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giovedì , 30 marzo 2017
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Cyber-guerra: il ritorno della guerra preventiva

Non è necessario essere esperti di guerre e armamenti – e il sottoscritto non lo è di certo – per comprendere come il concetto stesso di guerra si sia sempre più esteso in coincidenza con lo sviluppo tecnologico. Non può quindi stupire il fatto che anche Internet – la “rete” – sia divenuto un campo di battaglia di primaria importanza che, come quelli di terra, mare e aria deve essere difeso e reso operativo.

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Fonte: Marx21.it

Alle spalle abbiamo già molto esempi di utilizzo massiccio dei “social-network” nella diffusione di menzogne e false notizie o per sostenere operazioni di rovesciamento di governo. Queste, in sostanza, rappresentano nuove forme di attacco al quale seguono – anche se non sempre – operazioni belliche vere e proprie.

Ma non è tutto qui. Anzi: il concetto di “cyberguerra” riporta d’attualità quello di “guerra preventiva” che, troppo superficialmente, si è creduto estinto con il cambio della guarda alla Casa Bianca tra Bush Jr. e Barack Obama.
Proprio sotto la presidenza di quest’ultimo – ricordiamolo un Nobel per la pace – per la prima volta è in via di approvazione – secondo quanto rivela il New York Times – un codice di disposizioni altamente classificato che consentirà al Comandante in capo – il Presidente – di ordinare un “attacco preventivo se gli Stati Uniti rilevano prove credibili di un pericoloso attacco digitale in preparazione dall’estero1. Il che significa che, senza alcuna dichiarazione di guerra, la Casa Bianca può ordinare un attacco micidiale attraverso l’invio e l’iniezione di un codice distruttivo nelle “reti” nemiche”. La tanto bistratta – e giustamente – guerra preventiva, cacciata nel 2008 dalle porte di Washington è rientrata prontamente dalle finestre. L’invasione dell’Iraq del 2003 era stata giustificata dalla presentazioni di credibili prove sul possesso da parte dell’Iraq di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa. Che queste prove si siano poi rivelate false ha avuto poca importanza: invasione e occupazione militare erano giustificate dall’esportazione della democrazia.

D’ora il Cyber Command – nuovo organismo che ha sede al Pentagono e che gode di risorse crescenti – avrà la possibilità di scatenare una guerra elettronica contro un Paese sempre sulla base di prove sovranamente ritenute credibili in un procedimento che resta segreto e che, in casi limitati e di secondaria importanza, potrebbe anche non prevedere il coinvolgimento del Presidente.

Occorre tenere presente che la “cyberguerra” non è una forma innocua e indolore di attacco; oltre alle strutture militari può colpire tutte le infrastrutture necessarie per la vita di un Paese e di un popolo come quella elettrica e idrica, l’attivazione di interventi di soccorso e la perdita per deterioramento di medicinali. Insomma potrebbe costare molte vittime civili.

Sulla base di prove che potrebbero essere credibili come quelle del 2003 si potrebbe paralizzare uno Stato oppure tenerlo sotto perenne ricatto limitandone la sua sovranità nel processo decisionale. E quest’ultimo, per il diritto internazionale, è semplicemente un atto di terrorismo. Ma ci potrebbe essere anche un altro utilizzo che va inquadrato nella logica del “neo-interventismo democratico” che prevede – l’esempio della guerra alla Libia è ancora fresco – il rovesciamento di governi sgraditi: se la potenziale minaccia di un cyber-attacco provenisse sì da un Paese straniero ma da individui non legati al governo e interessati ad una destabilizzazione dello stesso, quale potrebbe essere la reazione statunitense? Il rischio è quello di trovarsi di fronte ad un “incidente del Tonchino” in versione cibernetica che potrebbe dare il via ad una risposta militare e ad una guerra vera e propria. Ad oggi- da quanto emerge dal dibattito interno – si presume che un attacco informatico di vasta portata abbia per definizione alle spalle le strutture di un governo e che questo sia quindi coinvolto nella pianificazione2. Le “prove credibili” possono sempre essere trovate.

Non è certo un caso che la notizia sulle nuove misure statunitensi siano di poco successive alle accuse rivolte alla Cina – ormai competitore globale degli Usa – in relazione agli attacchi informatici che hanno coinvolto nei mesi scorsi New York Times, Washington Post e il Wall Strett Journal. Alle orecchie di Pechino – che ha prontamente smentito ogni coinvolgimento – il messaggio è arrivato chiaro: quella informatica è solo una nuova versione del sempre più ricco racconto della “minaccia cinese”.

Concludiamo ricordando che un attacco informatico preventivo in grande stile c’è già stato. Nel suo primo mandato – sempre a quanto riporta un’inchiesta del New York Times, il presidente Obama ha proseguito sulla strada del suo predecessore ordinando una serie di cyber-attacchi – nome in codice dell’operazione “Giochi Olimpici” – ai sistemi informatici degli impianti iraniani di arricchimento nucleare3.

Diego Angelo Bertozzi

NOTE
1“Broad Powers Seen for Obama in Cyberstrikes”, The New York Times, 3 febbraio 2013
2“Cyber Combat: Act of War”, The Wall Street Journal, 30 maggio 2011
3“Obama Order Speed Up Wave of Cyberattacks Against Iran”, The New York Times, 1 giugno 2012.

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