Dalla barbarie del capitalismo ai percorsi di transizione al socialismo. Intervista al Prof. L.Vasapollo, parte IITribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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Dalla barbarie del capitalismo ai percorsi di transizione al socialismo nel e per il XXI secolo. Intervista al Prof. L.Vasapollo, parte II

Dalla barbarie del capitalismo ai percorsi di transizione al socialismo nel e per il XXI secolo. Intervista al Prof. L.Vasapollo, parte II

In questa intervista che il prof. Luciano Vasapollo  ha concesso ad Oltremedia, ha espresso la sua visione sulla crisi del capitalismo odierno e sulle prospettive di un nuovo modello socialista.

Fonte: Oltremedianews

Leggi la prima parte dell’intervista

Luciano Vasapollo insegna Metodi di Analisi dei Sistemi Economici alla Sapienza-Università di Roma, è anche professore all’Università de La Habana (Cuba) e all’Università Hermanos Saìz Montes de Oca di Pinar del Rio (Cuba). Dirige il centro studi Cestes e le riviste Proteo e Nuestra America. È autore di oltre cinquanta libri, molti dei quali tradotti  in vari paesi d’Europa, dell’America Latina, degli USA, come  “PIIGS il risveglio dei maiali” e “Trattato di economia applicata”.

Si parla spesso del ruolo di istituzioni quali la BCE o il gruppo Bilderberg nella politica degli Stati. Pensa che tesi simili possano essere valutate come complottiste o crede che certe istituzioni limitino realmente la nostra sovranità?

“Il vero complotto che c’è dietro tutto questo è il modo di produzione capitalista. Non è il complotto di una multinazionale in particolare. Certo nelle contraddizioni che creano la crisi del capitalismo si infila a maggior ragione l’apparato finanziario e bancario, o anche produttivo, di una multinazionale per poterne tirar fuori delle super rendite e dei super profitti.

Ma più che vedere chi guadagna dalla crisi dovremmo vedere perché essa nasce. Quella attuale è una crisi sistemica completamente differente da quelle congiunturali precedenti.

Il capitalismo, per ripristinare e valorizzare il ciclo produttivo al tasso di profitto desiderato, deve distruggere le forze produttive in eccesso. Si distruggono capitali: fusioni, accorpamenti di imprese, imprese maggiori che inglobano imprese più piccole, concentrazioni, privatizzazioni, esternalizzazioni, tutti processi che nel complesso incidono sulla riduzione della forza lavoro attiva e che significano licenziamenti e precarietà del lavoro. E di conseguenza si abbatte il costo  quindi dell’altra forza produttiva, la forza lavoro: con l’uso razzista dell’immigrazione in termini quasi ricattatori, con la precarietà, con una disoccupazione che diventa strutturale.

Nel 1929 entrò in crisi l’intero modello produttivo: come se ne uscì? Con la produzione di massa del sistema fordista-taylorista; con l’utilizzo come forma energetica portante del petrolio; con il Keynesismo, che non è una politica alternativa al capitalismo, quanto piuttosto una forma di sostenimento della domanda pubblica ai fini della ripresa capitalistica. Anche se poi la crisi del ‘29 più che con quei metodi si risolse con la guerra mondiale.

L’attuale crisi non vede al momento una nuova tipologia di accumulazione, non c’è un nuovo fordismo da proporre, non c’è una nuova fonte energetica centrale, non c’è un nuovo modello a cui può puntare il capitalismo per poter rilanciare il suo processo d’accumulazione. Quindi il capitale internazionale ha solo due strade. Una è la finanziarizzazione dell’economia, che è stata provata, ma che produce bolle speculative che prima o poi scoppiano: il prezzo di un appartamento può crescere molto ma se nessuno lo compra prima o poi dovrà crollare, così come un titolo azionario può crescere ma se il valore dell’azione non corrisponde alla ricchezza reale dell’azienda, poi finisce per scoppiare.

L’altro modo si basa su privatizzazioni, espulsione di forza lavoro, precarietà, attacco al salario diretto (stipendio), indiretto (Stato sociale) e differito (pensioni).

