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domenica , 22 gennaio 2017
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Derivati, quale follia!

Le inchieste di questi giorni condotte dal Fatto Quotidiano stanno provocando un terremoto politico ed economico: prima la rivelazione del presunto accordo stipulato ad inizio 2012 dalla Regione Puglia con Merrill Lynch e che, secondo il Fatto, hanno portato all’eliminazione dei titoli tossici dal bilancio pugliese, poi lo scandalo che ha colpito la banca Monte dei Paschi di Siena e che ha condotto il suo a.d. Mussari alle dimissioni. A collegare queste due vicende un fattore comune molto importante: il ruolo degli strumenti derivati.

Fonte: Oltremedianews.com

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Partiamo dalla cronaca. In data 21 gennaio il Fatto Quotidiano pubblica la notizia dell’accordo che avrebbe “liberato” il bilancio della Regione Puglia dai titoli tossici che ne minacciavano la stabilità finanziaria e di cui si sarebbe ritrovata in possesso a seguito di un contratto derivato sottoscritto con la Merrill Lynch dalle passate amministrazioni. La vicenda, ancora tutta da chiarire, è finita sotto la lente d’ingrandimento della procura di Bari e avrebbe portato i pm Antonio Laudati e Francesco Bretone ad indagare sul ruolo di alcuni funzionari e rappresentanti della banca. Al di là dei possibili risvolti che seguiranno alla conclusione dell’inchiesta, ad emergere è il quadro assolutamente preoccupante dell’utilizzo abusato a metà anni duemila che le amministrazioni locali hanno fatto dello strumento derivato con il fine, spesso fallito, di alleggerire i bilanci.

La seconda vicenda che assume rilievo questa mattina è quella legata alle dimissioni dell’a.d. di Abi Giuseppe Mussari. Anche qui contorni e contenuti sono tutti da chiarire; si conoscono però gli effetti, almeno in parte, e alcune delle cause. Tra gli effetti che hanno portato l’antico istituto di credito senese al centro della cronaca degli ultimi mesi, ci sono quei 700milioni di euro di possibile “buco” di cui il Fatto Quotidiano ha dato notizia nella giornata di ieri e che sono rimbalzati su tutti i media questa mattina; c’è l’attenzione della procura sulle operazioni su derivati che riguardano la banca note con i nomi di Alexandria e Santorini; ci sono, soprattutto, le parole di  Elio Lannutti presidente dell’Adusbef che senza mezzi giri di parole ha denunciato “Poiché l’intera rata dell’Imu prima casa, pari a 3,9 miliardi, è stata destinata dal governo Monti al Monte dei Paschi di Siena per evitare la bancarotta fraudolenta, i contribuenti italiani hanno il sacrosanto diritto di conoscere la genesi fedele delle operazioni spericolate in derivati, denominate Santorini ed Alexandria, messe in piedi nel 2009 dall’attuale presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, e soprattutto perché sia la Consob che Bankitalia non hanno mosso rilievi a tali rischiose operazioni che ne hanno minato la stabilità”. Tra gli effetti, se servisse ancora altro, ci sono la sospensione del titolo Mps avvenuta questa mattina per eccesso di ribasso, ma anche le prime ripercussioni all’interno di quella città che da secoli rappresenta la casa di origine del colosso bancario ed il cui rapporto con l’istituto di credito è sempre rimasto saldissimo: via i 255mila euro destinati alle contrade che ogni anno si sfidano al Palio, via il contratto di sponsorizzazione al Siena calcio.

Le cause di questa breccia nella stabilità della terza banca italiana sono ancora tutte da accertare ma due restano i fattori imputati principali che collegano la vicenda Mps con l’inchiesta sul bilancio pugliese: la politica e i derivati. Cominciando dalla politica non è difficile ricordare le parole di Umberto Bossi “Le banche più grosse del Nord avranno uomini nostri a ogni livello” per capire quanto le fondazioni che incidono sulla gestione delle banche siano “lottizzate”, per usare un termine pannelliano, dai partiti di governo. Come per le banche del Nord, lo stesso discorso vale per Mps sui cui collegamenti con il Partito Democratico sono state fornite interessanti indicazioni da Sergio Rizzo questa mattina dalle colonne del Corriere della Sera. In particolare, a dimostrazione di un rapporto simbiotico fra banca, città e partito, scrive il giornalista, “la banca senese sarebbe controllata da una Fondazione, a sua volta controllata dal Comune, a sua volta feudo Pd: prima appunto che gli ex margheritini e gli ex diessini litigassero ferocemente a proposito del destino del Monte e di certe poltrone. I sindaci che negli ultimi vent’anni hanno preceduto il dimissionario Franco Ceccuzzi, erano anche dipendenti del Monte”. Quanto la politica ha inciso sulle scelte d’investimento dei vertici della Monte dei Paschi? Difficile stabilirlo, ma è innegabile che anche questo fattore resta un dato di cui tener presente alla luce degli avventimenti di questi giorni.

