Dare il lavoro ai giovani. Ma quale?Tribuno del Popolo
giovedì , 14 dicembre 2017
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Dare il lavoro ai giovani. Ma quale?

E’ questo il problema da discutere. Il decreto lavoro ha concesso alle imprese delle agevolazioni per motivare l’assunzione dei giovani ma non si è curata la questione di creare del lavoro per cui pagarli.

Le imprese hanno ristretto il loro campo di azione e le loro aperture al mondo del mercato. A spiegarlo è Giuseppe Recchi, presidente dell’Eni e capo del Comitato degli investitori esteri di Confindustria: “Il governo sta facendo un tentativo encomiabile di incentivare le assunzioni dei giovani. Ma c’è un problema: si prescinde dal fatto che le imprese abbiano bisogno o meno di lavoratori. Nella crisi di oggi le aziende non hanno tanto il problema di pagare di meno per qualche mese un nuovo assunto, ma quello del lavoro da fargli fare, per quali prodotti e per quale mercato. L’Italia è un Paese in cui fare impresa è difficilissimo e dove, non a caso, lo scorso anno gli investimenti diretti all’estero sono crollati dal 70%. Il problema è l’incertezza dei diritto, il fatto che non ci siano sicurezze per chi investe”. Spiega ancora che non ci sono difficoltà a proposito delle tecnologie, l’Italia ha tutto quello che serve a proposito, e non è neanche il costo del lavoro. I problemi sono le incertezze e le forti rigidità del mercato del lavoro. Per questo il più delle volte si preferisce non rischiare. La scelta poi, delle imprese straniere di comprare un’azienda italiana non ha il fine di eliminare, in questo modo, un possibile concorrente, ma di trarne prestigio: acquisire una maggiore eccellenza ed efficienza da portare sui mercati internazionali. Le aziende italiane vengono assorbite dal mercato internazionale. Questo va tutto a svantaggio delle piccole e medie aziende che non potranno mai reggere il confronto da sole. Diventare parte di un gruppo multinazionale è garanzia di maggiori livelli di produzione e di occupazione. Sembra che l’unica soluzione per far ripartire le aziende italiane e creare lavoro, sia vendersi alle imprese multinazionali. “Oggi il mondo chiede standard globali in qualsiasi industria, anche quella turistica, che noi, invece, non siamo in grado di offrire”. Per i rapporti tra mondo della scuola e lavoro, le prospettive non sono migliori. L’offerta di laureati in materie tecniche e scientifiche è inferiore di oltre 40 mila unità l’anno alla domanda delle aziende. In compenso, l’offerta di laureati in materie umanistiche supera di quasi 50 mila unità la richiesta. In questo c’è tutto il problema della formazione del nostro Paese, “Invece lasciare che molti si permettano il lusso di non scegliere quali studi fare, seguendo vaghe vocazioni, bisognerebbe spiegare fin dalla scuola media quali sono le figure che le aziende cercano, e indirizzare gli studenti in quelle direzioni creando percorsi di formazione mirati”. Il governo, in tutto questo, sembra che non ha un ruolo centrale, ma dipende dall’atteggiamento culturale del Paese verso le imprese e quello che esse producono in termini di ricchezza e di occupazione, “Se non capiamo da soli come siamo messi, almeno guardiamo almeno le classifiche internazionali che ci vedono molto in basso tra i Paesi dove fare business. Sono segnali evidenti di qualcosa che stiamo sbagliando e che c’è un tappo che deve saltare se vogliamo davvero tornare a crescere”.

Glenda Silvestri

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