Dall'organizzazione alla criminalizzazione della povertàTribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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Dall’organizzazione alla criminalizzazione della povertà

Dall’organizzazione alla criminalizzazione della povertà

C’è stato un tempo finito qualche decennio fa in cui la povertà non era una cosa brutta di per sè. Anzi, si cercava di organizzarla per provare insieme a costruire un futuro migliore per tutti. Oggi anche solo la costruzione di questo mondo viene negata e la povertà stessa è diventata qualcosa da criminalizzare, respingere, isolare. 

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio….

Questa citazione è fatta dal film “L’Odio” che raccontava le peripezie di un gruppo di giovani del sottoproletariato parigino alle prese della quotidianeità in un contesto di degrado periferico nel quale i giovani di molte metropoli occidentali non possono che riconoscersi. Un degrado che non è più solo incarnato da case simili ad alveari umani e dall’oggettiva bruttezza dei luoghi, ma che è sempre più incarnato anche da un vuoto siderale che si arricchisce della mancanza del senso di una vita condotta ai margini, “sotto il tappeto” della società contemporanea. L’Odio era un film del 1995, quindi ormai vent’anni fa, eppure le criticità e i problemi che aveva saputo cogliere, intuire e rappresentare erano dannatamente reali, erano quasi delle intuizioni dal momento che con il passare degli anni si sono approfonditi fino a diventare tangibili, come se la periferia avesse lentamente e progressivamente inghiottito lo spazio urbano in parallelo al diffondersi di una crisi economica e di valori senza precedenti. I ragazzi dell’Odio rappresentavano e rappresentano ancora oggi l’umanità che la società vorrebbe dimenticare e nascondere, per l’appunto, sotto il tappeto. Ma non è sempre stato così, nel XX secolo per diversi decenni, possiamo dire quelli successivi la Seconda Guerra Mondiale, la povertà non è stata considerata una brutta abiezione da tenere nascosta, semmai la si riteneva correttamente un “vulnus” causato da qualcos’altro, e in questo Karl Marx pose un mattone dal valore inestimabile cominciandoo a chiedersi  (il secolo prima) perchè le cose andavano in quel modo e se non potessero andare diversamente. E la risposta ovviamente era che le cose potevano eccome andare diversamente se lo si fosse voluto, il problema centrale è che appunto, non lo si voleva e non lo si vuole, o meglio qualcuno con tutte le sue forze non ha voluto che questo accadesse. E  non è che lo avessero impedito in quanto atavicamente cattivi come i personaggi delle favole, lo hanno impedito lucidamente ben consapevoli che la propria situazione di privilegio era fondata sulla situazione di disagio e di povertà di consistenti settori della società. Da qui la genialità di cambiare la percezione della povertà, non più vista come il risultato di una insopportabile ingiustizia ma vista sempre di più come una deviazione, come un problema da criminalizzare e da risolvere, come dell’immondizia da spazzare per lasciare il giardino pulito. In questo forse ha giocato un ruolo molto importante il ruolo di leadership assunto dagli Stati Uniti e dal mondo anglosassone in generale, con un retaggio dell’antico rimando protestante che al posto che esaltare la povertà come il cattolicesimo (che pur esaltandolo non ha mai voluto ammettere il diritto dei poveri a cambiare il mondo per non esserlo più), preferiva ritenerlo un segno del “fallimento” dell’individuo che con la sua povertà e quella della sua famiglia dimostra quindi di non essere nella grazia di Dio. Detto questo la clamorosa vittoria di questo sistema è stato quello di distruggere il senso di socializzazione e di società rendendo gli individui atomizzati e soli, annullando la loro percezione di se stessi come di una classe sociale in senso ampio, ovvero la classe smisurata degli “sfruttati”. Con i nuovi valori diffusi da questo sistema e che si sono sovrapposti ai precedenti cancellando le conquiste del XX secolo, si è diffusa la “vergogna” della povertà, così ciascun individuo tenterà di fare di tutto per sistemare se stesso e la propria famiglia in modo da dire “no, io non sono un poveraccio, io valgo qualcosa“.  E quelli che ci riescono ovviamente finiscono per odiare coloro che non ce la fanno finendo per condividere l’idea che se non ce la fanno è perchè “non hanno voglia di lavorare e rimboccarsi le maniche“. In questo modo dall’anelito di giustizia sociale e rivoluzione si è passati alla brama della cooptazione per marcare la differenza tra sè e il vicino poveraccio, una sorta di rivincita grottesca in una guerra tra poveri sempre più smisurata per decidere chi saranno quei pochi che saranno autorizzati a sedersi al tavolo di coloro che valgono, ovvero dei “ricchi”. Fin tanto che si capirà questo sarà inutile e impossibile tentare di cambiare la realtà semplicemente richiamando la gente alla rivolta, per modificare la realtà occorre comprenderla, e per comprenderla occorre cogliere la natura del propellente che fa andare avanti il motore del sistema a oggi dominante. A essere stato ucciso è il senso di ingiustizia, è l’importanza della dignità, è la voglia di rimediare ai torti, è il coraggio di sostenere che non è giusto che pochi controllino tutto e tanti non controllino nulla. Per questo alcuni hanno provato a svegliare i giovani lanciando il disperato appello: “Indignatevi”, sperando così di destare dal torpore intere generazioni che tra Erasmus, Apericena, Spinning, Zumba in Palestra, cene vegane e quant’altro hanno finito per considerare se stessi un qualcosa di diverso dagli sfruttati lasciandosi affascinare dal mondo descritto da chi invece sfruttato non è, e tutto vorrebbe che così rimanesse.

DC

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