E infine la questione dei derivati. C’è chi li ha ritenuti un dono di Dio, la geniale risposta per ridurre i rischi di chi avesse effettuato investimenti azzardati, lo strumento finanziario del terzo millennio. Oggi si scopre la natura pericolosa dello strumento derivato, il lato oscuro che segna gli aspetti controversi della finanza responsabile dei crack del 2008. Ma cosa sono, in sintesi, questi derivati ? I derivati sono strumenti finanziari, contratti o titoli, il cui prezzo sia basato sul valore di mercato di uno o più beni (quali, ad esempio, azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse). Molto utilizzato è lo Swap che sarebbe uno strumento che consiste nel seguente rapporto: può acquistare un’obbligazione a tasso variabile e corrispondere gli interessi che percepisce a un soggetto , a sua volta, acquista un bond a tasso fisso, percepisce gli interessi variabili di e gli gira gli interessi a tasso fisso. L’esempio descritto fa riferimento allo Swap di interessi che è un contratto che prevede lo scambio periodico, tra due operatori, di flussi di cassa aventi la natura di “interesse” calcolati sulla base dei tassi di interesse . Ma cosa se ne fa la Puglia dei derivati? Per capire la reale utilità degli strumenti derivati bisogna capire la loro finalità. Essi sono stati inventati nel lontano XVIII secolo come strumento di copertura del rischio di un investimento utilizzando un derivato con effetto opposto all’operazione che si vuole coprire (ad esempio, una opzione put può coprire il rischio di un acquisto di uno strumento finanziario; se le quotazioni calano, l’opzione put aumenta di valore più che proporzionalmente, riducendo la perdita maturata del sottostante). Così molte imprese, soprattutto con la globalizzazione e con la crescita smisurata del ruolo della finanza nell’economia, hanno visto nei derivati il miraggio di una fonte di finanziamento interamente gratuita. Come i privati anche gli enti locali. Dal 2003 è stato reso possibile agli enti locali, tramite una misura introdotta dall’ex ministro Tremonti, di ricorrere all’utilizzo dei derivati. Sembrava l’invenzione del secolo, un modo anche per i piccoli comuni di attingere a nuove risorse altrimenti negate dai continui tagli.

Ma che succede quando la macchina si inceppa e la variabile da cui dipende il derivato impazzisce e non segue i criteri dell’economia reale? Cosa succede quando i costi sono superiori ai benefici? Il derivato, ricordiamolo, è un contratto con due controparti, e come tale comporta rischi. Rischi enormi se si pensa che tra le variabili può esserci l’andamento del prezzo del petrolio come la quantità di precipitazioni nevose. Quali rischi si presentano per enti istituzionali nell’enorme gioco della finanza globale oggi più simile che mai ad un grande casinò dove si gioca d’azzardo? Proviamo ad immaginare un piccolo comune che vuole abbellire il proprio bilancio usando derivati. Ebbene esso non avrà mai la capacità di attingere a quelle informazioni e a quegli strumenti di calcolo di cui invece investitori professionisti dispongono. Ed ecco quindi i motivi che hanno trasformato i derivati da invenzione (riscoperta) del secolo a vera e propria serpe in seno ai bilanci degli enti locali e dei grandi gruppi bancari. Deve aver pensato la medesima cosa lo stesso ministro Tremonti quando ha firmato nel corso dell’’ultimo governo Berlusconi una moratoria che impedisce oggi agli enti locali di sottoscrivere troppi derivati.

Troppo tardi, gli effetti cominciano a vedersi e sono disastrosi. A quando una moratoria anche per le banche che raccolgono i risparmi delle povere famiglie?

  Michele Trotta

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