Dead Aid. L'Africa e gli aiuti, una nuova via per lo sviluppoTribuno del Popolo
sabato , 25 marzo 2017
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Dead Aid. L’Africa e gli aiuti, una nuova via per lo sviluppo

Il libro di Dambisa Moyo Dead Aid ha stimolato un dibattito planetario circa la critica al modello degli aiuti con il quale si è cercato invano negli ultimi 50 anni di avviare l’Africa verso lo sviluppo. Nonostante mille miliardi di dollari versati l’Africa è ancora oggi il continente più povero. La domanda sorge spontanea: gli aiuti servono a qualcosa?

Fonte: Oltremedianews

10mila dipendenti per la Banca Mondiale, duemilacinquecento per l’FMI, 5mila lavoratori impiegati nelle altre agenzie ONU ed oltre 25mila ONG registrate, per un totale di 500mila posti di lavoro. Sono i numeri da capogiro della macchina organizzativa che ogni anno si occupa di raccogliere milioni di euro dai paesi sviluppati per impiegarli nella povera Africa. Niente da dire se ad una tale faraonica struttura corrispondessero risultati altrettanto robusti. Ed invece di esorbitante c’è solo la cifra stimata degli aiuti versati ai paesi sub-sahariani dagli anni ‘50 sino ad oggi: più di mille miliardi di dollari - anche se c’è chi parla di 2mila miliardi di dollari. Si perché nonostante tutto ciò oggi l’Africa è ancora l’area più povera al mondo con una popolazione che vive per il 49% sotto la soglia della povertà (meno di 1,25 dollari giornalieri). Il che stimola due quesiti su tutti: cos’ha l’Africa di suo che non va? C’è qualcosa di sbagliato nel modello degli aiuti?

Sul tema si sono interrogati numerosi economisti negli ultimi anni. Negli ultimi trent’anni il tasso medio di crescita è stato di -0,2% del PIL annuale a fronte dell’enorme sviluppo economico al tasso del 10% annuo conosciuto da paesi orientali che solo qualche decennio fa vivevano condizioni di arretratezza peggiori della stessa Africa. ‘’Soltanto trent’anni fa – scriveva nel 2009 l’economista africana Dambisa Moyo nel suo libro Dead Aid – il reddito pro capite del Malawi, del Burundi e delBurkina Faso era superiore a quello della Cina’’. Nonostante i significativi passi avanti nel campo sanitario ed una flebile ripresa degli ultimi anni, andando a guardare gli indici di sviluppo umano (ISU), i tassi di corruzione percepita (CPI), l’accesso all’istruzione, l’aspettativa di vita e il numero dei conflitti regionali, il quadro complessivo che se ne delinea, soprattutto se raffrontato con la quantità di denaro investita, certifica il fallimento di ogni politica economica di sviluppo applicata in Africa.

Ma cos’ha di diverso il ‘’continente nero’’ da quel sud-est asiatico che negli ultimi anni ha dimezzato la percentuale di popolazione vivente in povertà? Molte sono state le cause addotte per spiegare il sottosviluppo africano. Dalle motivazioni geografiche (la presenza del deserto, gli spazi enormi senza adeguate vie di comunicazione), a quelle culturali, passando per le guerre e, soprattutto, per le motivazioni storiche che legherebbero l’arretratezza odierna al passato coloniale in cui il modello industriale imposto fu basato sull’esportazione di materie prime e non sulla trasformazione delle stesse in prodotti finiti e quindi più redditizi. Tuttavia, i motivi per spiegare il fallimento di questo o quell’altro paese possono essere molteplici, ma la prima grande verità è che nel mondo contemporaneo ogni società ha sufficienti elementi di complessità per certificarne il fallimento, eppure non dappertutto ciò è accaduto: restando in Africa, l’unico esempio di successo economico è rappresentato dal Botswana, paese discretamente dotato di risorse naturali, immerso nella savana, senza alcuno sbocco al mare e con una popolazione di 1,5milioni di abitanti divisa in 8 grandi gruppi tribali. Ciò dimostra che le ragioni in precedenza addotte non bastano a spiegare il problema del sottosviluppo.

La seconda grande verità la svela ancora Dambisa Moyo nel suo libro di denuncia: ‘’Tutti questi paesi hanno ricevuto miliardi di dollari’’. E’ per questo che il dibattito planetario sulle ragioni dei mali dell’Africa si è incentrato negli ultimi anni proprio sull’adeguatezza del modello di sviluppo proposto con gli aiuti. E’ giusto continuare a versare soldi all’Africa? La risposta passa per un’analisi degli errori del passato. Se da una parte c’è chi come l’economista Jeffrey Sachs continua ad invocare un raddoppio dello sforzo da parte dell’occidente, negli ultimi anni  una critica al modello degli aiuti ha preso piede grazie ad un libro di Dambisa Moyo che ha scatenato un dibattito mondiale.