Per quanto conviveremo con questa situazione di crisi sistemica? Non lo so, la vita di un uomo è diversa e non commensurabile con un ciclo storico, le trasformazioni epocali non possono essere viste nei 70-80 anni di vita di una persona. Da quando venne messo in crisi il sistema feudale e nacquero le prime imprese capitalistiche, sono serviti 500 anni perché il capitalismo diventasse sistema. Dire che il capitalismo sia arrivato alla crisi definitiva non vuol dire che domani ci sarà il socialismo o un altro nuovo modello. Perché se di fronte alle condizioni oggettive di difficoltà non si determina una soggettività alternativa, la crisi può durare un anno, dieci anni, cinquecento anni. Dipende dalla coniugazione tra condizioni oggettive e condizioni soggettive. Oggi il capitalismo non ha una prospettiva per un nuovo modello d’accumulazione, ma domani però non ci sarà il socialismo. E’ una questione di  coniugazione dell’oggettività della crisi con i rapporti di forza che una soggettività rivoluzionaria sa dirigere e attivare in maniera vincente nel conflitto contro la società del capitale, per il superamento del modo di produzione capitalistico.

La riproposizione della conflittualità capitale-lavoro diventa comunque determinante. La storia che si determina attraverso lo scontro tra classi: il capitale che estorce pluslavoro dai lavoratori e i lavoratori che devono difendere la propria condizione di vita. Poi ci sarà chi ne beneficerà di più e chi meno, ma il fulcro vero è il conflitto capitale-lavoro.”

Un giovane al giorno d’oggi a cosa deve aspirare? Qual è l’idea alla quale puntare? Un sistema di welfare alla scandinava sarebbe sufficiente o verrebbe comunque fagocitato dal sistema capitalistico?

“Ovviamente qui subentra l’appartenenza ideologica. Io sono un marxista, che aspira a fare un lavoro di teoria e di lotta che possa costruire la prospettiva del socialismo. Dire che domani non ci sarà il socialismo significa sostenere che alle condizioni attuali, se non si determinano nuovi rapporti di forza, non vedremo il sol dell’avvenire.

Il problema resta la relazione tra tattiche e strategia. Non mi impressiona parlare di welfare alla scandinava o di un nuovo modello di occupazione; ma queste conquiste derivano da elargizioni caritatevoli o dalla lotta per trasformare radicalmente il sistema e quindi la società? Io penso che è la lotta che crea protagonismo sociale, che abitua ad avere relazioni sociali e a diventare un’identità non individuale ma collettiva. Se la rivendicazione tattica del momento è inquadrata in una prospettiva più o meno lunga di superamento del modo di produzione capitalistico, significa che non sei compatibile col capitalismo. Ma quando la lotta rivendicativa da tattica diventa strategia, come è accaduto per la maggior parte dei partiti di sinistra d’Europa, che hanno abbandonato l’orizzonte dell’abbattimento del capitalismo e quello del socialismo, allora costruire e vivere nel capitalismo più morbido e sociale, diventa la prospettiva strategica; dunque i partiti da comunisti e socialisti, pronti a tutelare gli interessi di classe, si trasformano in forze che sono certamente più o meno democratiche o progressiste, ma comunque compatibili con questo sistema.

Come abbiamo detto, il problema resta quello dei superamento o meno del capitalismo. Poi la tattica si fa in base ai rapporti di forza: per esempio, se sei forte rivendichi un salario sociale di 2000 euro, se invece sei debole arrivi a una mediazione e ti accontenti di 800 euro.

Alla domanda “Cosa deve fare un ragazzo?” la mia risposta è: deve lottare per uscire dall’individualismo e porsi come soggetto politico collettivo protagonista della trasformazione sociale  radicale, quindi rivoluzionaria. Ciò significa sentirsi appartenente a una classe, la classe che ha i suoi stessi interessi. È vero che ci sono varie classi, ma la differenza è questa: appartieni a coloro che detengono i mezzi di produzione, e dunque sei uno sfruttatore, o sei lo sfruttato? Lo sfruttato può essere il disoccupato o il contadino, ma al giorno d’oggi l’impiegato o anche il funzionario  che guadagna 2000 euro e ne paga 1200 di mutuo è un capitalista, è un ricco?

Di tempi per il superamento del capitalismo non so indicarne: dipendono dai rapporti di forza che si realizzano nel conflitto sociale, nel generale conflitto capitale-lavoro.”

