Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in ItaliaTribuno del Popolo
domenica , 24 settembre 2017
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Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia

Armi nucleari? Sì grazie. Da poco più di un anno l’amministrazione Obama ha varato un miliardario programma di “estensione della vita” di circa 400 bombe nucleari a caduta libera del tipo B61 realizzate alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. La metà di esse sono stoccate attualmente all’interno di alcune basi Usa in Europa. In Italia è stimata la presenza di una novantina di bombe atomiche B61 ad Aviano (Pordenone) e Ghedi di Torre (Brescia).

Si tratterebbe di tre sottomodelli con differenti potenze massime di distruzione: le B61-3 da 107 kiloton, le B61-4 da 45 kiloton e le B61-10 da 80 kiloton. Grazie al piano di ammodernamento, le testate saranno dotate di un sistema di guida di precisione e direzione e saranno riadattate per essere trasportate e teleguidate dai cacciabombardieri F-35 che stanno per essere acquisiti dalle forze armate di Stati Uniti e di alcuni paesi partner (primo fra tutti l’Italia).

Quella di Ghedi-Torre è una delle principali basi operative dell’Aeronautica militare italiana, sede del 6° Stormo con due squadroni aerei (il 102° e il 154°), dotati entrambi di cacciabombardieri Tornado IDS a doppia capacità, convenzionale e nucleare. Nello scalo bresciano sarebbero operativi undici sistemi di stoccaggio e protezione delle testate sotto la custodia del 704th Munitions Maintenance Squadron (704 MUNS) dell’US Air Force. L’unità speciale composta da 134 uomini è operativa a Ghedi sin dal 1963 e ha la responsabilità di ricevere, custodire ed assicurare la manutenzione e il controllo dei sistemi d’arma di distruzione di massa. Assegnato dal 2007 al 52d Fighter Wing dell’aeronautica statunitense con base a Spanqdahlem (Germania), il 704 MUNS risponde operativamente al comando del 16th Air Force di Aviano (Pordenone) e in caso di crisi può supportare e armare le missioni di strike delle forze aeree italiane e di altri paesi Nato.
Secondo la Federazione degli scienziati americani (Fas), il Pentagono avrebbe però progettato da alcuni anni di trasferire il 704 MUNS ad Aviano per la “scarsa sicurezza” degli ordigni atomici stoccati a Ghedi. Ad oggi non è dato sapere se il piano d’immagazzinare tutte le testate B61 nel grande scalo aereo friulano sia stato avviato. Di certo si sa solo che nell’agosto del 2009 è stato “riattivato” ad Aviano il 31st Munitions Squadron a cui è stato affidato il controllo, la gestione e la manutenzione dell’arsenale nucleare che US Air Force ha creato nella base sin dalla fine degli anni ’50. Lo squadrone ha il compito in particolare di “armare” la cinquantina di cacciabombardieri F-16C/D del 31st Fighter Wing. Inoltre conta su un importante distaccamento con più di un centinaio di uomini nella grande base militare statunitense di Camp Darby (tra Pisa e Livorno) dove è responsabile dello stoccaggio e della movimentazione per conto di US Army e del Military Sealift Command di più di 21.000 tonnellate di munizioni per artiglieria, missili, razzi e bombe d’aereo, 8.100 tonnellate di esplosivi e 2.600 tra tank, blindati, jeep e camion.
Etruria infelix
Camp Darby è oggi sicuramente il principale centro d’immagazzinamento di sistemi d’arma e materiali di guerra che le forze armate Usa dispongono in tutto il sud Europa. Grazie al distaccamento del 31st Munitions Squadron, in tempi rapidissimi possono essere trasferite armi e munizioni per via aerea, navale e terrestre ai reparti Usa e Nato impegnati in operazioni di guerra in Africa, Medio oriente e sud-est asiatico.
