Cyber-war nuove frontiere della guerra nel XXI secoloTribuno del Popolo
giovedì , 25 maggio 2017
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Cyber-war nuove frontiere della guerra nel XXI secolo

Nuove frontiere della guerra nelXXI secolo. Da trincee e baionette agli attacchi hacker, le superpotenze oggi si misurano tramite il web. Non solo guerre virali, oggi la materia del contendere è l’enorme mole di informazioni che internet consente di immagazzinare.

Fonte: Oltremedia

La guerra cibernetica, nota anche come cyberwarfare, è l’insieme delle attività informatiche svolte per scopi militari. Possiede aspetti tecnico-operativi sia offensivi sia difensivi ed è utilizzata sia in tempo di pace che nel corso di conflitti armati.

Dal punto di vista offensivo, l’attacco cibernetico può utilizzare diverse tecniche e tattiche e proporsi diversi obiettivi: intercettazione di dati; inabilitazione delle reti e degli equipaggiamenti informatici nemici; attacco alle infrastrutture critiche (elettricità, gasdotti e oleodotti, rete delle telecomunicazioni commerciali e finanziarie, trasporti ecc.). Le modalità di attuazione degli attacchi vanno dal superamento dei sistemi protettivi e dall’entrata nelle reti informative e nelle banche dati, con finalità varie (dall’acquisizione di informazioni al vandalismo di hacker individuali), sino ad arrivare al caso più estremo costituito dall’attacco massiccio condotto da unità specializzate che può avvenire con la semplice diffusione di virus informatici idonei a neutralizzare reti, sistemi d’arma o di comando, di controllo e di comunicazione.

Dal punto di vista difensivo, la cyberwar tende a irrobustire tecnicamente computer e reti per aumentarne la resistenza. Essenziale nelle operazioni difensive è rendersi conto dell’attacco per predisporre adeguate contromisure sia passive che attive.

La cyberwar è il nuovo modo di fare guerra. Le organizzazioni segrete e soprattutto FBI si occupano di contrastare e neutralizzare qualunque tipo di minaccia proveniente dal cyberspazio, nel quale ormai si trova ed è direttamente coinvolto il globo intero: dalle nazioni, ai singoli privati.  I terroristi sono sempre più esperti di informatica. Proprio come ogni altra multinazionale, usano Internet per far crescere il loro business e per collegarsi con qualunque centro informatico. Al Qaeda, nella penisola arabica, ha prodotto una rivista online in lingua inglese con la quale condivide idee, informazioni al sol fine di reclutare un maggior numero di persone. Al Shabaab, organizzazione vicina all’ex rete di Bin Laden in Somalia, ha il suo account Twitter, che utilizza per infamare in lingua inglese i suoi nemici e incoraggiare attività terroristiche.

L’utilizzo del cyberspace non si limita solo alla mera propaganda, ma viene sfruttato soprattutto per condurre operazioni di vario tipo. Frontiere e confini non costituiscono un ostacolo per gli hacker, i quali secondo molti esperti possono mettere a rischio l’ordine e la pace mondiale. Si percepisce, perciò, la necessità di un approccio collettivo per la vera e propria collaborazione e condivisione delle informazioni. Come Al Qaeda, nel web vi sono gruppi che agiscono nell’ombra con il potere di scatenare proteste e manifestazioni; queste comunità interattive, non riconducibili ad alcuno stato, senza bandiera, si muovono nell’anonimato. Esse vengono definite Anonymous. Con il tempo gli episodi legati ai membri del gruppo sono diventati sempre più popolari, il più famoso riguardò la protesta contro la chiesa Scientology nel 2008. È ormai noto che tali movimenti costituiscono una nuova frontiera della conflittualità.

Da parte loro anche gli Stati Uniti non hanno esitato a ricorrere ai nuovi strumenti di tecnologia informatica per muovere attacchi contro i loro nemici. Gli esempi di tentativi di attacco e sabotaggio a stelle e strisce non mancano. È stato difatti progettato un worm (letteralmente “verme”, particolare categoria di malware in grado di autoreplicarsi, simile ad un virus),Stuxnet, affinchè danneggiasse il programma iraniano di arricchimento dell’uranio. Stuxnet faceva parte di Giochi Olimpici, un progetto segreto avviato dall’amministrazione Bush. Poco dopo che Obama è diventato presidente, l’operazione ha avuto un’accelerata finché l’attuale Presidente statunitense non ha ordinato che i Giochi Olimpici si svolgessero in modo sempre più raffinato.

Nuove frontiere della tecnologia, guerre che si spostano sulla rete e sui microchip. Fin qui tutto bene se non fosse che l’errore in questi casi è dietro l’angolo. L’esempio di Stuxnet calza a pennello. Il virus fu distribuito nel 2009 da Stati Uniti e Israele ed era stato originariamente progettato per rimanere all’interno dell’impianto d’arricchimento dell’uranio iraniano di Natanz, ma a causa di un errore di programmazione furono danneggiati altri impianti e attrezzature industriali, come quelli della Siemens; il worm fu diffuso su internet, e vennero alla luce società di sicurezza come Symantec e Kaspersky. Pertanto Stuxnet è in perfezionamento.

Insomma in molti considerano oggi questo episodio, come il <strong “mso-bidi-font-weight:=”" normal”=”">primo caso di guerra informatica governativa. Una ricostruzione che non ha trovato conferme da parte di fonti ufficiali, ma rimane il fatto che le super potenze mondiali stanno cominciando ad attrezzarsi anche per una futura cyber war. Di vero c’è sicuramente che oggi i progressi dell’informatica e lo sviluppo tecnologico costituiscono le colonne su cui si poggiano interi sistemi economici. Basti pensare alla mole di informazioni che i server dei principali provider contengono; o per esempio al fatto che una centrale atomica funziona tramite sofisticati computer i quali comunque restano uno strumento vulnerabile.

Flavia Di Carlo

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