di tempo alle istituzioni europee per trovare il modo di far fronte a questa nuova ennesima emergenza.

Dalla Grecia a Cipro, la distanza è breve. Tutti ricordano il piano shock che portò Nicosia al “bail-in” del suo sistema finanziario, con la partecipazione gravosa dei ricchi depositanti presso le maggiori banche che furono sottoposti ad unprelievo forzoso. Non che qualcuno possa aver simpatia per i ricchissimi russi che nei tesorieri del paradiso fiscale cipriota detenevano le proprie fortune, ma in molti furono ad evidenziare le enormi difficoltà che le istituzioni europee incontrarono nel far fronte ad una situazione di crisi irrisoria intermini assoluti (per il bilancio europeo) come quella di Cipro; in particolare ad emergere furono i limiti dell’attuale governance, con la Merkel sempre pronta a far saltare il tavolo. Ebbeneanche quel piano di salvataggio è a rischio. Lo dissero gli economisti all’epoca, i quali guardando al prelievo forzoso predissero una futura fuga di capitali dall’isola mediterranea, lo dice oggi il premier Anastasiades in una lettera a FMI e istituzioni europee in cui chiede una rinegoziazione del piano in quanto “L’economia è stata fatta precipitare in recessione, portando ad un ulteriore aumento della disoccupazione e rendendo più difficile il risanamento delle finanze pubbliche”.

Acque calde ed agitate nel Mediterraneo, che si fanno bollenti man mano che ci si avvicina al grande malato d’Europa, l’Italia. A riportare coi piedi per terra il belpaese, dopo le belle parole d’insediamento del premier Letta, ci ha pensato un rapporto di Mediobanca (seconda banca italiana) che ha addirittura paventato un nuovo rischio insolvenza per l’Italia. A parlare, in una nota concessa al The Telegraph, è Antonio Guglielmi, analista numero uno dell’istituto di Piazzetta Cuccia: “La situazione macro italiana non è migliorata nel corso dell’ultimo trimestre, piuttosto il contrario. Inevitabilmente – ha proseguito l’economista – si finirà con il presentare una richiesta di aiuti all’Unione europea a meno che non si riesca a contare su un calo dei costi di finanziamento e su una ripresa più ampia”. A sentire Guglielmi, insomma, ci vuole un miracolo. Altrimenti l’ipotesi di una richiesta di aiuti alla Ue va sempre più concretizzandosi, così come il rischio default. A preoccupare non poco gli analisti di Mediobanca (e non solo) ci sono i dati macroeconomici italiani che soltanto a guardarli fanno davvero paura: produzione industriale -25% rispetto allo scorso decennio, disoccupazione al 12%,reddito in contrazione del 9%, consumi in continuo calo, esportazioni oscillanti; e poi c’è il debito. Quello italiano è il terzo debito al mondo: dopo giganti come USA e Giappone, il nostro debito pubblico ammonta a 2100miliardi di euro. Una cifra che fa paura non tanto per lo stock, quanto per il fatto che non corrisponde a piani di investimenti e politiche espansive in fase di attuazione; anzi, è tutto il contrario: dopo 20 anni di tagli, svendite e liberalizzazioni il debito non si è ridotto ma è aumentato. Figuriamoci se si volessero programmare investimenti straordinari per la crescita. Il vero problema sono infatti gli interessi che paghiamo ogni anno: tra gli 80 e i 90 miliardi ogni anno, più del 5% del Pil. E se un giorno ci fosse una ricaduta della crisi finanziaria? Nel ‘92 l’Italia si salvò grazie alla leva monetaria (la lira fu svalutata), oggi nella camicia di forza dell’Euro sarebbe tutto più difficile.

La pensano così gli economisti di Mediobanca, e qualcuno sui mercati comincia addirittura a scommetterci su. Basta guardare lo spread, tornato sopra i 300 punti, ma soprattutto basta volgere lo sguardo oltreoceano, dove tra monetaristi e “keynesiani” si gioca la vera partita sul futuro dell’economia globale. In un clima molto simile a quello di fine anni ‘70 che aprì alle politiche di Reagan, lo scontro riguarda Obama e i monetaristi (soprattutto quelli vicini ai repubblicani) e ha ad oggetto le continue immissioni di liquidità con le quali la Fed ha letteralmente drogato i mercati per sostenere i rialzi degli ultimi anni. A conti fatti la politica è stata azzeccata, visto che le previsioni economiche per gli Usa sui prossimi mesi dicono ripresa della crescita, ma il problema oggi è come privare il grande malato (il mercato globale, ndr.)della sua droga. Che si stesse parlando del cd. tapering, cioè della riduzione degli acquisti mensili con cui la Fed ha tenuto le borse mondiali per mesi col segno più, gli investitori se ne sono subito accorti e sono andati nel pallone con una serie di vendite che hanno affossato le borse per tutta la scorsa settimana. Bruciati miliardi su miliardi e rischi di nuovi attacchi speculativi, è così che Obama ha rotto con Bernake (n.1 della Fed) il quale, ritenuto responsabile di aver aperto al cd. tapering, non vedrà rinnovato il suo mandato. Il suo posto probabilmente sarà preso in autunno da Yellers o Summers, personalità di fiducia del Presidente, che continueranno con la politica espansiva in stile Draghi.

Ma la vera domanda è per quanto ancora? Una politica di bassi tassi ha reso gli investimenti poco remunerativi e spinto molti investitori in cerca di alti rendimenti ad investire su paesi emergenti. Ed è proprio dai paesi emergenti che arrivano le notizie più amare: in Russia cala la crescita, la Cina sta rallentando, in Brasile le manifestazioni di piazza hanno evidenziato i problemi del colosso sudamericano, l’Argentina balla pericolosamente sulla soglia di un nuovo default, il Venezuela del dopo Chavez è un’incognita. Dov’è questa ripresa? Il grande interrogativo che la situazione odierna ci pone con forza è forse nell’adeguatezza di questa organizzazione delle risorse e della produzione. I famosi Brics lo stanno vivendo sulla propria pelle: anche una favolosa crescita in doppia cifra può essere inutile e persino dannosa se non si pensa a riorganizzare il sistema produttivo in via più sostenibile, aprendo agli spazi democratici, risolvendo le difficoltà strutturali, soprattutto redistrubuendo le risorse ed i frutti della crescita economica. Tanto i Brics quanto i paesi sviluppati sono oggi dinanzi ad un vero bivio. E’ questa forse la vera sfida globale di questo scorcio di XXI secolo post-crisi. Se non ci si saprà far fronte sarà sempre più notte fonda.

Michele Trotta

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