Crisi Venezuelana: un altro punto di vistaTribuno del Popolo
giovedì , 20 luglio 2017
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Crisi Venezuelana: un altro punto di vista

Pochi Paesi al mondo sono demonizzati come il Venezuela. Non passa giorno senza che gli organi d’informazione mainstream ci inondino di tragici dispacci provenienti da questo disgraziato Paese latinoamericano, oppresso dall’inetto caudillo di turno.

Fonte: La Clessidra

Il presidente Nicolàs Maduro, forte di poteri speciali e del controllo dei media, sarebbe intento a reprimere brutalmente le proteste pacifiche degli studenti contro la scarsità di generi di prima necessità e l’inflazione a due cifre; conseguenze inevitabili, va da sé, delle politiche spendaccione ereditate da quel populista di Hugo Chavez.

Le falsità di questo quadretto edificante sono davvero imbarazzanti. In primo luogo, il Venezuela è uno Stato democratico. La coalizione socialista di governo, infatti, può vantare 18 vittorie elettorali perfettamente regolari. La libertà di stampa è indiscussa. Giornali e TV, per la maggior parte in mano a gruppi privati, sono pressoché integralmente megafoni dell’opposizione di destra (1). Che poi il presidente abbia ottenuto dal Parlamento il potere di legiferare per decreto per un anno, è una possibilità sempre esistita e utilizzata in Venezuela, contempla limiti costituzionali stringenti e non esautora il Parlamento (2).

In secondo luogo, le proteste di strada sono animate in prevalenza dagli studenti delle università private, che dai distretti residenziali calano sui quartieri popolari per distruggere e, a volte, uccidere. A organizzare tali azioni squadristiche è l’estrema destra di Leopoldo Lopez, legato, secondo dozzine di leaks, ai servizi USA, la cui linea politica violenta ha guadagnato credito dopo l’ennesima sconfitta elettorale, alle amministrative di dicembre, del moderato Henrique Capriles. La risposta delle forze dell’ordine alle violenze, tuttavia, è stata misurata. Infatti, gli studenti fermati durante gli scontri vengono sistematicamente rilasciati, e della ventina di vittime finora accertata, solo 3 o 4 sembrano ascrivibili a poliziotti e militanti chavisti, ora sotto inchiesta (3).

Venendo ora ai problemi economici, elevata inflazione e scarsità di beni sono problemi reali. Secondo la destra, questi sarebbero gli effetti delle politiche chaviste, incentrate sulla nazionalizzazione della rendita petrolifera, per finanziare la spesa sociale, e su controlli dei prezzi e dei movimenti di capitale. Il governo avrebbe sperperato i proventi delle esportazioni petrolifere nel tritacarne di una spesa assistenzialistica e improduttiva, con intenti demagogici. L’incremento della domanda interna, non accompagnato da un’adeguata crescita di capacità produttiva, avrebbe perciò fatto esplodere il problema della scarsità e dell’inflazione. Pertanto, l’unica soluzione “tecnica” all’inflazione sarebbe dare il via a vaste privatizzazioni e a consistenti tagli di spesa. Il problema di questa argomentazione è che non trova alcun riscontro nella realtà. Infatti, durante l’era Chavez, quando la spesa sociale finanziata con il petrolio è esplosa, l’inflazione ha raggiunto il minimo storico. Sollevando dalla povertà milioni di Venezuelani, a scapito dei profitti delle multinazionali, Chavez ha consentito una rigogliosa fioritura del settore privato. Tutti i numeri (in particolare, la riduzione del contributo dell’export petrolifero a un PIL crescente) indicano che il Venezuela, lungi dall’essere un dilapidatore di rendite naturali, ha sviluppato un’economia trainata da consumi e investimenti privati (4). In definitiva, l’espansione della domanda interna ha stimolato un incremento senza precedenti della capacità produttiva; il che spiega perché, in anni di forte spesa pubblica, l’inflazione sia letteralmente crollata rispetto alla media del Venezuela liberista pre-Chavez (5).