La centralità della base toscana nelle operazioni di rifornimento bellico è stata evidenziata sin dalla prima guerra del Golfo, quando più di 22.000 tonnellate di munizioni (quasi la totalità di quelle usate) furono imbarcate dai porti di Talamone e Livorno verso i reparti statunitensi che combattevano in Iraq e Kuwait. Nel febbraio 1999, quando fu lanciata l’attacco Nato contro la Serbia, il 31st Munition Squadron movimentò oltre 16.000 tonnellate di munizioni, il 60% di quelle utilizzate durante i bombardamenti aerei. Tra esse c’erano pure 3.278 cluster bomb, le bombe a grappolo che dopo essere sganciate da aerei o elicotteri si suddividono in submunizioni che all’esplosione moltiplicano gli effetti devastanti e i danni sulle persone e l’ambiente circostante.
Per diretta ammissione degli stessi comandi Usa di Camp Darby, nei depositi della base sono stipate pure armi all’uranio impoverito come la superbomba GBU-28 capace di perforare le corazze dei tank e di contaminare i terreni per periodi medio-lunghi. Nella grande base alle porte di Pisa e Livorno sarebbero pure stoccate le famigerate armi denominate Dime (Dense Inert Metal Explosive), involucri in fibra di carbonio imbottiti con tungsteno, cobalto, nickel o acciaio, sempre più utilizzati dalle forze armate israeliane nelle incursioni a Gaza e nel sud del Libano. Le Dime sono ordigni studiati per la guerra urbana e si caratterizzano per l’enorme potere esplosivo in raggi limitatissimi. I frammenti contenenti nano-particelle di materiale pesante possono provocare il cancro all’interno dei tessuti in cui penetrano.
Il potenziamento infrastrutturale e strategico di Camp Darby ha progressivamente accresciuto la rilevanza del vicino scalo “Galileo Galilei” di Pisa. Punto nodale per il traffico aereo civile in Italia (vi transitano oltre 4 milioni di passeggeri l’anno), l’aeroporto di Pisa è destinato a fare da centro nevralgico di tutte le missioni all’estero dell’Aeronautica militare italiana e hub logistico per le forze aeree Usa e Nato in sud Europa. Le autorità governative hanno già stanziato 63 milioni di euro per creare nuovi hangar e aree di parcheggio velivoli che consentiranno dimovimentare mensilmente sino a 36.000 militari perfettamente equipaggiati e 12.000 tonnellate di materiali e munizioni. Grazie ai lavori di riadattamento delle piste nell’aeroscalo potranno atterrare e decollare anche i giganteschi C-17 “Globemaster” dell’US Air Force, la cui capacità di carico è oltre il triplo di quella dei C-130J “Hercules” in dotazione alla 46ª Brigata Aerea dell’Aeronautica militare di stanza proprio a Pisa. Alla brigata è affidato il trasporto di truppe e mezzi in Afghanistan e negli altri scenari internazionali dove operano le forze armate nazionali (Corno d’Africa, Libano, ecc.). In dotazione alla 46ª Brigata di Pisa ci sono pure i “Lockheed Martin” KC-130J (la versione tanker del velivolo da trasporto C-130J per rifornire in volo i cacciabombardieri Eurofighter, Tornado ed AM-X) e i grandi aerei da trasporto C-27J “Spartan” che hanno consentito un ulteriore ampliamento del raggio d’intervento e di proiezione delle forze armate italiane.
Un trampolino per i parà e i caccia Usa
Resta comunque il nord est d’Italia l’epicentro strategico delle forze aviotrasportate degli Stati Uniti d’America destinate alle operazioni di guerra in Europa orientale, nel continente africano e in Medio oriente. L’infrastruttura chiave è la grande base di Aviano dove si concentrano in 482 ettari di terreno piste aeree, depositi, hangar e caserme per un valore complessivo – secondo il Pentagono – di 740 milioni e 700 mila dollari. I dati ufficiali indicano la presenza nell’installazione friulana di 348 ufficiali, 3.409 militari semplici e 594 civili statunitensi a cui si aggiungono 934 lavoratori civili italiani.
Aviano è la sede del principale comando delle forze aeree Usa in Europa (16th Air Force) da cui dipendono i reparti di volo che operano da questa base e da quella turca di Incirlik oltre che da una numerosa serie d’installazioni di supporto sparse in Italia, Turchia, Spagna, Francia, Germania, Croazia, Kosovo, Bosnia-Herzegovina, Ungheria, Macedonia, Grecia ed Israele. L’US Air Force può contare ad Aviano su due squadroni con cacciabombardieri F-16 (il 510th e il 555th Fighter Squadron) in grado di operare regionalmente ed extra-area su richiesta della Nato e del Comando supremo alleato in Europa (Saceur) “con munizioni convenzionali e non-convenzionali” come precisano le massime autorità aeronautiche statunitensi nel loro report finanziario per l’anno 2011. Nella base friulana è pure attivo uno squadrone di volo per le attività di sorveglianza, controllo e comunicazioni.
