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martedì , 23 maggio 2017
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Dai seggi ai saggi. Cronache dalla fine della democrazia.

La democrazia rappresentativa cessa di essere rappresentativa anche nel senso di rappresentanza indiretta delle istanze dei cittadini e diventa nomina di chi approverà le norme del sovrano. Lo Statuto albertino e la monarchia vengono restaurati sulla base del sempre valido principio del buongoverno in opposizione alla plebaglia inetta e Maria Antonietta resuscita nel giorno di Pasqua per lottare contro di noi.

napoli

Poco più di un mese fa un paese intero era incolonnato davanti ai seggi, in pieno inverno e con molte località  sotto la neve, per esercitare il suffragio universale. Era un voto anticipato deliberatamente per mettere a tacere una proposta referendaria scomoda, che neppure Grillo (cavaliere senza macchia e senza gloria della democrazia diretta) osa sostenere. In quest’ottica il referendum che, sull’onda dei successi sui beni comuni, intendeva rimettere al centro il “lavoro” come principale bene comune inalienabile era un referendum rivoluzionario, non era ammissibile una controffensiva alla Troika su questo punto cosa centrale. Infatti, una decisione d’imperio da parte del “peggior presidente della repubblica” (pure rispetto a Cossiga) anticipa la data di scioglimento delle camere, facendola ricadere nel 2012. Cosa, l’obiettivo di far scadere le 500.000 firme raccolte per chiedere più democrazia a partire dai luoghi di lavoro venne centrato in pieno: niente reintegro dei licenziati senza giusta causa.

Se la democrazia italiana si misura partendo dai fatti quotidiani si nota come essa si arresti molto prima di arrivare al palazzo, ossia nella vita di tutti i giorni: nel mondo del lavoro, nella socieà・, laddove il ricatto tra lavoro senza diritti e fame si esercita costantemente. Questo ricatto padronale diventa diritto sacrosanto nella democrazia liberal-capitalista e viene difeso dalle principali istituzioni che rappresentano interessi generali specularmente opposti a quelli del popolo italiano. Gli interessi generali che la sinistra ha provato a difendere con delle campagne referendarie abbandonate dai paladini della democrazia diretta concentrati sulle dirette streaming e sulla rivalutazione della riforma Fornero, viceversa sono passati nell’opinione pubblica distratta come “interessi corporativi”, fuori dalla vita di tutti i giorni e per cui non valeva la pena preoccuparsi. Il fallimento pilotato di quei referendum ・ stato propedeutico al grande successo di Grillo, che si sarebbe trovato spiazzato su tematiche centrali, ed è stato preparato proprio da Napolitano. Gli strali di Grillo verso Napolitano a cui cedette “l’onore delle armi” per una questione formalistica e le odierne riflessioni sul suo blog rivelano un assonanza preoccupante tra Grillo e Napolitano. Chissà come mai nessuno fa notare lo strano accordo filo-padronale tra politica e anti-politica?

Comunque, non intralciare il feroce attacco alle condizioni lavorative era l’imperativo per cui divenne impossibile aspettare qualche giorno in più, il pretesto dell’urgenza venne allora ricercato da Napolitano in una situazione che vedeva il governo Monti improrogabile: occorreva sciogliere subito le camere, agire per dare un nuovo governo al paese. Cosa accadrebbe se un giornalista non di regime oggi ponesse la fatidica domanda: come mai a dicembre 2012 il governo Monti risultava improrogabile (pur essendo legittimato dal parlamento), mentre oggi la proroga del governo Monti è l’unica alternativa per un paese che ha chiaramente rifiutato il medesimo governo col voto? La risposta, indirettamente, l’ha data Michele Ainis stamane dalle colonne dell’Huffington Post dell’Annunziata, confermando che in una situazione di “blocco istituzionale” in cui “il parlamento non ha revocato la fiducia al governo, ma ・ rimasto impotente a legiferare”, vede la via del prolungamento della vita del precedente governo, nella speranza di un accordo tra le forze politiche, come unica soluzione. Soprattutto vista l’impossibilià・ del Presidente della Repubblica di sciogliere le camere (cosiddetto semestre bianco).

Questa la spiegazione tecnica di ciò che è successo. Tuttavia, come abbiamo imparato dalla “tecnica” alla politica la distanza è breve e spesso nulla. Infatti, veniamo già da un esecutivo tecnico incaricato dell’ordinaria amministrazione, ma che in realtà si è occupato di politica in modo spinto, attaccando alla base i diritti sociali sanciti in Costituzione. Questo stesso esecutivo tecnico che sconfina, senza che nessun controllore impedisse lo scempio, si è poi presentato alle elezioni come lista politica, cessando di essere tecnico. Tale governo ruppe il rapporto fiduciario prima del voto con le dimissioni necessarie per scendere nell’agone politico. Monti si prese l’impegno di dover rispondere ai cittadini tramite l’istituto del suffragio universale e l’esito elettorale è stato cristallino: fallimento del Monti tecnico diventato politico. Ora, complice il Presidente della Repubblica, Monti ottiene il ripescaggio come “governo tecnico in carica” e dopo aver lavato i suoi peccati con la cancellazione dell’intero gabinetto governativo rimonta in sella presentandosi coi 10 saggi (no tecnici nè politici, ma oligarchicamente “saggi”) immutato e riconvertito al regno della tecnica amministrativa e di governo. Un vero numero di prestigio, bisogna darne atto al duo Monti-Napolitano che nei giorni pasquali fanno risorgere il governo Monti come governo tecnico, dopo averlo calato negli inferi della politica spicciola. Com’è possibile un numero simile? Non è dato saperlo semplicemente perch・ nessuno domanda e nessuno risponde. Tema tabù.

