Crisi. L'Austerity è la ricetta dei ricchiTribuno del Popolo
giovedì , 27 luglio 2017
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Crisi. L’Austerity è la ricetta dei ricchi

Sono già diversi anni che l’Austerity sembra essere la ricetta scelta per controbattere la crisi. Una ricetta che ovviamente non funziona e aggrava il problema, ma che è fortemente voluta dai ricchi, e quindi viene portata avanti nonostante tutto.

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Gli economisti cominciano a dividersi all’ombra dell’Austerity, ovvero la ricetta che è stata scelta dalla maggioranza dei paesi colpiti dalla crisi per provare a rivedere la luce. Al momento l’Austerity non ha aiutato nessun Paese a risalire la china, e ovunque è stata applicata ha avuto, al contrario, un effetto ancora più devastante, finendo per soffocare ulteriormente l’economia. Uno dei campioni della critica all’ Austerity e a questo tipo di capitalismo è il premio Nobel Paul Krugman, che a differenza di molti economisti europei come Olli Rehn(commissario agli Affari economici di Bruxelles), Victor Constancio (vicedirettore della Bce), e Wolfgang Schäuble (Ministro delle finanze tedesco) si è sempre opposto allo schema dei tagli indiscriminati, senza purtroppo avere successo. “Non solo sono fallite le previsioni sull’economia reale, ma addirittura la ricerca accademica che ne è alla base si è rivelata piena di errori, omissioni e statistiche dubbie”, ha spiegato l’americano nel suo editoriale del New York Times. Insomma l’Austerity è diventata quasi una ideologia, non surrogata dalla realtà, una ideologia al servizio di classi di persone che traggono in un indubbio vantaggio materiale dalla sua applicazione. Insomma, che l’economia possa migliorare quando lo Stato, fedele all’impronta keynesiana, aumenta gli investimenti pubblici in un periodo di recessione, sarebbe facilmente dimostrabile. Ma chi sono coloro che traggono giovamento dall’Austerity? La risposta è molto semplice: i ricchi. Come mai? Ce lo spiega ancora una volta Krugman secondo cui la depressione economica continua degli ultimi anni serve per gli interessi dei ricchi. L’Austerity infatti ha peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori in tutto il mondo, sia di quelli appartenenti a classi sociali basse, sia a quelli delle classe medio/alte. Gli unici che non hanno perso un euro con la crisi, e che anzi grazie alle politiche di Austerity ci hanno guadagnato, sono appunto i più ricchi. Il nodo gordiano per capire quello che sta succedendo è quindi il seguente: sono i più ricchi a decidere quelle che saranno le politiche da adottare per preservare i propri interessi. In sostanza per dirla alla Krugman: ““Non si tratta solo di una guerra tra emozioni e logica. Non si può capire l’influenza della dottrina dell’austerità senza parlare di classi e ineguaglianza. L’agenda del rigore non è solo l’espressione delle preferenze della classe sociale più ricca. Ciò che l’1% della popolazione vuole diventa quello che secondo la teoria economica dobbiamo fare”. Chiedere che l’Austerity venga accantonata insomma, sarebbe come chiedere alla volpe di lasciare aperte le porte del pollaio per lasciare che i lupi le mangino la selvaggina; nessuna volpe lo farebbe mai. Inutile quindi sperare che proprio coloro che traggono giovamento dall’Austerity propongano il suo superamento.

Gracchus Babeuf

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