Da laureati a braccianti, ecco la "nuova" emigrazione italianaTribuno del Popolo
giovedì , 20 luglio 2017
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Da laureati a braccianti, ecco la “nuova” emigrazione italiana

Dal Bel Paese si fugge sempre di più, ne sanno qualcosa i giovani, spesso laureati, che lasciano l’Italia per cercare fortuna altrove. E pur di lasciarsi alle spalle il nostro Paese spesso finiscono per accettare lavori che non in Italia non avrebbero mai accettato.

Si fugge dall’Italia, si fugge e a fuggire, come ormai tutti sanno, sono soprattutto i nostri giovani, spesso laureati, che hanno perso anche la speranza di un futuro migliore nel nostro Paese. A fuggire sono quasi sempre giovani di alto profilo, ma non sempre finiscono per fare all’estero il lavoro sperato.  Come rivelato da un’inchiesta pubblicata da Dirittiglobali.it, sono sempre di più gli italiani che emigrano non per coronare il sogno professionale di una vita ma per fare lavori anche umili, spesso lavori che in Italia gli italiani si rifiutano di fare. L’Australia è una delle mete preferite dai nostri connazionali che spesso finiscono a lavorare in campi molto simili a quelli che nel nostro Paese sono affollati dai migranti africani. I giovani italiani si trasferiscono a Canberra, a Forbes, a Ayr, a Gatton, a Ulverstone, si chiamano così i luoghi che ospitano le farm dove vengono raccolti i pomodori, dalla Tasmania fino al Southern Queensland; sembra quasi che i nostri connazionali non accettino di farsi sfruttare in Italia, ma invece accettino di buon grado di farlo in un paese che ritengono più meritevole come l’Australia. Si tratta dei paradisi delle working holyday, ovvero vacanze dove si lavora e dove, ogni anno, si recano migliaia di giovani europei. L’obiettivo è molto semplice, lavorare per 88 giorni in modo da ottenere un secondo anno di visto e provare a trovare il lavoro della vita in Australia, che è diventata la mèta più cool tra gli under 31 europei. Ecco perchè sono sempre di più gli italiani giovani che si sono fatti affascinare dal fascino selvaggio del continente oceanico, basti pensare che negli ultimi due anni il numero di italiani diretti in Australia è raddoppiato, e quasi tutti comprano un biglietto di sola andata. A sentirli parlano dell’Australia come della terra promessa, come di una terra dove tutto è meglio rispetto all’Italia, dalla “mentalità della gente” (cosa ne sapranno poi è un mistero), fino alle possibilità di lavoro e alla qualità della vita. Pur di coronare il loro sogno di lasciare l’ingrata Italia, i nostri connazionali sono disposti a spezzarsi la schiena sotto al sole, a fare i lavori più umili, gli stessi che in Italia vengono accettati solo dai migranti. Pur di lavorare attendono all’alba di venire prelevati dai camioncini che li portano a lavorare, lavoratori a giornata chiamati a spalare letame o a raccogliere frutta e vegetali. E dire che molti di loro sono laureati, hanno studiato cioè proprio per provare a fare dei lavori diversi, ed è proprio questo il motivo per cui hanno lasciato l’Italia, dal momento che da noi il loro titolo di studio non gli garantisce un accesso dignitoso nel mondo del lavoro. Nel paese delle opportunità invece gli italiani e i migranti mettono via ogni ambizione, accettando di fare qualsiasi lavoro, e ripetono tra loro quasi un mantra, ovvero che in Australia ti mettono alla prova e poi ti fanno lavorare. Peccato che sono tanti coloro che dopo aver sudato per mesi sui campi poi non ce la fanno e devono tornare nell’odiata Italia con la coda tra le gambe. Solo nei primi sei mesi del 2013 sono oltre 18.000 i giovani che hanno lasciato l’Italia per cercare fortuna altrove. Affascinati dalle Working Holiday e dalla cultura anglosassone finiscono per partire alla ricerca di un sogno, peccato che i nostri connazionali non sappiano che in Australia fino al 1973 esistevano le leggi della White policy che puntavano a favorire l’immigrazione bianca considerando gli italiani dei “mezzi bianchi”. I nostri connazionali trovano evidentemente giusto che il governo australiano li “metta alla prova” facendoli lavorare per 88 giorni nei campi o nelle miniere, tre mesi di lavoro durissimo per ottenere due anni di tempo da impiegare a cercare un lavoro fisso sponsorizzato senza il quale non è possibile rimanere in Australia. Trovare un lavoro, questo sì, è più facile che in Italia dal momento che la disoccupazione è inferiore al 5,8%, ma senza una sponsorizzazione da parte di un’azienda che dimostri di non aver trovato tra le competenze locali il profilo lavorativo dell’immigrato, il rischio è quello di fare un buco nell’acqua. Questo per chi è abbastanza fortunato, le cose vanno molto diversamente per i cosiddetti “boat people”, ovvero disperati che cercano di raggiungere l’Australia a bordo di natanti di fortuna provenienti dall’Asia meridionale; le autorità australiane con loro usano da sempre il pugno di ferro, respingendoli manu militari. Inoltre per i malati di Hiv o altre patologie croniche la residenza è semplicemente off limits. Secondo diverse testimonianze inoltre le condizioni di vita all’interno delle farm non sono propriamente idilliache, e per i giornalisti è persino difficile documentare dal momento che non sono ben accetti. Queste farm si trovano a miglia e miglia dai centri abitati e non sono raggiungibili dai mezzi pubblici, ma poco importa, apprezzare le culture diverse dalla nostra e denigrare quanto di buono abbiamo è la nuova moda del XXI secolo. Loro obiettano che in Italia hanno perso la speranza mentre in Australia, pur accettando di vivere di fatica e stenti, possono sempre sperare in un impiego futuro, e  almeno su questo forse hanno ragione, salvo poi magari scoprire che la “buona vecchia” Italia è meglio di quanto pensassero, ancora.

photo credit: <a href=”http://www.flickr.com/photos/arternative-design/10425055165/”>www.arternative-design.com</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a> <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/”>cc</a>

Gracchus Babeuf

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