Dati Ocse. Italia paese "contro" i giovaniTribuno del Popolo
lunedì , 23 ottobre 2017
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Dati Ocse. Italia paese “contro” i giovani

Secondo i dati Ocse l’Italia si trova al penultimo posto europeo per quanto riguarda l’occupazione giovanile. Una vera e propria tragedia nazionale che i nostri governanti fingono solo di affrontare ma che rimane irrisolta sullo sfondo, collegandosi con l’esodo di massa dei giovani dall’Italia. Dal 2007 al 2013 il tasso di occupazione tra i giovani è sceso di 12 punti percentuali scendendo dal 64,33% al 52,79%. 

Basterebbero i semplici dati degli ultimi sei anni per comprendere come quello del problema dell’occupazione dei giovani sia una piaga aperta nella pelle del nostro Paese. Nonostante in troppi a parole si dicano pronti a porvi rimedio, la sensazione è che il Paese non possa nè voglia fare nulla per aiutare gli under 30. Ormai l’Italia è davanti solo alla Grecia per quanto riguarda le percentuali di occupazione giovanile, eppure Renzi e soci continuano a dirsi ottimisti, e l’estrema destra di Salvini continua a parlare di migranti e di rom, come se dopotutto quello dell’occupazione giovanile fosse un problema di retroguardia. Dal 2007 al 2013 il tasso di occupazione giovanile è sceso di quasi 12 punti, dal 64,33% al 52,79%. Una sorta di boom della disoccupazione giovanile che dimostra plasticamente quanto fosse sbagliato il concetto stesso di “precarizzazione” per favorire l’”occupazione”. Insomma la precarietà non ha aumentato l’occupazione nè i salari, che anzi sono progressivamente diminuiti. Evidentemente in un paese di “vecchi” non porta consenso elettorale cercare di cambiare il Paese per favorire l’ingresso dei giovani nel lavoro, è meglio cercare di accaparrarsi facili consensi facendo leva sui sentimenti più retrivi della xenofobia, come la Lega ben sa. Secondo il rapporto dell’Ocse inoltre il 31,56% dei giovani svolge un “lavoro di routine” che non richiede quindi competenze specifiche, mentre un 15,13% svolge occupazione che comportano scarso apprendimento legato al lavoro. Si tratta quindi di lavori che lasciano ben poco ai giovani a parte un gramo stipendio per pochi mesi all’anno. E il corto circuito è che la maggior parte delle offerte di lavoro in Italia richiede alti profili con almeno 2-3 anni di esperienza, un controsenso quasi grottesco alla luce dei dati, ancor più che il 54,3% degli italiani under 30 non ha alcuna esperienza dell’uso del pc sul posto di lavoro. Del resto molti ragazzi laureati o con alti profili vengono demansionati a “persone di fatica”, così laureati o ragazzi con master finiscono per fare facchini e fattorini dissipando un know how che altrove verrebbe valorizzato. E in questo contesto nessuno si sogna di provare a mettere in discussione gli imprenditori italiani che utilizzano i ragazzi come risorse usa e getta da pagare il meno possibile e per il meno tempo possibile. L’imprenditore italiano medio punta a massimizzare il profitto minimizzando gli investimenti, e in questo senso da almeno vent’anni trova la complicità dei governi. E la sensazione è che le cose andranno molto peggio nei prossimi mesi dato che questa ormai sta diventando una tendenza a livello globale. Nei paesi Ocse, solo per fare un esempio, il 62% dei giovani ha un lavoro che non ha niente a che fare con la sua formazione, ed esiste un buon 26% di sovraqualificati. Insomma sembra quasi che l’economia neoliberista che si sta imponendo come modello globale non abbia molto bisogno di lavoratori troppo formati e qualificati, e i ragazzi sembrano averlo capito anche per questo crescono sempre di più i Neet, ovvero i non occupati nè iscritti a scuola, che ormai in Italia sono il 26% degli under 30. Si tratta di ragazzi che, consapevoli di essere esclusi dal mondo del lavoro, non hanno alcuno sprone ad entrarvi dato che gli unici lavori che vengono offerti sono di mero sfruttamento e per poco tempo. Di conseguenza se proprio devono farsi sfruttare a cottimo e per poco tempo, molti preferiscono farlo solo se strettamente necessario.

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