Un primo elemento di riflessione dei critici viene dalla storia degli aiuti: dall’indutrializzazione forzata nel periodo coloniale, alle sovvenzioni (semplici erogazioni di denaro a fondo perduto) rese dalle potenze post-coloniali per mantenere il controllo sulle ex colonie, passando per la poltica imperialista di USA e URSS, per i prestiti a basso tasso d’interesse degli anni ‘70 prima, per i nuovi prestiti resi poi negli anni ‘80 al fine di consentire ai paesi debitori insolventi di pagare quanto dovuto, sino ad arrivare agli aiuti glam raccolti dalle rock star negli anni ‘90 e duemila. Spesso gli stessi adeguamenti strutturali posti come condizione per l’erogazione di aiuti hanno imposto l’applicazione di ricette economiche partorite per le esigenze dell’occidente ma forse inadeguate per il contesto africano. ‘’Liberi di raggiungere il successo, ma liberi anche di fallire’’ scrive la Moyo: se negli anni ‘60-’70 il modello keynesiano aveva mostrato agli africani una via di sviluppo che vedeva lo Stato protagonista nell’economia, quando negli anni ‘80 l’occidente partoriva il neoloberismo come risposta alla stagnazione di fine anni ‘70, esso pretese di applicare tale modello anche ad un contesto diversissimo come l’Africa laddove gli aiuti furono condizionati allo smantellamento degli apparati burocratici e ad improvvise liberalizzazioni selvagge che portarono la partecipazione dello Stato nelle economie dei paesi africani dal 90% al 10% come accaduto nello Zambia che ha conosciuto negli anni ‘90 una delle sue crisi più drammatiche. Insomma, tra aiuti guerre e corruzione il dato storico evidente è che l’Africa non è mai riuscita a sviluppare una politica economica autonoma: un’opportunità che invece tutto il resto del mondo ha avuto.

La posizione dei critici degli aiuti è dunque chiara: generano corruzione in quanto rappresentano un’enorme flusso di risorse annuale tanto quanto i proventi provenienti dall’estrazione di risorse naturali ed un’irresistibile attrattiva per chi voglia occupare posti di potere per trarne giovamento personale (il dittatore dell’ex-Zaire Mobutu si stima abbia accumulato un patrimonio di 5miliardi di dollari). Minano il rapporto di fiducia tra i governi africani e la popolazione: un governo la cui spesa pubblica è totalmente finanziata dagli aiuti piuttosto che dalle imposte è un esecutivo che non deve niente al proprio popolo ma che sarà responsabile soltanto dinanzi a soggetti stranieri. Sono fonte di guerre in quanto stimolano una cultura militarista ed acuiscono le lotte interne tra fazioni desiderose di gestire l’enorme flusso di denaro. Inoltre hanno evidenti limiti economici in quanto una maggiore circolazione di moneta non derivante da attività produttive fa aumentare i consumi e con essi l’inflazione, fa diminuire il risparmio e con esso gli investimenti riducendo la competitività del settore manifatturiero (il cd. male olandese).

Perché allora continuare con gli aiuti? I motivi in realtà sono molti. Dalle ragioni legate al pensiero liberal occidentale, pieno di sensi di colpa, alle vere esigenze di un continente che, seppur negativamente dipendente dagli stessi, vive grazie ad essi con la conseguenza che se da domani venissero tagliate le erogazioni di denaro milioni di persone morirebbero di fame. Detto ciò, volendo far salvi gli aiuti per le emergenze umanitarie, restano gli enormi interessi che condizionano l’attuale situazione dell’Africa. Da una parte un ripensamento del modello di aiuti è difficile da ideare per quelle organizzazioni i cui dipendenti lavorano sulla materia 7 giorni su 7 guadagnandosi onestamente da vivere con ciò. Dall’altra però ci sono gli interessi delle multinazionali dalle quali vengono acquistati i prodotti che poi sono distribuiti gratuitamente all’intero continente africano. Senza contare i rapporti privilegiati che le stesse hanno con molti dittatori africani per lo sfruttamento delle risorse naturali. Ciò però non deve condurre all’errore di pensare che non c’è spazio nel mondo per lo sviluppo dell’Africa. A trarre giovamento da un’evoluzione economica del continente a noi adiacente saremmo proprio noi cittadini comuni europei: potremmo commerciare, investire, visitare liberamente paesi della terra bellissimi, potremmo soprattutto guardare con serenità verso le opposte rive del mediterraneo. Ecco perché lo sviluppo dell’Africa è una nostra missione: una missione da perseguire senza commettere gli errori del passato, affidando le chiavi del proprio sviluppo agli africani stessi, promuovendo gli scambi commerciali con essi mediante l’abbattimento dei dazi verso i loro prodotti e fornendo loro strumenti e tecnologie per produrre sul posto ciò di cui hanno bisogno.

Michele Trotta

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