Cultura. L'oro d'Italia che resta inutilizzatoTribuno del Popolo
giovedì , 23 marzo 2017
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Cultura. L’oro d’Italia che resta inutilizzato

Il nostro Paese è alle prese con un presente sempre più fosco e con un futuro che non preannuncia nulla di buono. Ma come mai nessuno pensa di utilizzare a pieno l’immane patrimonio culturale italiano, troppo spesso svenduto o inutilizzato?

Il nostro Paese è in crisi, economica, di identità, e la politica non è in grado di trovare le risposte appropriate. A mancare sono il lavoro, la fiducia, la prospettiva nel futuro, ma nessuno mette sul tavolo della politica il nodo della “cultura”. Forse a causa del devastante ventennio berlusconiano è stato inculcato nella mente degli italiani che la cultura dopotutto è inutile, non serve a niente, e persino dedicare la propria formazione culturale e di studio alla cultura sarebbe prerogativa dei “bamboccioni” e di chi non vuole lavorare. Delle barbare e vergognose fandonie che però, ripetute in modo diretto e indiretto per decenni, hanno finito per cambiare la mentalità di un Paese che invece ha proprio nel patrimonio culturale la sua ricchezza più grande. Una politica miope, o forse semplicemente in malafede, ha sempre messo all’ultimo piano la cultura, coi risultati che ben conosciamo. Bisognerebbe invece ripartire da essa, spiegando agli italiani che il patrimonio culturale del nostro paese è unico al mondo e potrebbe tranquillamente essere il volano per la ripresa economica. L’Italia non è un paese come gli altri, dispone di gran parte del patrimonio culturale mondiale, eppure ne sfrutta solo una minima parte, e malissimo.

Non ci credete? Secondo l’ultimo report della Fondazione Symbola e Unioncamere, “Io sono cultura”, la cultura frutta all’ Italia solo il 5,4% della ricchezza prodotta, ovvero circa 75,5 miliardi di euro, dando lavoro a poco meno di un milione e mezzo di italiani, ovvero il 5,7% del totale. Con la crisi però questo settore ha subito una brusca picchiata, anche perchè dopo vent’anni nei quali si è considerata la cultura una cosa secondaria, è logico che le famiglie taglino proprio la spesa culturale. In discesa anche il consumo di praticamente tutti i beni culturali classificati, compresi addirittura quelli che non presentano costi aggiuntivi per la fruizione, come i programmi dedicati in TV. Anche il consumo dei libri, già basso, è sceso in picchiata. ma non è finita qui, secondo Federculture l’Italia dispone di 3.609 musei, 5.000 siti culturali, 46.025 beni architettonici vincolati, 12.609 biblioteche, 34.000 luoghi di spettacolo e 47 siti UNESCO. Un patrimonio immenso che, se sfruttato correttamente, potrebbe quasi consentire all’Italia di vivere solo di questo. Del resto secondo una indagine di Cultura e Pmi  realizzata da Confcommercio in collaborazione con Format circa il 67,8% delle imprese italiane riterrebbe che il patrimonio culturale dell’Italia rappresenti una risorsa competitiva non utilizzata in modo efficiente. 

Insomma una crisi culturale totale e indiscutibile ma di cui i primi a non accorgersi sembrano essere proprio gli italiani. Secondo Eurostat l’Italia è semplicemente all’ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura (1,1% a fronte del 2,2% dell’Ue a 27) e, come se non bastasse, al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, per percentuale di spesa in istruzione (l’8,5% a fronte del 10,9% dell’Ue a 27). Tutto questo non può essere casuale, se oggi gli italiani sono disposti a tagliare sulla cultura lo si deve essenzialmente all’imbarbarimento culturale e sociale del berlusconismo. Analizzando la percentuale rispetto al Pil, l’Istat ha sottolineato difatti che la spesa per l’ istruzione è diminuita, passando dal 4,4% del 2010 al 4,2% nel 2011 mentre quella per la cultura si è quasi dimezzata passando dallo 0,8% del 2010 allo 0,5% del 2011. Stando così le cose musei e teatri non possono che chiudere, con una ulteriore contrazione dell’occupazione. Se si pensa che disponiamo del più grande patrimonio artistico del mondo, tutto questo ci appare ancor più incredibile e sbagliato, figlio di una politica e di una ideologia economica, quella del neoliberismo, che considera i beni culturali solo come scheletri improduttivi da mantenere piuttosto che come una incredibile opportunità di sviluppo economico. Dal momento che la cultura seppur con investimenti minimi frutte alle casse dello Stato 75 miliardi di euro all’anno, basterebbe aumentare nettamente gli investimenti nel settore e nella filiera culturale per ottenere risultati nell’occupazione. Anche la disoccupazione giovanile sembra legata a doppio filo proprio con la valorizzazione del patrimonio culturale, con i partiti che continuano a parlare d’altro, ignorando che forse potrebbe essere proprio questo il nodo irrisolto del nostro Paese. Per quale motivo nessuno propone di valorizzare la cultura e ripartire da lì? A chi conviene che tali risorse continuino a deteriorarsi e a rimanere improduttive?

photo credit: <a href=”http://www.flickr.com/photos/stuckincustoms/199825971/”>Stuck in Customs</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a> <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/”>cc</a>

Gracchus Babeuf

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