Comunque sia, il numero non pu・ nascondere il golpe. Il democraticismo leniniano qui viene decisamente accantonato, poichè sono gli stessi principi della democrazia liberale ad essere aggirati: prolungare la durata di un governo già di emergenza è un inedito assoluto della nostra Repubblica, il governo in carica a tempo indeterminato è senza fiducia poichè si era dimesso e non ha alcun rapporto con il Parlamento espresso dal voto, infine dal nulla viene creata la figura del saggio sulla quale vi è il mistero più fitto.
L’intento di queste figure che non hanno un appoggio solido sulla carta costituzionale, ma sono il frutto della fantasia del Presidente, dovrebbe essere quello di legare un parlamento sfaldato ad un esecutivo sfiduciato. Inevitabilmente i 10 saggi rappresentano figure ambigue che ispirano decisamente poca fiducia, ma ancora più preoccupante è che godranno di poteri ancora più ambigui, inutile nascondere l’ansia per il clamoroso aggiramento costituzionale.

Nonostante le telegrafiche dichiarazioni di Napolitano rivolte a rassicurare che con i 10 saggi non c’è un’esautorazione del Parlamento, ma solo il tentativo di favorire un accordo politico e, ad un mese dall’ultimo diktat dell’imperator ci troviamo di nuovo sotto la lama tagliente del suo pesante spadone. Stavolta chi grazierà e chi sanzionerà in nome del “popolo” ? L’interrogativo angosciante viene risolto alla vigilia di Pasqua dall’ennesimo diktat:i salvati saranno i soliti, ossia chi ha partecipato al governo Monti uscito distrutto dalle elezioni, invece i sanzionati saranno quegli altri, i dissidenti di quel governo dentro e fuori le coalizioni governative. Un vero ribaltamento democratico che ha del clamoroso se non trovasse tanti costituzionalisti pronti a difendere le interpretazioni più strampalate basate sul: “finchè non c’è un governo nuovo resta quello uscente”. Una cantilena che si avvita nel pensiero tautologico, arrivando a giustificare ogni rimescolamento possibile delle carte in tavola pur di scongiurare le urne semplicemente vietate dai mercati.

Spiace smentire Napolitano, ma un dato incontrovertibile è lo svuotamento della funzione legislativa del parlamento con una simile scelta: l’assenza tra i “saggi” di esponenti del terzo polo grillino, la presenza dei partigiani del governo Monti nei due schieramenti Pd – Pdl, nonch・ la presenza di esponenti stessi di Scelta Civica (8% dei voti e 37 seggi), l’esclusione dei rappresentanti di partiti “critici” come Sel (37seggi come Lista civica), l’inclusione dei rappresentanti di partiti disponibilissimi ad inciuci di ogni sorta come la Lega Nord (4% dei voti e 18 seggi) rappresentano un preciso intento di indirizzare autoritariamente la via politica del paese. Insomma, i 10 saggi non rappresentano nessuno: non sono un governo di transizione perch・ non rappresentano l’intero parlamento, non sono un prolungamento del governo Monti perchè includono forze politiche assenti nel governo Monti, non sono neppure frutto di un accordo esplicito tra i partiti perch・ sono calati dall’alto e discrezionalmente da una figura monocratica.
Un pasticcio istituzionale che nella migliore delle ipotesi aggraverà il caos, nella peggiore, darà vita ad un Monti-bis senza legittimità democratica sul quale vivacchieranno Pd e Pdl che cedranno consensi al M5S pronto a svolgere la sua funzione eversiva fino in fondo: moralizzazione della politica e accreditamento come finto polo d’alternativa.

Nella campagna elettorale Rivoluzione Civile punt・ tutto su una strategia politica di opposizione a qualsiasi ripetizione del governo Monti, ebbene, nonostante tutto il caos elettorale e post-elettorale, pare che i conti alla fine siano tornati. La Troika domanda, l’Europa esegue e l’Italia attua senza contraddittorio governi d’urgenza a raffica. La sospensione di una Costituzione in stato comatoso è diventata evidenza reiterabile nel tempo. La crisi economica occidentale ha di fatto sospeso pure le pi・ elementari norme di democrazia liberale basate sul rispetto dell’esito del suffragio universale.

Non a caso, Gennaro Carotenuto nel giorno di Pasqua dal suo blog “Giornalismo partecipativo” avvertiva sul “rischio guerra civile”(http://www.gennarocarotenuto.it/22847-i-dieci-saggi-impresentabili-di-napolitano-volete-la-guerra-civile/). Infatti, le scelte compiute dal potere, basate sull’elisione dalla rappresentanza governativa del principale partito che incanala la protesta nelle istituzioni, paiono decisamente rivolte ad accreditarlo come partito d’opposizione. Una scelta basata sul tentativo di mantenere il controllo col vecchio principio guida delle paratie stagne. Un principio che ha fatto implodere il Pd e minato il Parlamento come istituzione rappresentativa e specchio fedele del paese, e che appare oggi come una scelta suicida per la politica che sarà sempre più facile bersaglio della propaganda grillina. Napolitano, anche nel punto di massimo rischio breakdown istituzionale, ha ragionato come Einstein raccomandava di non fare, ossia irrazionalmente, senza invertire una logica fallita nei fatti.

Alex Marsaglia

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