Tutti i reparti Usa sono sotto il controllo del 31st Fighter Wing, attivato ad Aviano l’1 aprile 1994 proprio alla vigilia delle operazioni Nato che hanno imposto l’applicazione della No Fly Zone nei cieli della Bosnia-Herzegovina durante il sanguinoso conflitto balcanico. Come ricorda lo stesso comando militare statunitense, nell’estate del 1995, il 31st Fighter Wing lanciò da Aviano “i maggiori raid aerei in Europa a partire dalla seconda guerra mondiale”. Quattro anni più tardi, la base friulana fu “promossa” a centro strategico operativo e principale piattaforma di lancio dei bombardamenti aerei Usa e Nato in Serbia, Kosovo e Montenegro. Nei 78 giorni di conflitto, gli F-16 del 510th e del 555th Fighter Squadron di US Air Force insieme ad altri 200 velivoli di paesi dell’Alleanza Atlantica eseguirono dallo scalo friulano più di 9.000 sortite con quasi 40.000 ore complessive di volo.
La base è oggi oggetto di un articolato piano di ammodernamento e potenziamento infrastrutturale per il valore di 610 milioni di dollari denominato “Aviano 2000”. Annunciato a fine anni ’90 ma avviato solo a partire del 2005, il piano prevede la realizzazione di 99 grandi progetti (un terzo con interventi finanziari dell’Aeronautica militare italiana e il resto del Dipartimento della difesa Usa) e di 186 interventi di dimensioni minori. L’obiettivo finale è quello di trasformare Aviano nella maggiore delle installazioni statunitensi in Europa per “condurre la guerra aerea e nello spazio e le operazioni di supporto al combattimento nella Regione meridionale del continente”, come spiega il Pentagono. Nella base aerea sono già stati realizzati una palazzina-comando del 510th Fighter Squadron, una grande stazione di telecomunicazioni, una nuova torre di controllo aereo, un modernissimo centro di simulazione volo, un impianto di manutenzione dei mezzi aerei, due stazioni anti-incendio, un poligono di tiro al coperto, un nuovo centro medico e una serie di infrastrutture abitative, scolastiche e per il tempo libero destinate al personale militare statunitense e ai propri familiari. Imponenti pure le opere realizzate per assistere i reparti dell’esercito Usa di base nella vicina Vicenza, come ad esempio il grande magazzino dove vengono tenuti i materiali necessari per le operazioni di aviolancio, un centro logistico in grado di ospitare sino ad un migliaio di paracadutisti in transito e una piattaforma per le soste tecnico-operative dei grandi velivoli da trasporto capace di accogliere simultaneamente sino a dodici C-130 o cinque C-17. Costata 7 milioni di dollari, l’infrastruttura è una copia identica dell’installazione esistente nella base aerea “Pope” di Fort Bragg, Nord Carolina, utilizzata dalla 82^ divisione aviotrasportata di US Army, il reparto d’elite che combatte in tutti i maggiori scacchieri di guerra internazionali. Nello scalo friulano operano infine una quarantina di militari e contractor impegnati nella custodia dei magazzini e dei depositi di proprietà di US Army Africa (USARAF), il comando per le operazioni terrestri in territorio africano che il Pentagono ha attivato a Vicenza cinque anni fa.
Fine Parte I
Relazione al Convegno “E’ NATO per la guerra. Come uscire dal patto Atlantico”, Roma, 11 ottobre 2014. La relazione è una versione ridotta del saggio pubblicato nel volume SE DICI GUERRA…. Basi militari, tecnologie e profitti (A cura di G. Piccin e con i contributi di G. Alioti, G. Casarrubea, R. De Simone, T. Di Francesco, M. Dinucci, A. Mazzeo, A. Pascolini), Kappa Vu Edizioni, Udine, 2014.
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