Ancora 40 anni fa andare nelle piazze o in fabbrica a parlare di rivoluzione poteva suscitare speranza nelle persone, poteva dar modo ai lavoratori di spaziare nel mondo e di provare a cambiarlo. Al giorno d’oggi, invece, il superamento del capitalismo e il socialismo sembrano prospettive difficilmente praticabili: se si andasse in un’assemblea di lavoratori a parlare di Marx, si rischierebbero i fischi. Secondo lei, il superamento del capitalismo e il socialismo sono prospettive ormai impossibili per l’occidente o c’è una speranza che possano avverarsi, al di là dei tempi che questo possa richiedere?

“In primo luogo, la concezione che io ho della storia è quella del materialismo storico. Secondo questa prospettiva, occorre sempre considerare la relazione di forza nel conflitto fra le classi. La storia scorre nella lotta fra le classi: in questo senso non è lineare. Quindi, dire che si rinuncia all’orizzonte del socialismo è follia. Oggi io lavoro per questa prospettiva socialista e riesco a conquistare piccoli spazi – meno di quelli che vorrei; ma la storia è fatta di salti, di rotture. Chi ci dice che il capitalismo è l’ultimo orizzonte dell’umanità è fuori dalla storia, perché non si rende conto che i periodi storici sono fatti da contraddizioni, che mettono in moto alternative che possono radicalizzarsi e cambiare i contesti. Dunque il fatto che oggi ci si ritenga in arretratezza nello scontro e sconfitti non vuol dire niente; la domanda che io pongo è questa: è stato mai facile per i comunisti e per i socialisti modificare i rapporti di forza? Mai. Sotto il fascismo i militanti del Partito Comunista Italiano erano poche centinaia, il PCI non era un partito di massa e non aveva nessuna possibilità di conquistare il potere, un partito sul quale possiamo discutere, ma che è arrivato al 30-35% dei voti. Per fare un esempio più vicino a me, 10 anni fa’ qualcuno poteva pensare che un cocalero, cioè uno dei leader sindacali dei lavoratori più oppressi, e un aymara, ovvero un membro della maggioranza della popolazione originaria, oppressa da 500 anni dall’oligarchia bianca, sarebbe diventato per la prima volta presidente della Bolivia e primo presidente indigeno nel mondo?

Ricordo le elezioni del 1999, Evo Morales si presenta dopo le battaglie dei cocaleros: prende pochissimi voti, poi viene eletto deputato. Successivamente viene espulso dal parlamento perché accusato di essere un narcotrafficante, tutto ciò a causa dell’ignoranza strumentale che non vuole distinguere la coca dalla cocaina e i cocaleros dai narcotrafficanti.

Successivamente avviene qualcosa di particolare in Bolivia. L’acqua viene privatizzata: nella cultura andina, non religiosa ma spirituale, l’acqua è vista come componente centrale della natura, di Pacha Mama, della Madre Terra. La privatizzazione dell’acqua porta in piazza milioni di militanti di movimenti tra loro diversi. Come risponde il regime cosiddetto democratico? Sparando in piazza: in una manifestazione ci sono 60 morti, in un’altra 26. Questo dà forza a movimenti di poche centinaia di persone che prima avevano difficoltà ad unirsi. Evo Morales si presenta di nuovo alle elezioni nel 2005 e le vince con il 54% dei voti, nel dicembre 2009 le rivince col 64%.

La domanda che andrebbe posta a Evo Morales è questa: dieci anni fa’ avresti mai pensato di governare il paese? Avresti creduto che gli aymara l’avrebbero governato? Noi pensavamo che avrebbero potuto farlo tra 500 anni, ma la storia non è andata in questo modo.

Insomma, qual è il nostro obiettivo? Disperarsi perché non ci sono le condizioni per realizzare il socialismo e stare a casa a non far nulla o metterci in gioco ed essere soggetti storici della trasformazione per il superamento del capitalismo, contribuendo a creare le condizioni anche qui  ed ora di lotta per la costruzione di un’ALBA Euro-Afro-Mediterranea e quindi per percorsi di transizione al Socialismo nel e per il XXI secolo?”

 Gianmarco Dellacasa e Simone Mucci

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