Democrazia o oligarchia?Tribuno del Popolo
giovedì , 25 maggio 2017
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Democrazia o oligarchia?

Viviamo in una democrazia o in una oligarchia? Ecco una nostra riflessione sull’argomento…

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Viviamo in una società sempre più globalizzata, complessa, moderna. Difficile è per le forme politiche e di governo stare al passo con i cambiamenti della società, ed è ancora più difficile trovarne criticità e debolezza guardando oltre le apparenze. In apparenza infatti il modello politico democratico ci viene presentato come quello “vincente”, come il “male minore”, ma siamo sicuri che sia la verità e non sia, al contrario, quella che ci viene presentata come verità al fine di farci accettare lo status quo?

Le idee e le opinioni non nascono spontaneamente nel cervello di ogni singolo: hanno avuto un centro di irradiazione, di diffusione, di persuasione [...]. La numerazione dei voti è la manifestazione terminale di un lungo processo, in cui l’influsso massimo appartiene proprio ai centri di irradiazione più forti. Se questo gruppo di ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiede, non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare inetto“, questo il pensiero di Antonio Gramsci sul funzionamento della democrazia elettorale di un regime parlamentare. Insomma, secondo l’interpretazione gramsciana dietro il trionfo dei numeri, alla base della democrazia, ci sarebbe in realtà solo la semplice apparenza dal momento che dietro tale trionfo ci sarebbe in realtà il successo della capacità di gruppi di potere più o meno ampi di creare consenso. E’ dunque sin troppo facile comprendere come chi, vedi in Italia Silvio Berlusconi, possiede mezzi in grado di creare opinione e consenso, droghi nella realtà il funzionamento democratico. Vi sarebbe quindi una alternativa a questo tipo di sistema rappresentativo? Gramsci all’epoca aveva analizzato con gli stessi criteri anche il sistema sovietico, e aveva individuato una come differenza fondamentale: mentre nei sistemi a regime parlamentaristico “democratico” il consenso ha nel momento del voto la sua fase terminale, al contrario nei sistemi come quello sovietico il consenso non si esaurisce affatto al momento della votazione. “In questi altri regimi“, spiegava Gramsci, “il consenso è supposto permanentemente attivo, fino al punto che i consenzienti potrebbero essere considerati come funzionari dello Stato e le lezioni un modo di arruolamento volontario di funzionari statali di un certo tipo“.

Tradotto questo implicherebbe che nel sistema sovietico il potere non fosse in mano a èlites che fanno fulcro sulla propria forza sociale come nel sistema democratico parlamentare occidentale, bensì a minoranze attive che tendono a “trasformare mediante elezioni sui generis imperniate su programmi di lavoro immediato i cittadini amorfi in elementi produttivi qualificati“. In sostanza quindi nei sistemi dotati di moderno parlamentarismo il successo delle èlites succitate sarebbe derivato dalle forze materiali sterminate in loro possesso e non da quello che effettivamente fa parte del programma che sottopongono al pubblico. L’elitismo sovietico al contrario, secondo Gramsci, non sarebbe basata su èlites che diventano predonominanti in base alla loro forza sociale o economica, ma perchè investire di un compito “pedagogico-politico“. Nell’Urss infatti “il consenso è supposto permanentemente attivo”, e di conseguenza le elezioni servono ad “arruolare funzionari” e ad incrementare il consenso non “su programmi generici e vaghi, ma di lavoro concreto immediato“. In questo il sistema sovietico sarebbe stato più vicino al concetto espresso da Aristotele ne “La Politica”, dove si sosteneva che nel sistema politico ateniese essere cittadino fosse già una forma sui generis di magistratura.

Gracchus Babeuf

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