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venerdì , 15 dicembre 2017
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Cultura e informazione, così la Cina invaderà il mondo

Nelle guerre moderne, assume un’importanza fondamentale il soft-power: uno scontro sostenuto sui campi della cultura e dell’informazione.

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Fonte: Oltremedianews

«La cultura è diventata una risorsa via via più importante per la coesione nazionale e per la creatività, e rappresenta un fattore di crescente rilevanza nello sviluppo della forza nazionale complessiva» così parlava nel 2007 il presidente Hu Jintao, durante il 17° congresso del PCC. L’anno scorso, lo stesso presidente ha spinto per modernizzazione i sistemi di difesa, della comunicazione e dell’informazione.

Nella “Guerra Fredda” che oppone oggi Cina e Stati Uniti (in verità stretti in rapporti ben più amichevoli di quanto si possa pensare), la corsa per accaparrarsi quanti più spazi d’informazione è più viva che mai. L’egemonia culturale statunitense nel mondo è proverbiale, incluso un dominio assoluto sul web criticato da più parti(leggi l’articolo). Meno evidenti analoghi tentativi da parte del governo di Pechino: nel 2000 viene lanciato il canale televisivo internazionale CCTV-News, mentre due anni fa è stato avviato, a Tianjin, Tianhe-1, un supercomputer per la gestione dei settoriingegneristico-militareeconomico-manageriale e meccanico-industriale.

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Più sottile lo scontro ideologico e culturale tra le due superpotenze (soft-power). Al classico ritratto della Cina come irrispettosa dei basilari diritti umani e oppressiva nei confronti del Tibet e del proprio stesso popolo, il Politburo oppone la “versione di Pechino”. Già nel ’97, il presidente Jiang Zemin affermava che <<L’ideologia dei diritti umani è diventata un’arma geopolitica usata per interferire negli affari interni dei Paesi in via di sviluppo>> e oggi sono in molti anche da noi gli oppositori alla visione tradizionale del “pericolo giallo”. In Italia, il giornalista ed esperto di geo-politica Andrea Fais afferma che <<Il governo cinese viene regolarmente accusato di essere responsabile per il presunto massacro di Piazza Tien An Men del 1989,  un avvenimento che in realtà non si è mai verificato. O di non rispettare i diritti umani in Tibet e nello Xinjiang; proprio dove, al contrario, le popolazioni locali stanno in realtà godendo di progressi sociali, economici e culturali mai visti prima del 1949>>.

La diffusione di questa controcultura vicina al governo centrale di Pechino è garantita, dal 2004 a oggi, soprattutto grazie agli Istituti Confucio, nati come punto d’incontro tra Oriente e Occidente e intesi per insegnare la cultura e la lingua cinese. Nella sola Italia, sono presenti alla Statale di Milano, all’Università di Bologna, alla Sapienza di Roma e nei maggiori centri italiani da Torino a Napoli. Citando l’ex segretario di stato americano Henry Kissinger <<La Cina è un Paese unico: nessun’altra nazione può rivendicare una continuità di civiltà altrettanto lunga. Nessuna civiltà, neppure gli Stati Uniti, può essere paragonata alla Cina per la sua capacità di preservare tanto a lungo, e di persuadere gli altri popoli ad accettare, una concezione così elevata del proprio ruolo mondiale – e su quest’ultimo tema aggiunge che – Io non condivido sempre la prospettiva cinese, ma comprenderla è necessario, per l’importanza del ruolo che toccherà alla Cina nel 21° secolo>>.

   Francesco Moscarella

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