Declassato il rating dell’Italia: la finanza oltre la democraziaTribuno del Popolo
sabato , 18 novembre 2017
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Declassato il rating dell’Italia: la finanza oltre la democrazia

L’agenzia di rating americana Standard&Poor’s ha declassato il rating del nostro Paese da “BBB+” a “BBB” portandoci a due gradini dal livello spazzatura, punto a partire dal quale nessun investitore porterebbe i suoi soldi nel nostro Paese. Al di là dei dati freddamente tecnici, la sentenza cela, nemmeno in modo troppo sibillino, la volontà delle élites finanziarie di oltrepassare gli schemi democratici della politica.

Fonte: Oltremedia

Che l’Italia non sia più dai tempi degli imperatori romani il fulcro politico del mondo è un dato noto a tutti, ma le trame ordite dal famoso 1% diventano ogni giorno più insopportabili. La scalata neoliberista ai principali nodi del potere, dall’Fmi alla Bce, dalla Fed ai principali governi politici ha infatti creato una solida base di potere economico su cui poggia in maniera instabile tutto l’occidente: basta un segnale, anche sussurrato, da parte di questi signori per sconvolgere l’architrave politico di un paese e la quotidianità dei cittadini. Il declassamento del rating dell’Italia da “BBB+”, media già di per sé non esaltante, a “BBB” è solo l’ultimo punto di una lunga serie di inanellamenti che procedono da tempo nello stesso verso su scala globale: aggirare dall’alto le inconvenienze elettorali.

Le motivazioni addotte da S&P a proposito della bocciatura esprimono infatti, più che pareri tecnici, un preciso programma elettorale. E l’”inconveniente elettorale” viene dal fatto che nessuno ha mai votato nulla del genere. Leggendo la nota ufficiale emessa dall’agenzia a proposito dell’economia italiana emerge a chiare lettere che i principali problemi sarebbero la poca flessibilità lavoratival’eccessivo costo del lavoro e l’elevato disavanzo tra spesa pubblica e Pil. Oltre a ciò, si legge nella nota, il downgrade è dovuto alla perdita di competitività sui mercati internazionali, alla riduzione dell’export e alla cattiva gestione dei finanziamenti interni. Che l’Italia sia il Paese con il costo del lavoro nominale più alto d’Europa è un dato innegabile, e in tal senso tanto i sindacati quanto Confindustria sono d’accordo sulla necessità di un suo abbattimento, ma che la soluzione a questo male sia la maggiore mobilità lavorativa è come amputare una gamba ad una persona che soffre di raffreddore. La mobilità lavorativa, che permette assunzioni veloci, temporanee, sottopagate e spesso senza le garanzie costituzionali, non abbatte il costo nominale del lavoro, ma scatena semplicemente una guerra tra coloro che sono disposti ad accettare un impiego al costo più basso, togliendo così qualche voce particolarmente esosa dalla spesa delle imprese. Ma di certo non risolve il problema.

Punto più controverso è quello sull’abbattimento della spesa pubblica. Stando alle previsioni di Standar&Poor’s, che pronosticano per fine anno un rapporto tra spesa pubblica e Pil al 129%, il nostro Paese non riuscirebbe proprio a far quadrare i conti in termini di entrate e uscite. In sintesi tutta l’ingegneria di Monti prima e di Letta ora per ottenere il pareggio di bilancio non avrebbe sortito alcun effetto. L’agenzia suggerisce tuttavia che con la reintroduzione dell’Imu, l’aumento dell’Iva al 22% e una serie mirata di privatizzazioni questa tendenza negativa potrebbe riservare “piacevoli” sorprese. Ma proprio su questo punto si condensano i paradossi maggiori.

Quello che l’agenzia ha omesso è che questo risultato disastroso sia per l’economia reale che per la finanza è il frutto di anni liberismo, che ha rimpinguato le casse di pochi a scapito di tutti gli altri. La disoccupazione, la depressione della domanda aggregata e il calo dei consumi, i pochi investimenti e la bassa produttività, come sottolineato da molti economisti keynesiani, sono il frutto delle stesse politiche sponsorizzate da S&P, Fitch e Moody’s. Privatizzare e ridurre la stabilità lavorativa, come sottolineato a chiare lettere dal premio Nobel Stiglitz, non farebbero altro che allargare la piaga economica e sociale dell’eurozona.

Quale vantaggio avrebbe dunque S&P a dare simili consigli? Non tutti sanno che i maggiori azionisti dell’agenzia, che ricordiamo è una semplice associazione privata e non un ente governativo, sono nell’ordine: McGraw-Hill company (la più grande società editoriale per testi scolastici e manuali d’America, con sede presso il celebre Rockfeller Center), Capital World Investment (che detiene moltissime azioni di società tedesche, greche e olandesi), Blackrock (che vanta un’importante presenza nei principali mercati finanziari quali Europa, Stati Uniti, Asia, Australia e Medio Oriente. Nel nostro Paese dal 10/09/2009, cioè dopo la fusione con la banca Barclays, possiede molte azioni di società che compongono l’indice di FTSE Mib di Piazza Affari, tra cui: Banca Popolare di Miliano (3%), Banca Popolare (3%), Bulgari (2%), Enel (3%), Intesa Sanpaolo (3%), Mediaset (5%), Telecom (2%), Unicredit (4%), Pirelli (2%) e altri), StateStreet (che ha le sue sedi commerciali dislocate in 26 Stati in tutto il mondo) più altre imprese che detengono fette minori del capitale sociale.

Cosa stiamo cercando di dire? Molto semplice. Declassare l’Italia da “BBB+” a “BBB” è un modo per dire ai mercati finanziari che i soldi investiti in Italia potrebbero andare perduti con buone probabilità. È chiaro che l’unico modo per farsi erogare il credito a livello internazionale in simili condizioni è quello di pagare tassi d’interesse più elevati come garanzia. E chi sono gli investitori che comprano pacchetti societari in Italia o i btp del Tesoro? Sono proprio i vari Capital World Investment, Blackrock, StateStreet e a cascata le loro società affiliate, che hanno tutto l’interesse a far sentire costantemente in soggezione i loro debitori.

In sintesi: S&P ha stigmatizzato una situazione economica e sociale che è il frutto di anni di politiche dissennate di cui lei si è fatta foriera. E non si tratta di un’idea o di un programma, ma di un preciso disegno di superamento degli schemi democratici. Per quante volte il popolo possa infatti scegliere Barabba, nemmeno un autolesionista voterebbe per farsi togliere scuola, pensione, stabilità lavorativa e sanità gratuita.

Fabrizio Leone

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