Passando ai controlli dei prezzi e sui capitali, qui è sufficiente intendersi sui termini. Per la destra si tratta di disincentivi a investire, che, comportando scarsità e inflazione, andrebbero rimossi. Per la sinistra, i possessori di capitale venezuelani fanno serrate, accaparrano migliaia di tonnellate di cibo e medicinali, oppure li spediscono all’estero, per creare una scarsità artificiale, facendo impennare l’inflazione, così da screditare le politiche del governo, preparando il consenso per forze politiche che eliminino i suddetti controlli e si diano alle privatizzazioni. A questa “guerra economica” dei capitalisti venezuelani (“shock dell’offerta” in gergo economico) il governo chavista ha risposto espropriando le imprese responsabili del sabotaggio economico, nazionalizzandole oppure affidandole al controllo diretto dei lavoratori stessi, organizzati in cooperative (6). Queste dinamiche rappresentano una costante nella storia recente del Paese. Un primo esempio significativo è dato dal blocco petrolifero del 2002-2003, seguito al fallito golpe della Confindustria locale contro Chavez, durante il quale, per protestare contro il prospettato aumento delle tasse sulle multinazionali del petrolio, tutta una filiera di grandi gruppi e di piccole e medie imprese diede luogo a serrate a oltranza e occultamenti di merci, facendo schizzare alle stelle, nell’ambito di uno spaventoso crollo del PIL, non solo scarsità e inflazione, ma anche povertà e mortalità infantile. Il governo rispose con espropri su vasta scala, ponendo le basi per un modello di sviluppo autarchico e a produzione in parte collettivizzata, orientato non al profitto individuale, ma al soddisfacimento dei bisogni sociali, che può vantare notevoli successi economici (7). Dopo il fallimento del voto per la destituzione di Chavez dalla presidenza (2004), la guerra economica tornerà a intensificarsi puntualmente intorno alle tornate elettorali.

Insomma, quello che sta accadendo oggi in Venezuela con la serrata dell’industria alimentare non è che l’ultimo episodio di uno scontro tra capitale e lavoro che si protrae dal 1999. Serrate, accaparramenti e disinvestimenti sono le armi economiche con cui i possessori di capitale, creando ad arte scarsità e inflazione, tentano di screditare le politiche di nazionalizzazione e di controllo di prezzi e capitali che sono alla base delle politiche popolari della Rivoluzione bolivariana. E non è un caso che le violenze dei giovani dei vari strati della borghesia siano scoppiate dopo l’entrata in vigore della legge organica sul giusto prezzo, che limita il tasso di profitto al 30% (gennaio 2014). Quando è colpito nelle sue possibilità di valorizzazione, il capitale, oltre a seminare violenza, entra in sciopero – e, se si vuole evitare il collasso economico, occorre reagire. Si ricordi che lo sciopero del capitale cileno del 1973 preparò la strada al golpe militare del liberista Pinochet a danno del presidente Allende. Contro ogni lettura pseudo-“tecnica” e falsamente neutrale della crisi venezuelana, è necessario sottolinearne il carattere di scontro di classe. La guerra economica della borghesia, da questo angolo visuale, impone un approfondimento del processo rivoluzionario, socializzando ulteriormente i mezzi di produzione e mutando i rapporti di forza, che oggi vedono ancora prevalere il settore privato, a favore della proprietà collettiva e cooperativa. Una vittoria della destra, in questo frangente, darebbe il via a una nuova era di austerità liberista in Venezuela, a scapito del benessere delle classi popolari. Per evitarlo, Maduro deve “espropriare gli espropriatori”.

Andrea Parziale in collaborazione con L’Eco del Nulla

Note:

(1) https://www.cartercenter.org/news/pr/venezuela-070313.html

(2) http://venezuelanalysis.com/analysis/5939

(3) http://www.cepr.net/index.php/blogs/the-americas-blog/venezuela-who-are-they-and-how-did-they-die

(4) http://venezuelanalysis.com/files/images/economy_table_1.gif

(5) http://venezuelanalysis.com/files/images/economy_figure_3.gif

(6) http://links.org.au/node/3705

(7) http://www.cepr.net/index.php/blogs/the-americas-blog/venezuelan-economic-and-social-performance-under-hugo-chavez-in-graphs

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