Datagate: il business e il corporativismo del mercato della sicurezzaTribuno del Popolo
sabato , 25 marzo 2017
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Datagate: il business e il corporativismo del mercato della sicurezza

Le rivelazioni dell’ex dipendente di Cia e Nsa Edward Snowden hanno lasciato di stucco l’opinione pubblica di tutto l’occidente. Ecco come funziona il mercato della sicurezza: un giro miliardario che coinvolge il “big business” ed il “big government”. Infatti dal 2001 in poi l’universo della sicurezza si è espanso con una dirompenza impressionante e le intercettazioni (rivolte alla) della Merkel sono solo una piccola punta d’iceberg.

Fonte: Oltremedianews

Dopo il 29 ottobre, quando il Wall Street Journal ha rivelato che esistono rapporti strettissimi tra i servizi segreti europei e quelli americani, i giornali di tutto il mondo hanno puntato il loro telescopio sulla vicenda delle milioni di intercettazioni di cittadini europei in possesso della National Security Agency (Nsa). Si è parlato di violazione dei diritti, di movente per una crisi diplomatica e commerciale e di uno scandalo senza precedenti ma, se si presta un po’ di attenzione alla letteratura su questa materia, ci si accorge  che non si tratta di un semplice abuso di ingerenza prossimo a ridimensionarsi bensì di un piano sistemico sorto negli Usa agli albori del nuovo millennio. Tra il cellulare della Merkel e il business americano sulla sicurezza nel XXI secolo c’è infatti un vincolo molto più forte e persistente di quanto si possa credere.Quando il 20 gennaio del 2001 George Junior Bush fu eletto presidente, gli Usa avevano bisogno di nuovi sbocchi commerciali e di nuove prospettive economiche e l’appena arrivato inquilino di Washington non si lasciò cogliere impreparato. In particolare egli decise di investire nel settore storicamente fruttifero della guerra e in funzione di ciò nominòDonald Rumsfeld, definito da Nixon “un piccolo bastardo spregiudicato”, segretario alla Difesa. La geniale guerra intrapresa da Rumsfeld ebbe come bersaglio un avversario che egli definì “più sottile e implacabile” dei terribili sovietici: laburocrazia americana. La sua guerra santa, ispirata al mentore decisamente poco raccomandabile di Milton Friedman, aveva due obiettivi: ridurre drasticamente gli impiegati pubblici ed esternalizzare tutte le funzioni principali del suo ministero. Dunque il governo iniziò a demandare ai privati la gestione dei più disparati servizi (creazione di database, sistemi informatici, apparati gestionali) per poi acquistarli da colui che si riusciva ad imporre, per la bontà del suo lavoro, su questo mercato. Il processo portò nel giro di pochissimi mesi alla creazione di un impero di imprese private sul mercato dei servizi di cui, una branca in particolare, assunse un ruolo decisamente preponderante: quella della sicurezza. Questo settore ottenne tuttavia la svolta decisiva solo con l’attentato dell’11 settembre 2001, evento che fece sentire profondamente nudo e vulnerabile un impero che non subiva attacchi del genere dalla battaglia di Pearl Harbor. I più attenti non avranno poi dimenticato che Bush riuscì a dare un nuovo slancio alla domanda aggregata e alla produzione proprio grazie alla guerra in Afghanistan. Non è affatto nostra intenzione indicare, come pure in molti hanno fatto, un legame tra il business emergente dei servizi, l’attacco alle Twin Towers e la guerra contro i Talebani, d’altronde questa è solo una poco pretenziosa rubrica di economia spicciola, quindi poniamo la questione nei seguenti termini. Quando ci si sente vulnerabili, cosa si desidera al mondo più della sicurezza? Non lo sappiamo. Pensateci e fatecelo sapere. Naomi Klein, nella sua magistrale inchiesta “The Shock Doctrine” [1], delinea un quadro decisamente interessante di tale vicenda e prova a dare una risposta.

L’attacco alle torri colpì il cuore pulsante del mondo americano che, eccitato dai discorsi tronfi di patriottismo e orgoglio che seguirono quell’evento, si concentrò talmente tanto sul nemico esterno da non accorgersi di quello che lo aggrediva dall’interno. Sulla base del mantra per cui lo Stato non deve concedere servizi, ma solo assicurare che vengano erogati, il governo Bush costruì un sistema di sicurezza nazionale interamente privato perché come disse Ken Minihan, ex direttore dell’Nsa (quella che ha intercettato la Merkel), “la sicurezza nazionale è troppo importante per lasciare che se ne occupi il governo” (pag. 342 Shock Economy). Cosa vuol dire “importante” per Minihan? E soprattutto importante per chi? La Klein sembra essere sicura di sé quando dice che si è trattato di un modo per soddisfare “both the big Business and the big Government”. Si è coniugata infatti la necessità del governo di raccogliere consensi e quella delle imprese di aumentare i loro profitti. D’altronde il vice di Bush Dick Cheney ha sempre ricordato che se esiste anche solo l’1% di possibilità che arrivi una minaccia da qualsiasi parte del mondo agli Usa questi devono intervenire come se la possibilità fosse una sicurezza. Roba che fa rabbrividire persino anche i più machiavellici. La Klein riporta che tra il 2001 e il 2006 il Governo ha versato alle imprese private che operavano nel mondo della sicurezza qualcosa come 130 miliardi di dollari, una cifra superiore al Pil del Cile e della Repubblica Ceca. Questo flusso oceanico di dollari fece sorgere due meccanismi strettamente correlati: da un lato quello delle trasmigrazioni dal mondo della sicurezza istituzionale a quello della “sicurezza in outsourcing” (che continuano tutt’ora come ha evidenziato di recente The Economist [2]) e dall’altra quello della nascita di agenzie che curano i rapporti tra i due mondi. Per farsi un’idea quantitativa, prima del 2001 esistevano solo due di queste agenzie, nel 2006 ce n’erano 540 circa.

Prima si è usata l’espressione “sicurezza in outsourcing”, cosa vuol dire? Vuol dire che il Governo ha demandato, spesso senza regolare appalto, la gestione della sicurezza al settore privato. E visto che i profitti erano elevatissimi sono sorte una miriade di specializzazioni microsettoriali diverse. Uno dei primi business nel mercato della sicurezza fu quello delletelecamere a circuito chiuso. Naomi Klein stima che solo negli Usa e in Gran Bretagna si registri qualcosa come 4 milioni di ore all’anno. Ma chi ha il tempo di guardare film del genere? Dunque dalle spore di questo settore è nato il mercato dei software capaci di collegare le persone nei video con le foto dei sospetti raccolte negli archivi sia privati che… nazionali! Quello che la Klein, ma moltissimi altri tra cui il sopracitato Economist, The Wall Street Journal, Le Monde e Der Spiegel – per citarne alcuni – dicono è che esista un lavoro serrato “gomito a gomito” tra organismi come la Nsa, le imprese fornitrici dei servizi, gli 007 della Difesa e gli 007 delle imprese commerciali. Infatti, come spesso accade, il meccanismo di individuazione e schedatura nato per scopi bellici è stato poi adottato dalle imprese commerciali al fine di ottenere informazioni sempre maggiori sui propri clienti. Il paradosso, secondo la Klein, è che in base agli acquisti, i nostri viaggi o le nostre conoscenze ci viene affibbiato un “rating di rischio” [3]. Per maggiori dettagli sui meccanismi tramite i quali le imprese private commerciali studiano i propri clienti consigliamo le pubblicazioni di Alessandro Acquisti, uno dei pionieri e più prolifici studiosi del settore [4].

Per tornare ai nostri giorni, come mai un circuito così enorme resta insabbiato? Perché nessuno stimola il dibattito su questi temi? “Shock Economy”, di cui non finirò mai di consigliare la lettura, adotta una spiegazione di matrice machiavelliana. Cioè la controriforma liberista si è affermata sempre al verificarsi di una catastrofe: l’attacco dell’11 settembre ha fatto sentire tutti talmente nudi da accettare di rinunciare a qualsiasi criterio sulla riservatezza pur di pensare di essere al sicuro. E’ il criterio di accettazione psicologica quando  i colpi sono inferti “tutti e subito”. Se negli anni ’80 e ’90 le innovazioni venivano introdotte in pompa magna ed erano seguite da dibattiti interminabili ad ogni livello, il mercato della sicurezza si è affermato all’ombra delle coscienze: scommetto che tutti nella nostra carriera scolastica abbiamo fatto almeno un tema sui robot, su come internet abbia cambiato le nostre vite e sulla possibilità di abitare la luna, ma che nessuno si sia invece mai cimentato con una consegna del tipo “siamo al sicuro dai sistemi di sicurezza?”. 

Sicuramente la vicenda dell’Nsa sta stimolando la riflessione su questi temi e le rivelazioni di Snowden, seppur censurate in larga parte, pare che stiano timidamente facendo breccia nell’opinione pubblica, che dopo aver venduto inconsapevolmente ogni dettaglio di sé chiede che si faccia chiarezza sull’uso di questi dati. Il celebre quotidiano inglese “The Guardian” parla addirittura di “smascheramento dell’ipocrisia degli Usa, che ora devono una spiegazione al mondo intero”.

Esiste un modo per difendersi? A meno che non si voglia vivere in un eremo credo che la risposta sia negativa. Le multinazionali della guerra e della sicurezza privata non si spaventano né per un articoletto del genere né per un movimento di opinione di cento persone, e stiamo pur certi che ora, magari in nome della necessità di difenderci da chi di ci protegge, non è escluso che la morsa si rafforzi. Socrate arguiva che chi conosce il bene non possa esimersi dal compiere azioni buone, in attesa che lo conoscano tutti speriamo almeno che la consapevolezza del male renda il sangue un po’ meno amaro.

 Fabrizio Leone

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